Dieci anni fa, nel 2016, Tommaso Labranca se ne andò quasi in silenzio, lasciando un vuoto che si avverte ancora oggi. In un panorama culturale italiano spesso invaso dalla banalità e da conformismi intellettuali soffocanti, la sua voce era un’eccezione. Non era solo un critico o un appassionato di cultura pop; Labranca aveva un talento raro: vedeva oltre la superficie, smascherava ipocrisie e falsi miti dietro l’arte contemporanea, la televisione, la cultura di massa. Claudio Giunta, nel suo ritratto, restituisce un uomo autentico, senza filtri, un intellettuale anticonformista e inquieto, capace di leggere il nostro tempo con una lucidità che manca ancora oggi.
Labranca e la cultura pop: più del semplice trash
Spesso etichettato come “teorico del trash”, Labranca rischia di essere ridotto a una figura minore. Ma fu proprio lui a portare la cultura pop estrema fuori dall’ombra degli snobismi accademici, riconoscendole un valore critico e antropologico. Non si trattava di nostalgia o semplice recupero: il suo lavoro si legge come un’analisi tagliente di fenomeni apparentemente marginali ma capaci di rivelare molto sulla società. Le sue fanzine autoprodotte, i suoi oggetti editoriali insoliti, come quei CD con frasi ripetute all’infinito, mostrano uno sperimentatore che sapeva ironizzare sul circo mediatico degli anni ’90 e 2000.
Labranca non si è mai lasciato incasellare in etichette strette. Era un esploratore del sottobosco culturale, con uno sguardo feroce e critico. La sua messa in discussione dei cliché artistici e televisivi era segnata da una disillusione profonda verso ogni forma di spettacolarizzazione, sia quella di basso profilo che quella ufficiale. Il titolo del suo ultimo libro, “Nemici del popolo”, racconta bene questa tensione tra satira e partecipazione, tra distanza critica e impegno.
Arte contemporanea e marketing: la denuncia di Labranca
Al centro del suo pensiero c’è un filo rosso: l’arte contemporanea, pur presentandosi come elevata e visionaria, spesso si rivela superficiale e artificiosa. Labranca osservava come certi ambienti confezionassero la creatività in modo artificioso, svuotando i progetti di significato e trasformandoli in esercizi di stile privi di profondità.
La sua metafora di Klingsor, il personaggio wagneriano che definì “barocco brianzolo”, coglieva perfettamente quel mondo: decorazioni fragili, illusioni svelate facilmente, spazi dove dietro l’apparenza non c’è nulla da scoprire. Con una lucidità disarmante denunciava queste promesse vuote di riscatti intellettuali, senza mai cadere nella trappola di far parte del sistema che criticava.
Questa presa di posizione lo portò ai margini del circuito culturale ufficiale. Labranca scelse un esilio volontario, rinunciando a compromessi che avrebbero potuto garantirgli una carriera più lineare ma meno sincera. Il suo “falò delle vanità” personale fu una contestazione netta, che bruciava tanto la follia del mercato dell’arte quanto le ambiguità di una cultura incapace di riconoscere i suoi critici più lucidi.
Il problema italiano: riconoscere chi osa essere originale
La storia di Labranca mette in luce un problema più ampio della cultura italiana: la difficoltà, a volte quasi la paura, di riconoscere e sostenere i talenti autentici. In un sistema spesso dominato da clientelismi, conformismi e paura di sbagliare, tanti creatori e intellettuali validi restano ingiustamente ai margini.
Il risultato è un paradosso: nuove idee e voci critiche emergono costantemente, ma l’apparato culturale tende a ignorarle o a sminuirle, preferendo investire su figure straniere o mode intellettuali ormai superate. Questa dinamica non solo blocca la crescita culturale, ma alimenta un sistema di vassallaggi e scambi di favori, incapace di un vero confronto critico.
Labranca ha scelto di non adattarsi a questo sistema. Riconoscerlo significa ammettere che il talento vero spesso dà fastidio a chi preferisce la comodità della ripetizione al rischio dell’innovazione.
Ha preso la sua passione per il “trash” e l’ha trasformata in uno strumento per smascherare le malattie profonde della nostra cultura. Il suo lavoro resta un punto di rottura e un’eredità che non si può ignorare nel panorama italiano di oggi.