Il silenzio in sala si fa denso, quasi palpabile. Ivette Codina entra in scena, sola ma carica di un’energia che non lascia scampo. Intorno a lei, panetti di burro sparsi sul pavimento e qualche lampadina spenta a metà illuminano frammenti di corpo e pensiero. Non è un monologo tradizionale: è una battaglia interna, un confronto serrato tra mente e istinto. Nato agli inizi degli anni Ottanta, “Who Shall Speak My Thought?” di Jan Fabre torna a vivere al teatro OutOFF di Milano, riscritto per questa giovane interprete. Il risultato? Una performance intensa, capace di scuotere e mettere alla prova chi guarda.
Jan Fabre e un’opera che attraversa quattro decenni di teatro
Jan Fabre, artista e regista fiammingo nato ad Anversa nel 1958, ha creato “Who Shall Speak My Thought?” nel 1980. Era un periodo difficile, segnato da problemi di salute come convulsioni e iperventilazione. Lo spettacolo diventa così testimonianza di un percorso tormentato, ma anche creativo. In questa versione, affidare tutto a un’unica attrice – Ivette Codina – dà al testo un respiro nuovo, più intenso. Il femminile qui non è solo presenza, ma forza creativa che si confronta con l’alchimia, cuore del racconto.
Il testo mette a fuoco il contrasto tra corpo e mente, tra istinto e ragione, rappresentati dai panetti di burro e dalle lampadine sul palco. Il burro, fragile e concreto, simboleggia la trasformazione fisica e quella alchemica, intesa come purificazione e rinascita. Le lampadine, con la loro luce fredda, sono invece il pensiero lucido che cerca di mettere ordine nel caos delle pulsioni. Questi elementi si intrecciano mentre la storia si sviluppa, seguendo i cinque stadi dell’alchimia tradizionale. Fabre, da sempre attratto dalla fusione tra arte visiva e teatro, costruisce un percorso che passa attraverso il corpo dell’attore, andando oltre la parola.
Il corpo come campo di battaglia tra istinto e ragione
Ivette Codina dà vita a uno spazio dove corpo ed emozioni si mescolano in un flusso continuo di azioni e sensazioni che spezzano la staticità del teatro classico. La scena cambia ritmo: risate si trasformano in spasmi, esplosioni di piacere si tingono di tensione, vissuta come un orgasmo fisico e mentale. Il ritmo serrato amplifica tutto questo, coinvolgendo gli spettatori in un’esperienza che va oltre la vista, toccando più sensi.
A sostenere e arricchire questa carica emotiva ci sono le musiche originali di Alma Auer. I suoni oscillano tra sacro e profano, tra confessione e pulsione animalesca, riportando tutto al respiro del corpo. Le parole, scritte da Miet Martens, si muovono tra ripetizioni ossessive e poesia dura, rivolgendosi a chi vive intensamente le proprie emozioni e cerca un senso nascosto nel caos della vita.
Un rito di trasformazione tra teatro, alchimia e arte visiva
Ivette Codina racconta “Who Shall Speak My Thought?” come un rito che agisce sulla sua pelle, non solo come attrice ma come corpo in trasformazione. Ogni gesto – un bacio, un morso, una carezza, un pugno – diventa parte di un cambiamento necessario, che sfiora l’anima partendo dal fisico. Questa idea di teatro come pratica alchemica è perfettamente in linea con la poetica di Jan Fabre, da sempre convinto del legame tra mutazione, arte e guarigione.
Il burro sparso sul palco si fa allora materia ancestrale e curativa, un richiamo che rimanda al lavoro di artisti come Joseph Beuys, fonte d’ispirazione per Fabre. Il femminile, potente e creativo, dà a questa sostanza un significato ancora più profondo, fino a esplodere in un’energia pura che illumina il finale. Simile è il tema della trasformazione che attraversa “Death Keeps Me Awake”, mostra di Fabre in corso alla Galleria Gaburro di Milano, dove vita e morte si confrontano in un gioco di contrasti forti.
L’intera esperienza – corpo, luce, materia e suono – parla un unico linguaggio, creando uno spazio teatrale complesso, profondamente umano e contemporaneo. La rappresentazione a Milano non è solo il ritorno di un testo storico, ma la conferma di un’idea forte: il teatro come luogo di continua metamorfosi e confronto con le contraddizioni che portiamo dentro.