Tunisi si prepara a trasformarsi in un crocevia di voci e colori dal 23 ottobre al 22 novembre. La quarta edizione di Jaou Biennale non sarà una semplice esposizione d’arte, ma un vero e proprio laboratorio vivente. Il suo cuore? La diversità, raccontata attraverso opere che parlano di incontri e convivenze possibili. Becoming the Ocean — un titolo preso in prestito da Khalil Gibran — evoca l’idea di identità che si intrecciano senza annullarsi, come correnti che si fondono nell’immensità del mare. In un tempo segnato da conflitti, migrazioni e crisi ambientali, questa Biennale si fa spazio per riflettere, senza cercare soluzioni facili, ma accogliendo contraddizioni e nuove prospettive. Lina Lazaar, la direttrice artistica, lo dice chiaro: l’arte qui diventa strumento di dialogo e comprensione, un invito a vedere la complessità del nostro mondo con occhi diversi.
Becoming the Ocean nasce in risposta a un mondo segnato da conflitti, migrazioni forzate e crisi ambientali profonde. Lina Lazaar spiega che l’obiettivo non è dare risposte facili o uniformare le differenze, ma piuttosto favorire la convivenza di molte correnti culturali e sociali, come rami di un unico grande sistema fluido. La Tunisia, per la sua posizione strategica tra Africa, Medio Oriente ed Europa, e per la sua storia di luogo d’incontro, gioca un ruolo centrale in questo racconto. Jaou sceglie di essere meno una mostra tradizionale e più una piattaforma dove l’ospitalità diventa pratica concreta, capace di accogliere artisti, studiosi e pubblico in un confronto vero. L’arte si fa così strumento per immaginare futuri ancora privi di voce politica, capace di abitare la complessità senza banalizzarla.
Dietro la selezione degli artisti coinvolti non c’è una semplice lista, ma un percorso fatto di scambi e discussioni. Lina Lazaar ha chiesto a un gruppo di curatori e collaboratori di indicare due artisti ciascuno, le cui ricerche toccano temi importanti per il presente. La scelta si è basata più su affinità di contenuti che su provenienza geografica, privilegiando chi affronta la complessità sociale e culturale con uno sguardo originale. I temi toccano la memoria collettiva, la migrazione, la spiritualità, l’ecologia, il lavoro e la rappresentazione politica e sociale. Questo insieme di voci crea una sorta di costellazione di opere senza un filo narrativo unico, ma aperta a domande, ambiguità e contraddizioni. L’idea è evitare il didatticismo e favorire un dialogo dove le domande dell’arte stimolano più delle risposte già date.
La Biennale si svolgerà nella suggestiva Caserne El Attarine, un luogo ricco di storia e con un’architettura particolare che ospiterà molte opere create appositamente per l’occasione. Lazaar racconta che molti artisti hanno trascorso mesi a studiare la Tunisia, dalle sue tradizioni ai cambiamenti sociali e politici, per radicare profondamente il loro lavoro nel contesto locale. L’evento proporrà installazioni, sculture, fotografie, video e performance sonore. Alcune opere invitano alla riflessione silenziosa, altre chiedono al pubblico di partecipare attivamente o si sviluppano nel tempo attraverso eventi performativi. Tra i temi emergono questioni legate ai confini geografici e culturali, ai rituali collettivi, alla cura e alle relazioni con l’ambiente. Un elemento di rilievo sarà il video, medium centrale in questa edizione, che spinge lo spettatore da osservatore a protagonista sociale. Così l’arte contemporanea si fa esperienza che coinvolge tutti i sensi e va oltre la semplice visione.
La partnership con il Centre d’Art Contemporain Genève segna un passo importante per Jaou Tunis. Nato da un’amicizia e una visione condivisa tra Lina Lazaar e Andrea Bellini, il progetto BIM’26 si è sviluppato insieme fin dall’inizio, rompendo con i modelli espositivi chiusi. Questa collaborazione si distingue per un vero scambio di idee e competenze, unendo reti diverse. L’iniziativa dimostra come le istituzioni culturali possano rispondere alle sfide economiche e sociali di oggi superando l’isolamento e promuovendo una solidarietà concreta e strutturata. In fondo, questo approccio è già un gesto curatoriale, capace di ampliare la conoscenza collettiva e di valorizzare l’interscambio come risorsa fondamentale per il presente e il futuro della cultura.
Jaou non è solo un’esposizione: è una piattaforma dove artisti, pensatori e pubblico si incontrano in un calendario fitto di appuntamenti. Conversazioni, performance, proiezioni e momenti musicali si susseguono per alimentare un dialogo vivo sulle trasformazioni sociali, culturali e artistiche. Molti incontri si svolgono fuori dalle sale, in caffè o durante passeggiate tra le sedi, dove la condivisione nasce spontanea. L’edizione 2026 mantiene un equilibrio tra voci locali e internazionali, dando spazio agli artisti e intellettuali tunisini nel dibattito globale. L’ospitalità, parola chiave e nomade in dialetto tunisino jaou, guida i visitatori a vivere la mostra non solo con gli occhi, ma come parte di una cultura collettiva. Così si ridefinisce il rapporto tra arte e società, puntando sull’importanza di atmosfere condivise come motore di coesione.
Fin dall’inizio, Jaou ha lavorato in sinergia con la cultura tunisina, coinvolgendo non solo artisti stranieri ma anche attori locali in ogni fase dell’organizzazione. Artisti, università, artigiani e operatori culturali partecipano tutto l’anno, costruendo un ecosistema che va ben oltre il mese della mostra. Jaou vive la città, animando siti storici che diventano parte del percorso artistico e offrendo nuovi modi di guardare Tunisi. Questo dialogo tra arte e territorio punta a valorizzare le identità locali e a rafforzare il senso di appartenenza della comunità, aprendo a scoperte e stimoli nuovi. La Biennale si presenta così come un evento che costruisce relazioni durature, multilivello e produttive, diventando uno spazio di crescita e confronto per l’intero ecosistema culturale tunisino e internazionale.
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