C2C Festival Torino: 25 Anni di Innovazione Musicale tra Luci e Ombre

Venticinque anni fa, Sergio Ricciardone e alcuni appassionati torinesi lanciarono un’idea semplice ma ambiziosa: unire i club della città con le avanguardie della musica sperimentale. Da allora, il C2C Festival – nato come Club To Club – ha attraversato un quarto di secolo di cambiamenti, restando fedele alla sua missione ma confrontandosi con un panorama musicale sempre più complesso. Domenica 2 novembre si è chiusa la 25ª edizione, lasciando dietro di sé un misto di soddisfazione e dubbi. C’è chi applaude alla qualità delle proposte, chi invece avverte un rallentamento, una sorta di impasse. Ora, mentre il 2026 si avvicina, il festival si trova a un bivio: continuare così o reinventarsi ancora una volta?

C2C: venticinque anni di musica e cambiamenti a Torino

Il C2C Festival nasce nel 1998 grazie a Xplosiva, l’associazione che ha guidato la scena torinese puntando sulle nuove generazioni di artisti e sulla sperimentazione sonora. In questi anni ha avuto un ruolo decisivo nel portare l’attenzione internazionale su Torino, trasformandola in un polo di attrazione per musicisti, produttori e appassionati di musica elettronica, sperimentale e indie. La formula di base – unire più spazi culturali e club in un’unica esperienza – è rimasta il cuore del festival. Dai primi concerti in piccoli locali fino alle grandi venue come il Lingotto e le OGR, il festival ha raccontato la musica globale anche attraverso linguaggi innovativi.

Ogni edizione trasforma la città in un caleidoscopio di suoni e luci, con proposte che vanno dal drone al pop elettronico, dall’ambient alla sperimentazione estrema. Ma negli anni il festival ha dovuto fare i conti con cambiamenti nel panorama musicale e nella risposta del pubblico, una sfida che oggi mette in discussione la sua stessa identità. La 25ª edizione ha cercato di mantenere le tradizioni, ma anche di sperimentare nuove soluzioni, come il ritorno del Teatro Carignano e una diversa organizzazione degli spazi al Lingotto.

Tra conferme e passi falsi: il festival tra Lingotto e OGR

L’ultima edizione ha mostrato un mix di certezze e qualche incertezza. Il ritorno di location storiche come il Teatro Carignano ha portato atmosfere più raccolte e intense. Qui il duo norvegese Smerz ha incantato con una performance sospesa tra sussurri e sogno, a dimostrazione che la qualità artistica resta una priorità.

Dal punto di vista organizzativo, l’introduzione di un biglietto unico per due storiche discoteche torinesi, Le Roi e Notorius, è stata una mossa interessante, che ha rilanciato questi spazi sotto una luce nuova. Al Lingotto, una nuova distribuzione degli spazi ha allargato i corridoi, evitando la solita calca. Ed Warren, anche quest’anno alla direzione del light design, ha confermato la sua capacità di tenere alta l’attenzione visiva, una vera colonna portante del festival.

Nonostante queste novità, la partecipazione è calata rispetto al 2025. Le sale erano meno piene e l’atmosfera si è fatta più rarefatta, con meno folla negli spostamenti. Solo la serata inaugurale alle OGR ha registrato un’affluenza sostenuta, grazie soprattutto a ML Buch, molto seguita da un pubblico giovane e internazionale.

Pubblico e numeri: la differenza tra dati e sensazioni

Gli organizzatori parlano di 43.000 presenze totali e diverse serate sold out, ma questa versione si scontra con quello che si è visto dentro le venue. Nei corridoi del Lingotto e nelle altre location, lo spazio sembrava più vuoto e meno affollato del solito. L’accesso ai palchi è stato fluido, senza le solite difficoltà, dando l’impressione di un evento meno frenetico.

Dietro al calo di pubblico si possono leggere diverse cause: il clima socio-economico e politico italiano, con manifestazioni contro il caro vita proprio nei giorni del festival, ha sicuramente pesato. Il cambio di sponsor ha influito sul tono e sulla selezione degli artisti, mentre alcuni critici hanno sottolineato una certa prudenza nell’investire su nuovi talenti, privilegiando nomi già noti e ricorrenti.

L’invito ad artisti come Arca – presente anche all’edizione estiva del C2C a New York – conferma questa tendenza. La sua performance misteriosa ha sottolineato come il festival punti più a consolidare un’immagine già nota che a scoprire nuove frontiere sonore. Un segnale che il C2C dovrà riflettere su se vuole restare rilevante e fresco negli anni a venire.

Tra vecchie glorie e nuove scoperte: i momenti più intensi

Le prime serate alle OGR hanno offerto spettacoli di grande impatto. La serata inaugurale ha messo insieme elettrofolk, dream pop ed elettronica con artisti come Wendy Eisenberg, ML Buch accompagnata dal Quartetto Pessoa, e i ritmi travolgenti di DJ Python e Shygirl. Questi ultimi sono stati tra i momenti più riusciti, capaci di infiammare il pubblico senza rinunciare a una certa eleganza musicale.

Delusione invece per The Avalanches: il loro set, pur dinamico e ricco di riferimenti, ha perso ritmo e ha stancato chi si aspettava qualcosa di più fresco. A complicare le cose, l’acustica problematica del Lingotto, che resta una nota dolente. Nonostante la nuova disposizione degli spazi, il suono non sempre ha reso giustizia alle performance, limitando l’engagement del pubblico.

Venerdì ha visto un equilibrio tra innovazione e spettacolo popolare: il back to back tra Anelena Toku e Carla Boregas ha regalato atmosfere suggestive, esplorando drone e downtempo con risultati intensi. Sul palco grande, Robyn ha portato energia e successi, regalando anche un duetto con Yung Lean. Theo Parrish, icona del funk-jazz, ha invece tenuto un DJ set forse un po’ troppo lungo per chi sperava in qualcosa di più concentrato. Arca, alle prese con problemi tecnici e ritardi, ha visto lo show compromesso.

Sabato 31 ha mostrato il doppio volto del festival: da una parte i nomi forti come Yung Lean & Bladee, che hanno acceso il pubblico con un live potente ma a tratti troppo rumoroso; dall’altra la possibilità di scoprire artisti meno noti ma molto interessanti. Tra questi, Chantssss e il produttore keniota KMRU, che con il suo dark ambient ha arricchito l’esperienza con un set alieno valorizzato da un gioco di luci ben studiato.

Chiusura a sorpresa e nuove sfide per il futuro

Il primo novembre, giorno di chiusura alle OGR, ha portato sul palco performance memorabili. Carl Stone ha incantato con un mix di free jazz, glitch hop e baroquecore, dimostrando la sua versatilità. Grouper ha regalato una malinconia delicata e profonda, mentre Marina Herlop si è imposta con una potenza vocale che ricorda Meredith Monk, portando una dimensione quasi trascendente fatta di tamburi e voci impetuose.

Gli Headache hanno proposto un set ipnotico, fatto di capitoli con monologhi austero-ironici e visual che mescolavano intelligenza artificiale, found footage e meme, raccontando così la complessità della musica contemporanea.

A chiudere, Lorenzo Senni ha presentato il suo nuovo album All Ages, in uscita a novembre. Accompagnato da grandi casse audio gonfiabili, ha trasformato il DJ set in uno show atletico, con balli e piroette, una scelta spettacolare ma forse un po’ sopra le righe rispetto al tono della serata.

Le luci del festival si spengono, lasciando aperta la domanda su quale direzione prenderà il C2C nei prossimi anni. Torino resta un punto fermo per le contaminazioni musicali, ma il festival è chiamato a nuove sfide e a una profonda reinvenzione.

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