Quando Mario Pieroni è scomparso, qualche giorno fa, il vuoto lasciato non si misura in parole di circostanza. Il suo nome, infatti, si lega a un modo di vivere l’arte che va ben oltre la semplice esposizione o gestione di una galleria. “Il libro di Zerynthia”, firmato insieme a Dora Stiefelmeier, ne è la testimonianza più tangibile: 500 pagine dense di passioni, incontri, visioni. Qui l’arte non è mai stata un fatto isolato, ma un’esperienza quotidiana, collettiva, libera da ogni dogma. Una pratica aperta, un laboratorio costante di sperimentazione e scambio.
Pieroni non era soltanto un curatore o un gallerista: era un tessitore di comunità, un punto di riferimento per critici, musicisti, scienziati. Persone che con lui hanno condiviso non solo progetti, ma un’intera filosofia di vita. Non cercava il potere personale, non si è mai piegato a modelli rigidi. Figlio di un’epoca in cui coraggio e immaginazione erano la linfa, ha evitato ogni tentazione autoritaria. Se non fosse stato nel mondo dell’arte, probabilmente avrebbe avuto un ruolo da leader carismatico o animatore politico. Invece ha scelto di rovesciare gli schemi, lasciando un segno profondo nella cultura.
La generazione di Pieroni nasce in un clima di ottimismo post-bellico, sull’onda di un boom che sembrava poter cambiare tutto. Era un’epoca in cui “il personale è politico” e la collettività si faceva avanti, mettendo da parte le spinte individualistiche. In questo contesto, Pieroni dimostra presto di saper leggere i segnali di cambiamento nel mondo dell’arte. Tra fine anni Ottanta e inizio Novanta, anticipa la trasformazione del ruolo della galleria: da spazio culturale e luogo d’incontro a semplice vetrina commerciale.
Chiudere la galleria di Via Panisperna a Roma nel 1992 è un gesto carico di significato. La galleria funzionava ancora, ma per Pieroni era un ambiente che ormai gli stava stretto rispetto alla sua idea di arte. Non c’era un piano preciso per il futuro: con Pieroni l’arte si misura sul campo, con l’azione e la creazione di nuove forme di relazione, più che nelle strutture tradizionali.
Zerynthia nasce proprio in quel momento di svolta. Il nome rimanda a una farfalla, semplice ma frutto di metamorfosi, che vola nell’agro romano. È emblematico che Pieroni e Stiefelmeier scelgano una metafora naturale: un’arte che non resta chiusa in spazi canonici, ma si sposta, si espande, cambia.
Zerynthia diventa teatro di progetti unici, difficili da incasellare. Le mostre si tengono in luoghi insoliti, come tenute nobiliari e castelli tra Carpineto Romano, Colleferro e Paliano. Spazi un tempo quasi ignorati dall’arte locale, ancorata al circuito delle gallerie nel centro di Roma. Nel 1995 il punto più alto è il festival nelle cave di travertino a Rapolano: un luogo suggestivo dove performance rimaste nella memoria animano le pareti rocciose. Da Annie Ratti a Franz West, con la partecipazione di Jan Fabre, il festival si chiama “Questa pazzia è fantastica!”, titolo che racconta bene l’energia e lo spirito sperimentale.
In parallelo nasce la RAM, Radio Arte Mobile, progetto itinerante e interdisciplinare nato su un furgone, diventato archivio di voci e testimonianze artistiche. Questa dimensione nomade si allarga fino al Parco d’arte No Man’s Land in Abruzzo, spazio pubblico, libero e accessibile, che ospita opere permanenti di artisti nazionali e internazionali come Gianfranco Baruchello, Jimmie Durham e Alvin Curran. L’arte secondo Pieroni non conosce confini tradizionali, si nutre di collettività, umiltà e sorpresa.
Nel racconto di Zerynthia non si può ignorare Dora Stiefelmeier, compagna di vita e lavoro di Mario Pieroni. Spesso chiamata la “metà” di Zerynthia, Dora ha avuto un ruolo centrale nel dare coerenza e continuità al progetto, presente con forza in ogni iniziativa.
Nel rapporto con Mario si è creata una vera e propria modalità operativa, un “marchio” culturale che ha segnato non solo un modo di fare arte, ma un modo di essere e agire nel tessuto sociale e culturale. La definizione “una cosa alla Pieroni” è entrata nel gergo degli addetti ai lavori per indicare eventi o situazioni cariche di vitalità, eclettismo e originalità. Dora è stata la voce e la mano visibile di questa energia collettiva.
Sfogliando il libro si incontrano decine di volti, nomi e momenti che raccontano la centralità di Zerynthia nel mondo dell’arte contemporanea dagli anni Ottanta in poi. Mario accanto a un giovane Hans Ulrich Obrist, con Carolyn Christov-Bakargiev e Carsten Höller; Rosemarie Trockel nel Parco degli Uccelli a Paliano; il ricordo di Gerhard Richter in Campidoglio; Dora che segue Michelangelo Pistoletto durante una mostra in una scuola.
Un lungo elenco di presenze che dimostra come i progetti di Pieroni e Stiefelmeier abbiano creato legami di valore internazionale. La raccolta fotografica dell’Ultimo disegno del 1999 è un simbolo dell’attenzione di Zerynthia verso il passaggio dei secoli e la memoria condivisa, riconosciuta anche lontano, come alla Biennale de L’Avana del 2000.
La parola greca “psyché”, anima e farfalla, racchiude bene il senso di questa storia. L’anima di Mario Pieroni, come quella del suo progetto, continua a librarsi tra luoghi insoliti e spazi aperti, tra onde radio e installazioni permanenti, portando avanti un’idea di arte fatta di incontri, vita condivisa e trasformazione continua.
Zerynthia resta un punto di riferimento per chi guarda all’arte contemporanea oltre i confini delle gallerie tradizionali, per chi cerca un’esperienza autentica e viva, in un territorio che unisce cultura, natura e comunità. L’eredità di Pieroni non è solo un catalogo di mostre o eventi, ma un invito aperto a percorsi nuovi, a sperimentare e vivere l’arte senza dogmi o mercati, con la leggerezza e la forza di una farfalla che continua a volare.
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