Mariuccia Secol a 97 anni: la pioniera dell’arte femminista italiana racconta la sua straordinaria vita

Non si smette mai di imparare, nemmeno a 97 anni. Mariuccia Secol accoglie nel suo studio di Daverio con un sorriso che racconta decenni di storia, arte e battaglie. Le pareti sono un mosaico di oltre 200 opere, testimonianza di una vita dedicata alla creatività e alla lotta per i diritti delle donne. Tra sculture nascoste tra le piante del giardino e tessuti lavorati con una cura rara, emerge una figura che ha attraversato la resistenza partigiana, ha animato movimenti femminili e sperimentato con passione nei laboratori degli ospedali psichiatrici. Un viaggio che si snoda tra Milano e il mondo, raccontato con ironia e una chiarezza che non lascia spazio a equivoci.

Le radici dell’arte e gli incontri che fanno la differenza

Il cammino artistico di Mariuccia Secol nasce grazie a figure che ne hanno plasmato sensibilità e carattere. Il maestro Galliano Mazzon, pittore e poeta, segna i primi passi. Uomo di grande spessore, reduce di guerra e privo di una mano, è stato per Mariuccia un punto di riferimento sia artistico sia umano. Il legame si rafforza nel tempo, fatto di lettere e momenti di scambio culturale. In quegli anni, per una donna intraprendere la carriera artistica significava sfidare tradizioni familiari consolidate, ma Mariuccia sposa Angelo Tognola, anche lui artista, e questa unione le dà forza per esprimersi liberamente.

La loro casa diventa un crocevia di intellettuali e artisti: da Enrico Baj a Giuliano Vangi, passando per Francesco Fedeli, che per Mariuccia diventa un secondo maestro. Non mancano aneddoti come l’incontro con Leonardo Sciascia a Daverio, a testimonianza del ruolo centrale che lei ha avuto nelle dinamiche culturali locali. Questi rapporti hanno alimentato uno sguardo critico e aperto, elementi chiave per un percorso che spazia dalla pittura alla scultura fino alla performance.

L’atelier in ospedale: arte e riscatto

Negli anni Sessanta, Mariuccia Secol avvia un laboratorio artistico nell’Ospedale Psichiatrico di Bizzozero, a Varese. Ispirata all’Art Brut di Jean Dubuffet, l’esperienza parte con dodici pazienti del reparto più grave e si allarga presto all’intero nosocomio. Uomini e, su loro richiesta, anche donne, inizialmente restie perché preferivano dedicarsi ai lavori domestici tradizionali, come la calzetta. Ma il laboratorio valorizza le espressioni spontanee di chi spesso non sa leggere né scrivere, trasformando il disegno in un linguaggio poetico unico.

Mariuccia non si limita a dipingere: insieme ai medici trascrive le storie dei pazienti, dando voce alle loro emozioni. Il successo di questo progetto si conferma con il libro “Poesia degli esclusi”, selezionato dal giornalista Luciano Gallina. La partecipazione femminile, dopo una prima resistenza, sfocia in una protesta collettiva che apre nuovi spazi di visibilità in un ambiente tradizionalmente chiuso. Un vero e proprio terremoto artistico e sociale, che anticipa temi femministi poi esplosi a livello nazionale.

Tra guerra, affetti e impegno civile

La guerra e la Resistenza segnano profondamente la vita di Mariuccia Secol. Il padre, miracolosamente sopravvissuto alla Prima Guerra Mondiale, e il fratello, partigiano e veterano della battaglia del Don, sono protagonisti di un trauma collettivo che si intreccia con la scelta consapevole di Mariuccia di schierarsi contro il fascismo. L’incontro con Angelo Tognola, studente di medicina e partigiano in fuga dai nazisti, avviene per caso in un panificio, sotto l’occhio attento del fratello.

Il clima teso dei bombardamenti su Milano spinge la famiglia a rifugiarsi in campagna, un’esperienza che alimenta in Mariuccia un desiderio di libertà e di espressione destinato a rimanere centrale nella sua vita. Dopo il matrimonio nel 1948 e la nascita dei primi figli, la famiglia si stabilisce a Daverio, dove l’artista unisce maternità e pittura in uno studio che accoglie anche i giochi dei bambini. Questa dimensione intima e collettiva caratterizzerà la sua arte e il suo impegno civile.

Gruppo Immagine: femminismo e azione dal basso

Gli anni Settanta segnano una svolta nell’impegno femminista di Mariuccia Secol. Insieme a Milli Gandini e Mirella Tognola fonda il Gruppo Immagine di Varese. Il lavoro nasce dal confronto con giovani protagonisti della lotta studentesca e dai gruppi di autocoscienza. Le artiste si confrontano con un malessere diffuso, la frustrazione di donne adulte, madri e spose, che sentono la mancanza di autonomia e riconoscimento.

Il gruppo propone un femminismo radicato nella vita quotidiana e nella collaborazione con la famiglia, cercando di ritagliarsi spazi di libertà in contesti tradizionalmente maschili. L’autonomia prende forma anche nel convegno “Donna Arte e Società” del 1974 a Milano, dove nasce il manifesto Vogliamo Voliamo. Nonostante le tensioni e le divisioni tra gruppi femministi, quello di Varese si distingue per il lavoro concreto e l’integrazione di arte e politica, denunciando il maschilismo e promuovendo la partecipazione attiva delle artiste.

Dalla Biennale alle sfide delle gallerie italiane

Il Gruppo Immagine guadagna visibilità e nel 1978 partecipa alla Biennale di Venezia con l’installazione “Dalla creatività femminile come maternità-natura al controllo ricerca della natura”. Un allestimento suggestivo che rilegge il rapporto tra donna, natura e arte su scala internazionale. Tra i dettagli più potenti, la vasca che richiama il liquido amniotico e la narrazione di una natura protettiva e trionfante.

L’accoglienza è positiva e apre la strada a mostre a Praga, Parigi, Portogallo e Sardegna. Ma le gallerie italiane restano spesso diffidenti nei confronti dell’arte femminista, vista come marginale o troppo radicale. Nonostante questo, il gruppo organizza eventi importanti, come “La mamma è uscita” nel 1980 a Varese: una critica ironica ma profonda alle aspettative di genere e ai ruoli tradizionali delle donne. La mostra diventa un manifesto culturale e visivo, accolto con entusiasmo dalle nuove generazioni.

Maternità, critica sociale e donna nell’arte

Mariuccia Secol affronta con grande sensibilità temi difficili come la maternità e il diritto delle donne sul proprio corpo, in anni in cui aborto e contraccezione erano tabù o vietati. Un’installazione con la sagoma di una madre esprime il dolore e la fatica dietro scelte complesse come l’aborto. Le sue opere vanno oltre il personale, denunciando condizioni sociali e culturali radicate.

Nel mondo dell’arte, Secol non nasconde le difficoltà di essere donna: un ambiente dominato da stereotipi maschili che ha spesso ostacolato le artiste. Tra gli anni Ottanta e Novanta molte intellettuali femminili evitano ancora di definirsi femministe, segno dello stigma che accompagnava il movimento anche nei contesti più avanzati. Per lei, il cambiamento deve venire dalle donne stesse, attraverso consapevolezza, resistenza e solidarietà.

La memoria che passa il testimone

Per Mariuccia Secol è fondamentale mantenere vivo il dialogo con nuove artiste e sostenere la continuità culturale. Il lavoro di gruppi contemporanei come quelli di Vera Maglioni e Francesca Grossi dimostra come la sua ricerca artistica e politica continui a ispirare e a rinnovarsi, aiutando a ricostruire una memoria necessaria per capire il presente.

La sua presenza si conferma anche in mostre recenti: “Il soggetto imprevisto” a Milano e “Cooking Cleaning Caring” in Germania. La grande retrospettiva “Unraveling” in corso al Muzeum Susch in Svizzera fino a novembre 2026 offre uno sguardo completo sul suo lavoro, rivelando le tante sfaccettature di un percorso lungo più di settant’anni.

A 97 anni, un’artista sempre in movimento

Nonostante i 97 anni, Mariuccia Secol non si ferma. Continua a portare avanti progetti, seppure con energie più contenute, e affronta ancora temi urgenti come la denuncia delle armi all’uranio impoverito e gli effetti devastanti della guerra. La mostra “Mark ’77” a Milano invita a una riflessione collettiva, coinvolgendo anche i più giovani in un’espressione artistica intensa e malinconica.

Oggi, il suo lavoro resta un punto di riferimento per capire non solo l’arte italiana, ma anche le radici e le sfide del femminismo contemporaneo. Un percorso che attraversa storia, politica e creatività senza mai fermarsi.

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