L’albero dei bambini morti cresce piano, mese dopo mese. È un’immagine che resta, dura e dolce insieme. Isabella Leardini, con i suoi versi, non cerca facili consolazioni. È un gioco sottile, sospeso tra ciò che si vede e ciò che non c’è più, tra chi non è mai nato e chi ha già lasciato questo mondo. Mani che non si sfiorano, piedi che cercano passi in stanze vuote, rami aperti in un silenzio denso e pesante. Parlare di vita e morte insieme è un equilibrio delicato, eppure Leardini lo regge con una grazia che sorprende. «Maniere nere», la sua raccolta, si muove tra oscurità e luce, con parole nate da un abisso interiore. Oggi è tra i finalisti del Premio Strega Poesia 2024, un riconoscimento che racconta quanto sia profondo questo viaggio poetico.
Mani nere: vita e morte in equilibrio fragile
“Maniere nere” richiama subito l’arte incisoria, il contrasto netto tra luce e ombra. Così anche le poesie di Leardini vivono in questo confine. Al centro c’è un’ossessione: la vita che non nasce e la morte che invade, intrecciate nel cuore dei testi. I “morti bambini” all’inizio non sono solo simboli: sono i figli mai venuti al mondo, un lutto biologico profondo. L’autrice porta con sé il peso di un corpo che non ha potuto generare, trasformando quella ferita in poesia carica di simboli e presenze che sembrano venire da un altro mondo. Gli spazi evocati sono liminali, sospesi tra il visibile e l’invisibile, stanze che si affacciano su un altrove segreto. Qui la vita che nasce manca, sostituita da “vite minime”, esistenze sfuggenti e immobili, inquietanti nella loro quiete. La scrittura sembra abitare il fondo oscuro del mare, un luogo dove tutto è vicino all’ignoto e il confine tra nascita e morte si dissolve.
Isabella Leardini: poetessa tra mare e memoria
Nata a Rimini nel 1978, Isabella Leardini ha costruito un percorso poetico e accademico solido e rigoroso. Esordisce nel 2004 con “La coinquilina scalza”, poi pubblica “Una stagione d’aria” e il saggio “Domare il drago”. Oggi insegna scrittura creativa all’Accademia di Belle Arti di Venezia e dirige il Centro di poesia contemporanea all’Università di Bologna. Il mare è un tema ricorrente nella sua vita e nelle sue poesie: un confine liquido tra realtà e immaginazione, tra ciò che si vede e ciò che resta sommerso. In “Maniere nere” questo mare cambia volto: da luogo rassicurante diventa un fondale oscuro, pieno di simboli complessi. La madreperla, la conchiglia vuota, sono metafore vive, oggetti che stanno tra vita e morte. La riva, nel libro, è quel limite fragile tra dare vita e accettare la fine. Le radici di questo immaginario affondano nell’esperienza personale di chi, pur essendo vicino all’acqua, non sa nuotare, e affonda così la dimensione metafisica della sua scrittura.
Lentezza e ossessione: il tempo lungo della poesia
La scrittura di Leardini si distingue per un ritmo lento, quasi meditativo. Tra una raccolta e l’altra passano stagioni intere: tredici anni tra la prima e la seconda, otto per arrivare a “Maniere nere”. Non è un caso. L’autrice parla di “basse maree” poetiche, lunghi momenti di silenzio in cui l’ispirazione si ritira. La maggior parte del libro è stata scritta in sei mesi, con alcune parti aggiunte negli anni dopo, ma la struttura ha richiesto quasi due anni di lavoro attento. Ogni simbolo è incastrato in un meccanismo narrativo e sonoro studiato con cura, dove la ripetizione diventa quasi ossessione, un vero e proprio mantra. La poesia di Leardini cresce come un tubero sotto terra, invisibile finché la forma non si mostra completa. Questo lavoro paziente crea un intreccio di temi, immagini e suoni con grande coerenza, mostrando come rovina e rinascita siano un unico filo.
L’editoria come scelta consapevole
Oltre a essere poetessa, Leardini è anche direttrice di collane e editor nel mondo dell’editoria italiana. Il suo approccio è concreto e realistico: pubblica ciò che vorrebbe leggere, valutando con attenzione il valore e la necessità di un’opera nel panorama culturale. Per Vallecchi ha curato antologie come “Costellazione parallela”, dedicata alle poetesse del Novecento, e ha promosso giovani autori, dando voce a nuove generazioni. Il suo lavoro editoriale riflette la stessa cura con cui costruisce la sua poesia: concretezza, passione e un forte senso di eredità culturale. Scegliere di pubblicare autori nati intorno al 2000 con un marchio storico è un modo per collegare passato e presente, dando forza e fiducia ai poeti emergenti.
Tra luce e ombra: il mare simbolico di “Maniere nere”
Il titolo “Maniere nere” richiama una tecnica grafica dove la luce nasce dal nero, e la poesia di Leardini fa emergere figure dalla penombra. Il fondale marino è il luogo simbolico dove si gioca la tensione tra vita e morte, tra superficie e profondità. Qui si concentra il senso di un’esistenza sospesa, fatta di oscurità illuminate da lampi di senso. La madreperla diventa metafora della poesia, creata ma non vita, mentre la conchiglia racconta l’alchimia di un guscio vuoto che è insieme rifugio e prigione. L’inconscio affiora come un insieme di significati stratificati, mentre la riva è un confine fragile, un passaggio verso l’abisso. Il punto di vista cambia: non più dalla spiaggia luminosa, ma dal fondo scuro del mare, dove la luce fatica a filtrare e crea ombre in movimento. Queste immagini non sono solo pittoriche, ma danno senso profondo alla raccolta, trasformandola in un’esperienza immersiva tra corpo, vuoto e parola.