Nedda Guidi ha cambiato per sempre la ceramica. Così sentenzia chi la conosce da vicino, e a Venezia, alla Biennale Arte 2024, il suo nome non è più un sussurro nel mondo dell’arte ma una presenza ingombrante e necessaria. Sessant’anni di lavoro, di rotture di schemi, di coraggio contro un’arte considerata troppo spesso “minore”. Nata a Gubbio nel 1927, Guidi non è stata solo un’artista: è stata una pioniera femminista e queer, capace di far esplodere i confini della ceramica, portandola dal margine al centro del dibattito contemporaneo. Le sue opere brillano ora tra il Padiglione Centrale e Forte Marghera, segnando una svolta definitiva nella storia dell’arte.
La carriera di Nedda Guidi parte da Roma, dove si trasferisce all’inizio degli anni Cinquanta, dopo la laurea in Filosofia all’Università di Urbino. Nel 1964 arriva la prima mostra personale, alla Galleria Numero, con la curatela di Filiberto Menna: un momento chiave che conferma il suo interesse per una ceramica sperimentale e fuori dagli schemi. Già nel 1961 aveva partecipato a una collettiva sull’Informale a Bologna, segno di una ricerca verso forme più libere e astratte.
In quegli anni, la sua cifra stilistica si esprime con sottilissimi fogli di terracotta ricoperti da smalti metallizzati sovrapposti. Guidi si chiedeva come trasmettere, su queste superfici, la fragilità e la poesia di forme essenziali e in movimento. Il suo lavoro rompeva con le tradizioni artigianali: univa figurazione e astrazione, esaltava le imperfezioni naturali come crepe e venature, facendo emergere una materia viva, quasi pulsante.
Ma non si fermava alla superficie: per lei la ceramica era una sfida formale, uno spazio dove mettere in gioco idee e riflessioni personali. Il mestiere artigianale diventava così arte vera e propria, superando la linea tra manualità e creazione estetica.
Dopo questa prima stagione, tra metà e fine anni Sessanta, Guidi apre nuove strade puntando sulla geometria e la ripetizione modulare delle forme. Il cosiddetto codice-modulo nasce come un sistema rigoroso, in cui la ripetizione e la combinazione degli elementi creano superfici dinamiche, quasi matematiche ma con un impatto visivo potente.
Il colore diventa protagonista: smalti intensi, neri con alluminio, rossi profondi e blu densi animano le sue opere. All’inizio degli anni Settanta arriva la svolta: Guidi abbandona gli smalti per usare ossidi colorati mescolati direttamente all’argilla. Così il colore si fonde con la materia, diventando parte integrante dell’oggetto.
Le famose Tavole di campionatura ne sono l’esempio più chiaro. Qui, impasti colorati portano incise informazioni precise su composizione chimica, origine delle terre, date e luoghi di raccolta. Non solo arte, ma una ricerca attenta e profonda, che guarda all’ambiente e al materiale con rigore scientifico e passione artigianale.
Nel corso degli anni, il lavoro di Nedda Guidi ha conquistato riconoscimenti importanti. Nel 1985 è tra i protagonisti della mostra “Scultura e ceramica nell’arte italiana del XX secolo” a Bologna, confermando il suo ruolo di primo piano nel panorama ceramico italiano. Parallelamente, le sue opere viaggiano all’estero, da Praga ad Ankara, da Madrid a Seul, portando il suo messaggio oltre confine.
Il suo impegno non si limita alla produzione artistica: Guidi ha una lunga carriera da docente universitaria, trasmettendo metodi e conoscenze innovative. Nel 2013 il Museo della Ceramica di Montelupo le dedica un omaggio importante, seguito l’anno dopo da una doppia personale a Roma, alla Monserrato Arte 900, insieme a Rosanna Lancia.
Dopo la sua scomparsa nel 2015 a Roma, la sua eredità continua a vivere. Nel 2016 la Biennale di Gubbio le dedica una grande antologica a confronto con Mirella Bentivoglio. Nel 2017 il progetto “Nedda Guidi. Tre Chiese, Quattro Meditazioni” porta le sue opere in chiese storiche di Roma, sottolineando il dialogo tra arte, spiritualità e spazio.
Nel 2025, la sua terra d’origine le rende omaggio con “Nedda Guidi Itinerario Umbro”, un percorso diffuso che intreccia musei e istituzioni intorno a Todi. La Sala delle Pietre del Municipio ospita la raccolta più completa, offrendo uno spaccato di tre decenni di lavoro, dagli anni Sessanta agli anni Novanta.
Milano si prepara a un grande tributo per Nedda Guidi. Dal primo ottobre 2026 al 9 gennaio 2027, la Scaramouche Gallery ospiterà “Memoria lineare”, una mostra dedicata alle opere realizzate tra gli anni Sessanta e Ottanta. Le opere, provenienti da collezioni private milanesi, mettono in luce l’importanza di Guidi nell’arte contemporanea, con un focus sugli aspetti concettuali e formali del suo lavoro.
La scelta di Milano non è casuale: qui, nel 1977, l’artista aveva esposto alla Galleria Arte Centro, con lavori che riflettevano la sua ricerca più concettuale. Questa mostra anticipa un programma più ampio, previsto per il centenario della sua nascita, nel 2027.
Le celebrazioni coinvolgeranno anche importanti istituzioni internazionali, come il Museo Internazionale delle Ceramiche di Faenza e la Fondazione Mimosa’s House di Londra. Sono in programma altre mostre in Italia, ancora in fase di definizione. Un calendario che conferma come Nedda Guidi resti una figura centrale nella storia dell’arte contemporanea, grazie a un percorso artistico rigoroso e originale.
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