Il trauma non si cancella, si trasforma. Paolo Strippoli, nato nel 1993, ha fatto di questa verità il cuore pulsante dei suoi film. Non è un regista qualunque tra i giovani italiani: sta riportando il cinema di genere al centro del dibattito nazionale con uno sguardo intenso e preciso. In pochi anni, ha costruito una filmografia che scava senza paura nelle pieghe oscure della famiglia, nelle emozioni che sfuggono al controllo, nelle paure che ci abitano. I suoi film, un mix di horror, thriller e dramma, raccontano ansie contemporanee con una forza viscerale. Dietro l’apparente normalità dei suoi personaggi si cela un mondo teso, dove riti antichi e simbolismi forti si intrecciano in storie che non si dimenticano.
Strippoli si fa notare subito con “A Classic Horror Story” , co-diretto con Roberto De Feo. Un film che mette insieme il folk horror e le radici del Sud Italia. La trama si sviluppa tra boschi oscuri e comunità isolate, con riti e sacrifici che non sono solo scenografia, ma parte viva di un sistema sociale rigido e opprimente. Qui la tradizione popolare si intreccia con una riflessione sulla spettacolarizzazione della violenza, senza mai scadere nella banalità. È un dialogo con il cinema italiano di genere, da “Il demonio” di Brunello Rondi fino agli horror di Bava, Fulci e Avati. Corpo e territorio diventano spazi di scontro tra superstizione e oppressione sociale. Un horror che nasce dall’interno delle comunità, più che da mostri o entità esterne.
Con “Piove” , Strippoli sposta la sua attenzione dalla campagna alla città, precisamente Roma. Qui la pioggia non è solo un elemento atmosferico, ma un amplificatore di rabbia e tensioni nascoste tra gli abitanti. Un horror post-moderno che usa il soprannaturale come metafora per raccontare il degrado urbano: rancori sociali, frustrazioni familiari e violenza repressa che emerge portando alla luce ferite mai rimarginate. Meno rito e più degrado, ma lo stesso filo rosso di una tensione emotiva insostenibile che attraversa la società di oggi.
“La valle dei sorrisi” segna la maturità artistica di Strippoli nel ripensare il folk horror. Ambientato a Remis, un paese di montagna, il film racconta di una comunità che affronta il dolore con un rito particolare: Matteo, un ragazzo adolescente, diventa il tramite per assorbire le sofferenze altrui. Il suo corpo è simbolo, reliquia, oggetto di sacrificio e strumento di un rito che sembra una necessità collettiva per contenere un dolore altrimenti insopportabile. Qui il regista rielabora un concetto chiave del folk horror: la comunità può generare il “mostro”, non sempre un’entità esterna, ma spesso il bisogno di mantenere un fragile equilibrio. Il folklore diventa contemporaneo, vive nei rituali e nelle credenze costruite nel presente. Il legame con solitudine, fede e lutto è palpabile in ogni scena, rendendo questo il lavoro più personale di Strippoli.
Il corpo è usato come strumento narrativo e metaforico per evocare emozioni spesso invisibili. Non è solo orrore visivo, ma un ritorno alle radici antropologiche del genere, dove contesto e psicologia si fondono per creare un senso di tragedia collettiva inevitabile.
Con “L’estranea”, presentato in concorso alla Mostra del Cinema di Venezia e uscito nelle sale l’8 ottobre, Strippoli fa un ulteriore passo avanti nella sua poetica. Qui il focus non è più il folk horror tradizionale, ma l’analisi dei meccanismi interiori di una famiglia. L’apparente perfezione del nucleo si incrina quando viene a galla una verità nascosta da tempo. Il film si muove tra thriller psicologico, dramma familiare e tocchi di horror, sempre con un obiettivo chiaro: mostrare che il vero terrore non arriva da entità esterne, ma dai segreti, dai conflitti e dai traumi radicati nelle relazioni più intime.
Strippoli usa il linguaggio del genere come uno strumento flessibile, capace di raccontare emozioni diverse senza perdere il filo del controllo e della sua perdita. La paura tradizionale si trasforma in tensione psicologica, una forza destabilizzante che si insinua nei rapporti personali e sociali, un modo efficace per parlare delle fragilità e insicurezze delle famiglie di oggi.
Con questo film, Strippoli conferma il suo ruolo nel cinema italiano come regista capace di rinnovare il genere con storie intime e socialmente rilevanti. Un percorso che parte dall’horror popolare per diventare un racconto profondo dell’animo umano e delle sue paure più nascoste.
Varcare la soglia della Tenuta dello Scompiglio, a Vorno, è come immergersi in un vecchio…
Milano ha appena inaugurato la stagione con un debutto che ha lasciato il pubblico senza…
Novantuno anni e ancora una voce che incanta. Stasera, il ‘tenorissimo’ – un vero monumento…
Il 4 ottobre 2026 si è chiusa Manifesta 16, il festival biennale che non si…
L’arte è ovunque, ha detto uno degli stilisti più acclamati di questa Paris Fashion Week.…
Jacopo Carucci, detto Pontormo, non è un nome che si incontra spesso in mostra, soprattutto…