Nel gennaio del 1968, un terremoto devastò Gibellina, cancellandola dalla mappa. Oggi, a quasi sessant’anni da quella tragedia, la città vive una nuova stagione, distante una ventina di chilometri dal luogo originario. Non è solo una questione di mattoni e strade: Gibellina si è trasformata in un museo a cielo aperto, un mosaico di arte e memoria costruito grazie a visionari amministratori, scrittori come Leonardo Sciascia e, soprattutto, artisti di grande rilievo. Nel maggio 2026, questa piccola realtà siciliana ha assunto il ruolo di Capitale Italiana dell’Arte Contemporanea. Al centro della scena, la danza ha fatto da collante tra comunità e storia, con “Cerimonia” di Virgilio Sieni che ha saputo trasformare ogni gesto e ogni spazio in un linguaggio condiviso, potente e coinvolgente.
Il terremoto del Belìce nel ’68 rase al suolo quattro paesi, tra cui Gibellina, dove le case in tufo si sgretolarono in un attimo, lasciando solo macerie e dolore. La ricostruzione, moderna e innovativa, ha spostato il paese lontano da dove sorgeva, trasformando la tragedia in un’opportunità per ripensare il modo di abitare e di vivere l’arte. L’idea era ambiziosa: fare di Gibellina un’installazione permanente di arte contemporanea, con opere di artisti di fama sparpagliate ovunque. Grazie a spazi espositivi e interventi pubblici, oggi Gibellina attira visitatori da ogni parte, anche se chi ci vive spesso ha un rapporto complicato con questa identità. Proprio in questo contesto, la Capitale Italiana dell’Arte Contemporanea 2026 ha scelto di inserire la performance “Cerimonia”, guidata da Virgilio Sieni, come un esperimento vivo di intreccio tra arte e vita.
Per tre settimane, dall’11 al 30 maggio 2026, “Cerimonia” ha coinvolto non solo i cittadini di Gibellina, ma anche quelli dei vicini comuni di Salemi, Santa Ninfa e Salaparuta. Adulti, adolescenti di una comunità di recupero, la banda cittadina e musicisti locali si sono messi in gioco nella danza. Il progetto, diretto dal coreografo fiorentino Virgilio Sieni e dal suo Centro Nazionale di Produzione della Danza Cango, ha organizzato laboratori aperti e incontri per costruire legami tra persone di età e origini diverse. Seguiti da Sieni e dal suo gruppo di assistenti, i partecipanti hanno creato una partitura di movimenti condivisi, un racconto collettivo che ha attraversato strade, piazze e luoghi simbolo di Gibellina. Le prove si sono concluse con momenti di “Svelamento” nei quattro paesi, dove frammenti della performance sono stati restituiti alla gente, rinforzando il senso di comunità.
Il 30 maggio, al calar del sole, piazza Joseph Beuys – intitolata al grande artista tedesco che visitò Gibellina durante la ricostruzione – si è animata. I partecipanti, con le braccia rivolte al cielo, hanno portato con sé piccoli frammenti di macerie, consegnati come “ostie” sacre, cuore della cerimonia laica e meditativa. Il gruppo ha attraversato lentamente il centro, passando accanto a due edifici di Pietro Consagra – il Meeting e il Teatro – fino ad arrivare al Sistema delle Piazze, disegnato da Franco Purini e Laura Thermes. Qui la danza si è trasformata in azioni soliste, guidate dagli interpreti diretti da Sieni, mescolandosi con gli spettatori che hanno ripreso i gesti, trasformando l’evento in una festa collettiva. Ogni movimento traduceva fragilità e forza, la voglia di non arrendersi e di riaffermare la vita sulle tracce della distruzione.
La fase conclusiva si è svolta nell’ampio spazio dell’ex Chiesa di Gesù e Maria, opera di Nanda Vigo. Qui le coreografie si sono susseguite fluide, tra momenti corali e passaggi individuali, sotto lo sguardo attento e discreto di Virgilio Sieni. La danza ha disegnato cerchi concentrici, vere e proprie mappe simboliche dove ciascuno ha trovato modo di esprimersi con il proprio corpo. L’uso delle macerie come oggetti rituali ha dato al rito un tono solenne, ma laico, dove la memoria diventa presenza viva, fisica e spirituale. Ogni gesto, calibrato e intenso, ha trasmesso emozione e un profondo senso di unione, trasformando la danza in un atto di riscatto e di orgoglio per abitare quel luogo con consapevolezza.
Nonostante l’atmosfera da città-museo, Gibellina non è un paese fantasma. Le sue strade spesso vuote e l’architettura essenziale raccontano una realtà complessa: molti abitanti mantengono un legame forte con la città, nonostante le difficoltà e la mancanza di servizi adeguati, compresi i trasporti pubblici insufficienti per raggiungere le opere sparse sul territorio, dal celebre Cretto di Alberto Burri al Museo delle Trame Mediterranee con installazioni come la Montagna di Sale di Mimmo Paladino. “Cerimonia” ha rappresentato un’occasione per riavvicinare la gente al patrimonio artistico e per rinsaldare quel senso di appartenenza che spesso vacilla. La sala dedicata a Mario Schifano nel MAC di Gibellina testimonia come artisti ancora oggi lavorino sul territorio, costruendo ponti tra arte e vita di tutti i giorni. È proprio questo intreccio, più di ogni altra cosa, a fare di Gibellina qualcosa di più di un museo all’aperto: un luogo vivo di cultura, memoria e partecipazione.
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