Nella notte tra il 23 e il 24 luglio 1974, sette opere d’arte sparirono dal Museo del Broletto di Novara. Tra queste, un piccolo dipinto che portava il nome di Antonello da Messina: l’“Ecce Homo”. Quel quadro, un capolavoro del Rinascimento, non è mai più riapparso. Solo una vecchia fotografia del 1961 testimonia la sua esistenza. Nessuna traccia, nessun indizio, un vuoto che pesa ancora oggi. Non è un caso isolato: altre opere legate ad Antonello sono svanite nel tempo, vittime di furti o sparizioni misteriose. A Novara, questa perdita ha lasciato un segno profondo, una ferita aperta nella storia del Broletto e del suo patrimonio artistico.
Il Broletto di Novara: un museo con una storia lunga e complessa
Il Broletto di Novara non è solo un museo: è un insieme di palazzi che si sono fusi nel corso dei secoli, dal XIII al XVIII secolo. Il Palazzo dell’Arengo, il Palazzetto dei Paratici, il Palazzo del Podestà e il Palazzo della Referenderia si sono uniti per dare vita a un luogo centrale nella vita pubblica e politica della città. Nel corso del tempo, soprattutto nell’Ottocento e con i restauri degli anni Trenta del Novecento, l’edificio ha cambiato volto, diventando un punto di riferimento culturale. Dopo la Seconda guerra mondiale, il salone dell’Arengo ospitava cerimonie e grandi mostre, mentre il resto del complesso conservava le collezioni cittadine, tra cui spiccava quella di Alfredo Giannoni, che raccontava l’arte locale e nazionale di fine Ottocento e inizio Novecento.
Ma nel 1974, il museo mostrava ancora molte fragilità. Il sistema di sicurezza era antiquato, privo di moderni impianti antifurto e senza una sorveglianza adeguata. Mancava anche una direzione stabile. Queste carenze hanno spalancato la porta ai ladri, facendo emergere un problema noto in molti musei di provincia in Italia. Il furto mise in luce quanto fosse urgente migliorare la tutela dei nostri tesori meno conosciuti, segnando un punto di svolta nel modo di affrontare la sicurezza.
La sparizione dell’Ecce Homo e i dubbi sull’attribuzione
L’Ecce Homo, rubato quella notte insieme ad altre sette opere, è diventato un simbolo del patrimonio novarese perduto. Si tratta di un quadro di piccole dimensioni, attribuito per anni ad Antonello da Messina, ma la paternità non è mai stata del tutto certa. Oggi la Fondazione Zeri lo classifica come opera anonima del XV secolo, pur riconoscendo che in passato era stato attribuito anche a Pietro de Saliba, allievo di Antonello. Questa incertezza complica la storia stessa del dipinto e rende più difficile la ricerca del quadro scomparso. Fino a quella fatidica notte, l’opera era esposta al Broletto di Novara.
Le cronache dell’epoca non raccontano solo della perdita di opere di grande valore, ma mettono in luce anche l’impreparazione del museo dal punto di vista strutturale e gestionale. Il caso dell’Ecce Homo è emblematico anche perché mostra come spesso le informazioni su questi capolavori siano incomplete o confuse, un problema ricorrente nel nostro patrimonio artistico, dove catalogazioni e documentazioni sono spesso vecchie o frammentarie. Nel 2021, a decenni di distanza, la vicenda è tornata a far parlare di sé grazie alla trasmissione Rai “Chi l’ha visto?”, che ha rilanciato l’appello per ritrovare il quadro ancora disperso.
Il furto dell’Ecce Homo si inserisce in una lunga lista di opere sparite in Italia, spesso difficili da rintracciare sul mercato nero o nelle reti illegali. Per recuperarle serve precisione nelle descrizioni, attenzione alla storia dietro ogni pezzo e un lavoro di squadra tra istituzioni, elementi fondamentali per provare a rimettere insieme i pezzi di un patrimonio trafugato.
SCALA e la fotografia: l’unica traccia rimasta dell’Ecce Homo
A tenere viva la memoria dell’Ecce Homo ci ha pensato una fotografia scattata nel 1961 da SCALA – Istituto Fotografico Editoriale, nato a Firenze nel 1953. Fondato da studenti di storia dell’arte, SCALA si è subito impegnato a documentare con immagini di qualità le opere e i monumenti italiani. Grazie anche al sostegno dello storico Roberto Longhi, l’istituto puntò su fotografie a colori, fondamentali per studi e pubblicazioni.
Quell’immagine è arrivata fino a noi e ha permesso di identificare con certezza la tela scomparsa, diventando uno strumento prezioso nelle indagini sul patrimonio rubato. Nel 2020, grazie alla collaborazione tra SCALA e il Comando Carabinieri per la Tutela del Patrimonio Culturale, quella fotografia è stata inserita nelle ricerche attive sui beni dispersi, offrendo così un aiuto concreto alle indagini e alla ricostruzione storica.
La storia dell’Ecce Homo racconta una realtà più ampia: dal dopoguerra a oggi, tante opere d’arte sono scomparse senza lasciare traccia. Ma grazie a istituti come SCALA, la memoria fotografica resta un’arma potente per mantenere vivi nel tempo quei capolavori ormai evanescenti. Altre opere come la Natività di Caravaggio o la Madonna dell’Orto di Bellini condividono la stessa sorte, sottolineando l’importanza di una documentazione seria e aggiornata per difendere la nostra storia.
Oggi, quella fotografia del 1961 è l’unica testimonianza visiva dell’Ecce Homo al Broletto di Novara. Un’immagine che è nelle mani di chi lotta per la salvaguardia e la restituzione delle opere d’arte rubate, mantenendo accesa la speranza di un giorno rivedere questo capolavoro tornare a casa.