Bartolo Cattafi nacque a Barcellona Pozzo di Gotto nel 1922, senza mai conoscere suo padre, medico scomparso pochi mesi prima della sua venuta al mondo. Crescere senza una figura paterna, sotto lo sguardo vigile della madre e dello zio Enrico Barresi, fu solo uno dei primi colpi duri della sua esistenza. Ma fu proprio grazie a quest’ultimo che Cattafi si avvicinò all’arte, immerso nel fermento dei pittori futuristi come Guglielmo Jannelli e Giacomo Balla. La Seconda Guerra Mondiale, con la sua brutalità e i suoi contrasti, forgiò il carattere e la sensibilità di un poeta destinato a custodire una voce singolare, a lungo dimenticata nella storia della poesia italiana.
Nel 1940 Cattafi iniziò a studiare giurisprudenza a Messina, ma la carriera universitaria non lo catturò davvero. Preferiva perdersi nelle pagine di autori stranieri e italiani come Melville, Faulkner, Pavese e Pirandello. Cercava voci autentiche, cariche di dramma e verità. Nel 1943 arrivò la chiamata alle armi e fu mandato a Forlì, ma la rigida disciplina militare lo portò a un crollo nervoso che lo costrinse a tornare in Sicilia. Fu proprio in quei momenti di grande fragilità che iniziò a scrivere poesie, trovando nella parola un rifugio e un modo per esprimersi. Tra il fragore delle bombe e la tensione della guerra, Cattafi scoprì una dolcezza inattesa nelle immagini della natura che lo circondava. Quelle visioni emergono nelle sue prime poesie, a testimonianza di un rapporto profondo con la vita e la morte.
Dopo la guerra, nel 1947, Cattafi si trasferì a Milano, città che sarebbe diventata lo sfondo della sua attività più intensa. Iniziò a lavorare nella pubblicità, ma ben presto decise di lasciare quel mondo per dedicarsi alla letteratura. Frequentò scrittori e intellettuali come Sergio Solmi e Vittorio Sereni, che lo spronarono a pubblicare sulle riviste letterarie più importanti, come “Pagine Nuove”. Nel 1952 uscì la sua prima raccolta, Nel centro della mano, pubblicata dalle Edizioni della Meridiana, che segnò il suo debutto ufficiale nel panorama poetico italiano. Seguirono viaggi in Europa e Africa, esperienze che arricchirono il suo bagaglio culturale e ispirarono la seconda raccolta, Partenza da Greenwich . La sua scrittura si aprì a nuovi orizzonti, spinta anche dai lavori giornalistici, sviluppando un linguaggio ricco di immagini e riflessioni esistenziali.
Il successo arrivò tra la fine degli anni Cinquanta e i primi Sessanta con Le mosche del meriggio e soprattutto con L’osso, l’anima , pubblicato da Mondadori. La vittoria del Premio Cittadella fu un riconoscimento importante. Tuttavia, la sua produzione poetica si fermò per un po’. Grazie al ricavato della vendita di alcuni terreni, Cattafi si dedicò per quasi dieci anni alla pittura e alla fotografia, allontanandosi dalla scrittura. Nel 1967 si trasferì con la moglie Ada de Alessandri in una casa colonica vicino al suo paese natale, un luogo che sarebbe diventato il teatro della sua rinascita artistica. Nel marzo del 1971, dopo sette anni di silenzio, scrisse una quantità sorprendente di poesie in pochi mesi, un’esplosione di energia creativa che lasciò sorpresi anche chi lo conosceva bene.
I versi di Cattafi si distinguono per un mix raro di delicatezza e rigore, con una capacità quasi scientifica di scavare dentro eventi ed emozioni. Il critico Diego Conticello lo ha sottolineato nel volume che raccoglie le sue opere, ristampato nel 2022. La poesia di Cattafi non si limita a raccontare, ma indaga con attenzione e sensibilità, creando un corpus lirico che unisce esperienze personali e osservazioni del mondo. Nel 1978, un anno prima della sua morte a Milano, gli fu diagnosticato un tumore al polmone che mise fine a una vita dedicata all’arte e alla parola. Oggi, la sua eredità poetica resta apprezzata dagli addetti ai lavori, ma ancora poco conosciuta dal grande pubblico. “Una voce singolare, a lungo dimenticata.”
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