Nel cuore di Palermo, tra antiche pietre e piante che avanzano silenziose, le sculture di Francesca Polizzi svelano un dialogo profondo con il tempo. Nata nel 1988, questa artista intreccia rovine e natura in opere che sembrano respirare, fatte di lana grezza e metalli preziosi, materiali vivi che raccontano storie di trasformazione lenta. Camminando tra le sue creazioni, si percepisce un paesaggio che sfuma, dove ogni crepa parla di memorie nascoste, di passaggi tra passato e futuro. Alla RizzutoGallery, fino a giugno 2026, queste sculture non sono solo forme: diventano un rito, un invito a guardare oltre l’effimero, a cogliere quel senso profondo che il tempo lascia impresso sulle cose e su noi stessi.
Lunaria: la pianta che diventa luce e simbolo
La mostra prende il nome dalla “Lunaria annua”, pianta nota per le sue capsule trasparenti che conservano semi simili a piccole lune. Francesca Polizzi la reinterpreta usando metalli morbidi come ottone e bronzo, modellando rami e foglie che sembrano quasi respirare. Le membrane sottili e perlacee, così fragili da sembrare evanescenti, diventano dischi materici che catturano la luce con un effetto quasi magico. Al minimo soffio di vento, le sculture si muovono leggermente, come se fosse la natura stessa a prendere parte al dialogo artistico. Le ombre proiettate sui muri aggiungono un altro livello di percezione, trasformando queste forme in simboli del tempo scandito dalla luna e dai suoi cicli misteriosi.
La scelta della Lunaria va oltre l’aspetto estetico: la fragilità di questa pianta diventa una metafora della memoria, del ricordo e della trasformazione. Polizzi non si limita a rappresentare la pianta, ma fonde il ciclo naturale con quello umano, mostrando come ciò che è fragile possa assumere un valore quasi sacro. L’opera invita a riflettere sul passare del tempo e su come natura e costruito si intrecciano nella storia e nell’arte.
Natura e architettura: rovine e paesaggi sospesi tra sogno e realtà
Il lavoro di Francesca Polizzi esplora il dialogo tra elementi naturali e architetture, dove grotte, stalattiti, rovi e formazioni geologiche convivono con colonne, archi e volte antiche. Nascono così spazi ibridi, sospesi tra realtà e sogno, in cui la storia non scorre in modo lineare, ma si stratifica tra tracce e trasformazioni. Le sculture parlano di disfacimento e rinascita, spingendo chi guarda a vedere il crollo non solo come fine, ma anche come nuovo inizio.
Un esempio è “Volta”, un grande frammento di soffitto capovolto, realizzato in ferro, lana e gesso, che ribalta il punto di vista. L’inversione tra suolo e cielo crea uno spazio ambiguo e vertiginoso, dominato da caduta e oscillazione. Questo “resto” architettonico, forte e fragile insieme, trasforma la galleria in un teatro fuori dal tempo. La lana grezza, infeltrita e lavorata, aggiunge un tocco materico che richiama antiche pratiche rurali e pastorali, radicando le opere nella terra e nella sua ciclicità.
Lana grezza e pittura: tra sacro e archeologia
La lana grezza è un materiale chiave per Polizzi, che la usa non solo come fibra, ma come supporto, pigmento e traccia di memoria corporea e storica. Attraverso tecniche come la stampa digitale, la pittura a encausto e la serigrafia con inchiostri di ruggine, l’artista crea veri e propri “dipinti scultorei”. Le superfici si fanno materiche, mescolando il piano bidimensionale con quello tridimensionale, e rappresentano paesaggi di grotte, rovine e formazioni naturali stratificate nel feltro.
Opere come “Tillite” e “Enantis II” incarnano questa ricerca: luoghi rupestri e ambienti archeologici emergono dal tempo, con stalattiti e colonne che diventano simboli di un mondo antico, ricco di segni primordiali. Polizzi traduce tutto questo con delicatezza e rigore, invitando chi osserva a immergersi in una dimensione antica ma aperta a una lettura contemporanea, che vede nella natura stessa un’architettura viva.
Elegia: la ceramica come memoria che si trasforma
Un passo importante nella ricerca artistica di Polizzi è la sperimentazione con la ceramica, introdotta nella serie “Elegia”. Qui troviamo sculture di medio formato fatte con argille miste, smaltate e legate con lana grezza. Durante la cottura, la lana brucia lasciando solchi e aperture, creando una texture unica che parla di sottrazione, vuoto e rinnovamento.
Le piccole architetture di “Elegia” sembrano scheletri di antichi edifici in rovina: colonne, nicchie, scalinate che dialogano con la memoria e la precarietà. Le forme sono frammentate e penetrabili, creando un paesaggio di spazi interrotti dove il tempo si fa tangibile. Nel confronto con artisti come Fontana, Giacometti e Leoncillo, emerge la tensione tra massa e luce, esplosione e assottigliamento, e l’interesse per una forma che va oltre la figura per diventare segno e sensazione.
Tra evaporazione e tattilità: la ricerca di un tempo autentico
Le opere di Polizzi si confrontano con la fragilità del presente e la tenacia del passato, giocando tra dissolvenze e radicamenti. Pur sembrando destinate a svanire, mantengono una presenza fisica forte, fatta di superfici lavorate, gesti ripetuti e materiali plasmati dalla natura. È un “tempo puro”, che sfugge alla cronologia storica ma conserva l’esperienza individuale e la memoria.
Seguendo il pensiero di Marc Augé, a cui Polizzi si ispira, il tempo delle rovine apre una porta a una consapevolezza più lenta e profonda, in netto contrasto con il ritmo frenetico della nostra epoca. Qui le macerie non sono solo segni di distruzione: diventano materia viva che racconta storie e genera nuovi mondi simbolici. La mostra “Lunaria” a Palermo restituisce uno spazio dove il fragile incontra il concreto, e ogni scultura è un’eco di ciò che è stato e un’indagine sul possibile.





