Nel 2015, l’apertura del MUDEC aveva scatenato più di qualche polemica. Undici anni dopo, David Chipperfield torna a Milano per guidare il nuovo allestimento permanente del museo. Non è un semplice restyling: il progetto punta a dare vita a quella visione originale che, fino a oggi, non è mai stata completata. Il MUDEC, nel cuore della città, si prepara a un rilancio importante, in un momento cruciale per la sua stessa gestione. Dietro questo ritorno, una storia fatta di tensioni, scelte difficili e passaggi decisivi che hanno segnato il percorso del museo.
Il Comune di Milano ha affidato a David Chipperfield Architects un incarico che va ben oltre una revisione estetica. Con un documento ufficiale di fine settembre, ha chiesto allo studio britannico di riprogettare l’allestimento permanente del MUDEC. Il lavoro prevede una revisione integrata di tutti gli elementi chiave: il percorso espositivo sarà ripensato nei dettagli, dalla disposizione delle opere alla grafica informativa, passando per una revisione accurata di teche e illuminazione. Lo studio si occuperà anche della direzione dei lavori in cantiere, una responsabilità importante.
Questo intervento arriva in un momento di cambiamenti più ampi per il museo. Dopo che la gara per la gestione delle attività culturali e dei servizi è andata deserta, il Comune sta lavorando a una nuova strategia. Il piano prevede di raddoppiare gli spazi dedicati alla collezione civica permanente, passando da 500 a 1000 metri quadrati. Un segnale chiaro della volontà di ripensare l’identità del MUDEC, ridefinendo il rapporto tra opere, spazi espositivi e pubblico. Lo studio Chipperfield dovrà quindi mettere mano non solo agli interni, ma anche a un’idea nuova di museo, capace di rispondere alle esigenze di oggi e di domani.
Il ritorno di David Chipperfield al MUDEC ha un valore simbolico forte, se si pensa alla vicenda che ha accompagnato l’inaugurazione del museo. Nel 2015, dopo anni di lavori nella ex area Ansaldo, il MUDEC stava per aprire al pubblico. Ma quel momento tanto atteso fu segnato da uno scontro acceso tra l’architetto e il Comune, tutto incentrato su un dettaglio apparentemente tecnico: la pavimentazione.
La cosiddetta “guerra del pavimento” riguardava la pietra vulcanica dell’Etna scelta per il progetto. Secondo Chipperfield, il materiale posato non rispettava gli standard di qualità previsti: lastre con differenze di colore, scheggiature e fughe irregolari su una superficie di circa 5mila metri quadrati. Per lui, il risultato era un vero “museo degli orrori”. Lo studio non esitò a criticare duramente e arrivò a diffidare l’apertura, dissociando il proprio nome dall’edificio in quelle condizioni.
Il Comune replicò che le scelte erano state condivise durante i lavori, con visite in cava e campionature fatte anche con rappresentanti dello studio. Garantì di intervenire solo dopo l’apertura. Così, il 26 marzo 2015 il MUDEC aprì senza la presenza di Chipperfield alla cerimonia, lasciando aperta una ferita che ha pesato sull’immagine del museo per molto tempo.
Il nuovo incarico di David Chipperfield Architects non si limita a intervenire sull’allestimento o sulla collezione. Lo studio ha annunciato la volontà di tornare a quella visione architettonica originaria del museo, ritenuta fondamentale per ridefinirne il ruolo e la funzione nella scena culturale di Milano. Dopo più di dieci anni, si tratta di un ritorno alle idee di partenza, con l’obiettivo di mettere in dialogo architettura, opere e pubblico in modo coerente e nuovo.
Il progetto coinvolge ogni aspetto dell’allestimento permanente, un lavoro che non è solo tecnico ma anche culturale. La sfida è trasformare questo rapporto complesso in percorsi espositivi moderni ed efficaci, adatti a un museo in evoluzione. L’intervento di Chipperfield vuole accompagnare questo passaggio, segnato anche dalla ridefinizione della gestione e dall’urgenza di coinvolgere più attivamente cittadini e visitatori.
Questo rilancio conferma il ruolo chiave del MUDEC nella rete museale milanese, mentre la città continua a puntare sulla valorizzazione della sua offerta culturale. Un segnale forte di continuità e innovazione, che sottolinea quanto sia importante un legame saldo tra architettura e identità del luogo, tema centrale per ogni grande museo che guarda al futuro.
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