Sharjah Architecture Triennial 2024: L’Architettura che Trasforma o Depreda le Città? Intervista Esclusiva alla Curatrice Vyjayanthi V. Rao

Nel cuore di Sharjah, una città in rapida trasformazione, si prepara un evento che promette di cambiare il modo in cui pensiamo agli spazi urbani. La Sharjah Architecture Triennial, giunta alla sua terza edizione, si svolgerà tra novembre 2026 e aprile 2027, portando con sé una visione che va ben oltre i semplici edifici. Qui, l’architettura si intreccia con le storie delle persone, le tensioni sociali e le sfide politiche che animano le comunità. A guidare questa riflessione sono Vyjayanthi V. Rao, antropologa, e Tau Tavengwa, architetto, due voci che vogliono rinnovare il concetto stesso di architettura, mettendo al centro l’urgenza di costruire infrastrutture civiche capaci di sostenere comunità resilienti, spesso lasciate ai margini.

Dall’edificio iconico alle relazioni quotidiane

Il filo conduttore di questa edizione, “Architecture Otherwise, Building Civic Infrastructure for Collective Futures”, nasce dalla necessità di vedere l’architettura come qualcosa di più complesso, legato ai flussi di persone, idee e merci che attraversano il mondo moderno. Vyjayanthi V. Rao spiega che la riflessione è partita dai grandi movimenti – migrazioni forzate per guerre e cambiamenti climatici, spostamenti per lavoro – che creano reti invisibili capaci di ridefinire territori e mettere in crisi vecchi modelli urbani basati su forme fisse e simboli celebrativi.

La vita di tutti i giorni, i piccoli rituali sociali come mangiare insieme o raccontarsi storie, diventano così elementi fondamentali di una pratica architettonica che sfugge al dominio degli edifici monumentali. L’idea è mettere in discussione il ruolo “padronale” dell’architetto, valorizzando invece le forme di auto-organizzazione e infrastrutture fluide che nascono dal basso.

Città come archivio e lavoro condiviso con le comunità

La Triennale di Sharjah accoglierà progetti diversi, ma tutti con un punto in comune: l’architettura deve essere uno strumento per dare senso ai luoghi, soprattutto dove mancano infrastrutture civiche solide. Si vedranno collettivi di architetti che lavorano fianco a fianco con le comunità, non imponendo soluzioni dall’alto, ma favorendo scambi e autodeterminazione.

Tra le idee più interessanti quella della “città come archivio”: uno spazio dove infrastrutture fisiche, digitali e le reti umane si intrecciano in un flusso continuo, permettendo alle società di preservare memoria, identità e riflettere sui cambiamenti. Non è un caso che Sharjah, città interculturale e snodo regionale per commercio e migrazioni, faccia da sfondo a questa riflessione sull’architettura come collante sociale e motore di trasformazione.

L’evento punta a mostrare come il lavoro degli architetti possa uscire dalla gestione autoritaria degli spazi per diventare un terreno di collaborazione e ascolto delle esigenze collettive della vita urbana.

Urbanistica omologata, tra capitale e speculazione

Vyjayanthi Rao sottolinea come oggi l’urbanistica sia spesso schiava dei grandi capitali e dell’obiettivo di attrarre investimenti. Quartieri e grattacieli che si ripetono uguali da Mumbai a Dubai e Singapore sono il risultato di un modello che punta più alla speculazione che alle persone. Regolamenti e normative diventano strumenti per monetizzare il territorio, causando espulsioni e degrado.

Anche i progetti culturali sponsorizzati da privati, spesso legati al turismo di lusso, contribuiscono a questa omologazione. L’architettura così si trasforma in complice di un sistema che danneggia l’ambiente e accentua le disuguaglianze sociali.

Per cambiare rotta serve ripensare la formazione degli architetti: devono imparare a osservare e valorizzare le pratiche locali, senza imporre modelli estranei. Il loro ruolo deve diventare quello di accompagnare e arricchire le storie e le dinamiche già presenti nei territori.

Risorse al limite e patrimonio a rischio

L’estrazione e l’uso di materiali per costruire stanno svuotando riserve naturali preziose e mettendo a rischio ecosistemi vitali. Rao ricorda come guerre e crisi climatiche abbiano distrutto patrimoni edilizi con effetti pesanti sulla vita di tante persone.

Spesso gli edifici esistenti vengono demoliti senza strategie di recupero, generando grandi emissioni di carbonio. L’idea dell’obsolescenza programmata non regge più davanti all’urgenza di sostenibilità ambientale.

Questi problemi impongono un salto di qualità: l’architettura deve puntare su riqualificazione, recupero e modelli resilienti, in grado di rispondere a crisi complesse e intrecciate.

Antropologia, Doshi e la sfida globale

Con radici in India, Vyjayanthi Rao richiama l’esperienza di architetti come B.V. Doshi e Charles Correa, che hanno saputo coniugare modernità e tradizione in un contesto post-coloniale. Il progetto di Chandigarh di Le Corbusier fu un momento storico, ma Doshi e Correa hanno tracciato una via propria, attenta alla cultura, al clima e ai bisogni sociali.

Il loro linguaggio nasceva dall’incontro tra innovazione e inserimento nel tessuto locale, promuovendo un’architettura al servizio della trasformazione sociale. Rao ricorda che questi valori sono ancora oggi fondamentali, nonostante i rapidi cambiamenti urbani in India.

Questa eredità spinge a cercare un’architettura che rispetti la diversità culturale e sociale e coinvolga davvero le comunità nei processi di cambiamento.

Città future: infrastrutture collettive e nuove intelligenze urbane

Rao chiude con uno sguardo al futuro delle città, immaginandole come spazi che si estendono a livello globale, dove l’architettura diventa infrastruttura e non solo simbolo. Il sociologo Georg Simmel aveva già parlato un secolo fa della crisi di appartenenza nelle metropoli, che genera isolamento e freddezza.

Un lampo di solidarietà collettiva si è visto durante la pandemia di Covid-19, quando in città come New York e Mumbai sono nate reti di mutuo aiuto e sostegno diffuso.

Rao invita a prendere quello slancio e farne la base per costruire città più inclusive, dove la cittadinanza si fonda su legami di cura e non solo su una tolleranza formale. La convivenza si arricchirà con l’incontro di diverse forme di intelligenza, dalla tecnologica a quella umana, capaci di trasformare velocemente gli spazi urbani.

Una sfida, certo, ma anche un’occasione per architetti e urbanisti: progettare infrastrutture civiche che sostengano l’azione collettiva e la solidarietà negli anni a venire.

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