L’Odissea di Nolan: il film politico che riscrive il mito di Ulisse nell’Italia di oggi

“L’eroe non è chi vince, ma chi lotta.” Questa frase, che potrebbe sembrare un semplice mantra, risuona potente nel cuore dell’ultimo film di Christopher Nolan. Non è solo un adattamento del poema omerico o una rivisitazione di un classico antico. Dietro le immagini e i dialoghi, si cela un mondo complesso, a tratti oscuro, dove eroi segnati dal passato si muovono tra ombre e pericoli concreti. Nolan, da sempre affascinato da figure tormentate e da minacce che sfumano tra mito e realtà, porta avanti un discorso cinematografico che tocca corde profonde e inquietanti. Qui, l’Occidente non è solo un luogo geografico, ma un terreno di scontro tra passato e presente, tra leggenda e verità.

Ulisse, un eroe più fragile che mai

L’Ulisse di Nolan è lontano dall’immagine dell’eroe greco tradizionale. Qui è un uomo segnato da debolezze e conflitti interiori. Matt Damon, nel ruolo, dà vita a un Ulisse quasi un’ombra degli eroi che Nolan ha già portato sullo schermo. Marco Giusti lo definisce “cupamente disperato”, una sorta di eco di Oppenheimer, che si confronta con un passato che non dà pace.

Questo tipo di protagonista è una costante nei film di Nolan. Pensiamo al Batman di Christian Bale, tormentato non solo dalle minacce esterne ma anche da un senso di colpa profondo e da scelte morali difficili. O al detective Will Dormer di Insomnia, alle prese con dubbi esistenziali e un clima di tensione costante.

L’Ulisse di Nolan incarna così il conflitto tra il desiderio di controllo e la consapevolezza che l’ordine è fragile. Damon restituisce un personaggio che lotta con un male interiore, qualcosa di insolito per un eroe epico, ma ormai cifra distintiva del cinema del regista e della paura che il passato possa travolgere il presente.

Le minacce all’Occidente nel cinema di Nolan

Un filo che attraversa i film di Nolan è la paura di una minaccia che può mettere a rischio le basi della nostra civiltà, in particolare quella occidentale. Questa inquietudine si fa sentire non solo nei temi, ma anche nelle immagini e nelle atmosfere che il regista costruisce.

In Interstellar, per esempio, una tempesta di sabbia devasta il Midwest americano, spingendo il protagonista Cooper a un viaggio tra le stelle. Qui il pericolo è al tempo stesso personale e universale: la fine del pianeta si intreccia con la necessità di recuperare ciò che si è perso.

Nel 2017, con Dunkirk, Nolan racconta un evento storico preciso: l’evacuazione delle truppe britanniche dalla spiaggia francese nel 1940. È un momento di crisi e resistenza decisivo per l’Europa. La minaccia è chiara e diretta, ma non manca quella stessa tensione di impotenza e sacrificio che si respira in tutta la sua opera.

Tenet, del 2020, sposta tutto nel futuro ma cambia prospettiva: il pericolo non è solo da evitare, è il futuro stesso che si rivela una minaccia. Kenneth Branagh interpreta l’oligarca Sator, un anti-eroe che vuole manipolare il tempo per controllare il conflitto. John David Washington deve muoversi su più piani temporali per fermarlo, in una lotta che è allo stesso tempo personale e collettiva.

Infine, Oppenheimer, con Cillian Murphy protagonista, racconta la nascita della bomba atomica. Qui il senso di colpa si fa enorme, esistenziale e sociale. Un uomo che sembra un supereroe della scienza, ma che nasconde un tormento profondo, legato non solo alle scelte personali ma alla responsabilità globale di un potere distruttivo. L’immagine finale di Einstein che osserva da lontano la distruzione vista dallo spazio è una sintesi potente di questa minaccia universale.

Il senso di colpa, motore dell’Odissea di Nolan

L’Ulisse di Nolan è spinto da un senso di colpa che è il cuore del film: un inganno con conseguenze che non si possono più tornare indietro. Il cavallo di Troia, simbolo strategico e faro della storia omerica, qui si carica di un valore ambiguo. Non è solo una tattica militare, ma una violazione di un codice morale profondo.

Il rimorso del protagonista si sente forte e si lega alla fine di un’epoca, a un cambio di gioco nelle dinamiche di potere e civiltà. Nolan sottolinea che questa colpa non è solo personale, ma esistenziale e culturale, un peso che grava sull’umanità tutta.

Lo si vede anche nelle parole di Calipso, interpretata da Charlize Theron, che invita Ulisse a riconoscere come il suo viaggio abbia scosso le fondamenta di quel “posto che chiamiamo casa”. I sette anni lontano da Itaca diventano un simbolo di un trauma collettivo, dove ciò che era sicuro e conosciuto si è frantumato.

La minaccia più grande, insomma, non viene dall’esterno ma dall’interno. Un’idea che Nolan porta avanti con forza, mettendo in discussione la nostra stessa esistenza e il senso delle nostre azioni.

Con questa Odissea moderna, Nolan continua il suo percorso artistico che fonde mito e attualità, eroi e riflessioni profonde sul potere, il senso di colpa e la fragilità delle nostre società. Senza facili lezioni, il regista offre uno sguardo complesso sulla natura umana e sulle insidie che il presente ci riserva.

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