Montelapiano, in provincia di Chieti, appare come un borgo qualunque dell’Appennino: due file di case, un viale dritto e qualche edificio antico a chiudere la strada. Ma quella quiete nasconde un cambiamento radicale. Negli anni del secondo dopoguerra, una centrale idroelettrica ha rivoluzionato il paese. Non solo ha modificato il paesaggio, ma ha riscritto la vita della comunità, trasformandone usi, costumi e memoria. Oggi Montelapiano è un giardino pubblico, ma dietro questa nuova veste c’è una storia di trasformazioni profonde.
Il cambiamento di Montelapiano è legato alla costruzione della centrale idroelettrica di Villa Santa Maria, inaugurata nel 1956. Conosciuta come Terzo Salto del Sangro, fa parte di una serie di impianti disposti a cascata lungo il fiume Sangro, pensati per sfruttare al massimo l’energia dell’acqua. L’acqua, raccolta ad Ateleta, arriva fino a Montelapiano, punto cruciale del sistema, da dove scende nella condotta forzata che la porta alla centrale, posta in profondità.
Questa centrale si distingue per l’alto salto verticale, di circa 450-500 metri, che ha richiesto un intricato sistema di gallerie, vasche e tubature sotto il paese. Tra il 1950 e il 1952, nel sottosuolo del quartiere Cerri, è nato un grande cantiere per realizzare queste strutture. Sono stati necessari scavi, esplosioni controllate e modifiche pesanti al crinale roccioso sotto le case. E tutto questo non è passato senza lasciare segni su Montelapiano.
Montelapiano sorge su un terreno di calcare marnoso, fragile e sensibile alle vibrazioni. Fin dai primi lavori, nel ‘50, sono apparse crepe nelle case del quartiere Cerri, accompagnate da problemi di stabilità che hanno messo a rischio la sicurezza degli edifici. Documenti e testimonianze dell’epoca confermano il legame diretto tra gli scavi e il deterioramento delle abitazioni.
La situazione ha spinto le autorità a prendere una decisione drastica: il quartiere danneggiato è stato abbandonato e poi demolito. Le famiglie sono state trasferite più a valle, lungo il pendio, dove sono state costruite nuove case, più regolari e allineate, in netto contrasto con il vecchio borgo. Oggi, in superficie, si vedono ancora alcune tracce dell’impianto idroelettrico, come l’ingresso della centrale e una grande struttura in cemento armato per la condotta, ma la maggior parte resta nascosta dentro la montagna.
La storia di Montelapiano si differenzia da quella di altri borghi italiani colpiti da grandi opere idroelettriche. A differenza di Curon Venosta o dei paesi sommersi dai laghi artificiali del Salto e del Turano, qui non si è verificata un’inondazione. È stato invece il cantiere stesso a provocare il cambiamento: i danni causati dagli scavi hanno portato alla demolizione e ricostruzione, senza però cancellare completamente il paese.
Questa particolarità rende Montelapiano un caso unico nell’Appennino e in tutta Italia. Il paese si è trasformato con un taglio netto e una ricomposizione visibile, più simile a una cicatrice che a una cancellazione totale. La memoria del luogo è rimasta intatta proprio grazie alle scelte urbanistiche e architettoniche del dopoguerra.
Per un po’ di tempo, lo spazio lasciato vuoto dalla demolizione di Cerri è rimasto una zona di rispetto legata ai lavori sotterranei, non subito riutilizzabile. Solo all’inizio degli anni Sessanta quell’area è diventata la villa comunale di Montelapiano: un giardino pubblico nato proprio sul terreno delle case distrutte.
Oggi il giardino segna una linea di separazione netta nel paese: da una parte il centro storico sul crinale, dall’altra il quartiere ricostruito che scende verso valle. All’ingresso si trova una delle vecchie case superstiti, ora sede di uffici pubblici. Il parco ospita una fontana, una piazza panoramica con una quercia e una panchina dedicata agli innamorati, aree gioco, un percorso fitness, piccoli spazi di devozione e un monumento ai caduti. Negli anni si è aggiunto anche un parco a tema dinosauri, pensato per i più piccoli.
Non è solo un giardino, ma un luogo che racconta la trasformazione del paese, un punto di incontro tra passato e presente nella vita della comunità.
In questa storia torna alla mente il kintsugi, l’arte giapponese di riparare le ceramiche rotte con l’oro, esaltando invece che nascondendo le crepe. Montelapiano ha vissuto una sorta di kintsugi involontario: la ferita causata dalla demolizione e ricostruzione non è stata cancellata, ma integrata nel paesaggio e nella memoria.
Il giardino pubblico è la “linea d’oro” che unisce i due pezzi del paese. Questo equilibrio tra vecchio e nuovo, tra rottura e continuità, dà vita a un tessuto urbano che racconta la storia della comunità senza nascondere il segno del cambiamento.
Ancora oggi Montelapiano porta i segni di quel periodo. Il grande cavalletto in cemento armato per la condotta è uno dei simboli più evidenti della presenza industriale. Sul lato opposto della cresta si nota il deposito di materiale di scavo, lasciato così com’è, senza rimodellare il terreno.
Ma ci sono anche tracce meno visibili, come le opere sotterranee, scavate con tecniche e esplosivi. E c’è qualcosa che non c’è più: “il Finestrone”, una parete rocciosa naturale con un ampio affaccio panoramico, demolita per recuperare materiale da costruzione. Ne resta solo il nome e il ricordo tra gli anziani del paese.
A più di settant’anni dalla sua nascita, la centrale idroelettrica è ancora un simbolo di progresso e modernità nel cuore dell’Appennino. Il paese e le sue opere raccontano un’epoca di grandi cambiamenti, che hanno segnato profondamente il territorio e la gente che ci vive.
Il contrasto tra il borgo antico in pietra e le strutture in cemento riflette un rapporto complesso tra tradizione e innovazione. Montelapiano racconta così la storia del dopoguerra, fatta di demolizione, ricostruzione e nuova identità collettiva. La cicatrice lasciata dall’industria è ormai parte del paesaggio urbano e contribuisce a definire l’anima di questo piccolo comune abruzzese.
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