Era una mattina di giugno quando, tra il silenzio solenne della chiesa di Santa Maria di Pomposa a Codigoro, si sono conclusi mesi di lavoro meticoloso. Quelle antiche mura, custodi di secoli di storia, hanno visto riaffiorare colori e figure un tempo sbiadite, grazie al restauro degli affreschi della basilica. Un progetto lungo più di quindici anni che non si limita a preservare l’arte, ma ne riscopre i segreti. Nel 2026, il complesso abbaziale, già celebre per la sua architettura e il riconoscimento UNESCO, si arricchisce di nuove rivelazioni: dettagli nascosti emergono, raccontando storie di fede e maestria artistica che sembravano perdute nel tempo.
Il complesso monumentale di Pomposa, in provincia di Ferrara, è uno dei simboli più importanti dell’eredità benedettina nel Nord Italia. L’abbazia nasce tra VI e VII secolo, su un’isola – l’insula Pomposia – quasi circondata dall’acqua e vicina al mare, scelta per il suo isolamento e la sua tranquillità, ideale a preservare la vita spirituale. Nei secoli, soprattutto dopo l’anno Mille, l’abbazia ha raggiunto grande influenza. Fu un punto di riferimento culturale e religioso grazie ad abati lungimiranti come San Guido e a figure chiave come Guido d’Arezzo, monaco e teorico musicale che inventò la notazione delle sette note, rivoluzionando la musica sacra e non solo. Tra le leggende che circondano il luogo, si narra che Dante Alighieri abbia soggiornato a Pomposa durante i suoi spostamenti tra Ravenna e Venezia. Alcuni studiosi ipotizzano che gli affreschi della basilica abbiano ispirato alcune immagini della Divina Commedia, un legame affascinante tra arte e letteratura.
Dentro la Basilica di Santa Maria a Codigoro, l’arte si mostra nelle tre navate scandite da colonne che richiamano lo stile ravennate e bizantino. Le pareti si vestono di un ricco ciclo di affreschi, che spaziano da episodi biblici a simboli sacri. Spicca il Cristo in gloria nella conca absidale, realizzato nel 1351 da Vitale da Bologna, accompagnato dagli Evangelisti e dai Dottori della Chiesa. Insieme alle storie di Sant’Eustachio, compongono un quadro denso di significati teologici e artistici. Nella navata centrale si sviluppa una lunga e complessa serie di scene tratte dal Vecchio e Nuovo Testamento, firmate dalla scuola bolognese del Trecento. A chiudere il racconto visivo, il Giudizio Universale sulla controfacciata domina l’ingresso con la sua imponenza. Il pavimento musivo merita una menzione a parte: fatto di maioliche dal VI al XII secolo, con motivi geometrici, disegni vegetali e figure animali, racconta le stratificazioni storiche del monumento.
Il restauro appena concluso è parte di un percorso iniziato nel 2010 dalla Soprintendenza di Ravenna. Fin dall’inizio, si è scelto un approccio programmato e costante, lasciando da parte interventi emergenziali per puntare a una manutenzione regolare e approfondita. Così si preservano gli affreschi in modo sistematico, prevenendo danni e approfondendo la conoscenza del complesso. Questa volta il lavoro si è concentrato sulle navate laterali, particolarmente esposte a luce e agenti atmosferici. La squadra del Laboratorio Ottorino Nonfarmale, guidata dal restauratore Giovanni Giannelli, ha lavorato con puliture delicate, rimozione controllata delle parti danneggiate e consolidamento dei pigmenti, accompagnando tutto con una documentazione precisa fatta di foto ad alta risoluzione e rilievi fotogrammetrici. Oltre a migliorare la conservazione, gli interventi hanno portato alla luce decorazioni nascoste sotto strati di restauri precedenti o deturpazioni. Queste scoperte ampliano la conoscenza delle varie fasi storiche del monumento, offrendo un quadro più ricco della sua evoluzione artistica.
L’abbazia di Pomposa è un patrimonio complesso, fatto di strati di storia e segni di passaggi diversi. Il suo valore non è solo religioso, ma anche culturale e artistico, un punto di riferimento per il territorio ferrarese e oltre. I restauri, condotti con un metodo graduale e costante, valorizzano non solo l’aspetto estetico, ma anche quello storico e scientifico del monumento. Il lavoro congiunto tra restauratori, storici dell’arte e tecnici ha migliorato la gestione del sito, garantendo una fruizione più consapevole e protetta. Grazie a questi interventi, le navate laterali tornano a mostrare la loro bellezza originale, raccontando storie che altrimenti sarebbero andate perdute. Il cantiere di Pomposa resta così un esempio concreto di come arte e storia possano dialogare con il presente attraverso passione, rigore e attenzione ai dettagli.
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