Joel Meyerowitz ha puntato la sua macchina fotografica sulla quiete di una natura morta di Giorgio Morandi, e il risultato è sorprendente. Da un lato, la frenesia di New York catturata in scatti vibranti; dall’altro, la calma intima degli oggetti di un pittore bolognese che ha fatto della lentezza una forma d’arte. Due universi opposti si sono trovati faccia a faccia, trasformando il silenzio di Morandi in un racconto visivo che attraversa il tempo. Quel dialogo insolito è ora raccolto in un volume Damiani, arricchito da immagini mai viste prima e dalle parole di Maggie Barrett, compagna di Meyerowitz, che aggiunge nuova luce a questa speciale connessione tra fotografia e pittura.
Joel Meyerowitz ha fatto il nome fotografando le strade di New York, cogliendo momenti di vita quotidiana con l’occhio attento di un maestro della street photography. Cresciuto in un’epoca di grandi cambiamenti, dagli anni Sessanta ha scelto il colore per raccontare la densità umana e sociale che lo circondava. I suoi scatti sono pieni di movimento, contrasti e ritmo, quasi un jazz visivo che nasce dall’imprevedibilità della città. Ma intorno al 2010, vivendo in Italia, ha preso una piega diversa: si è messo a fotografare oggetti fermi, lo still life.
È stata una svolta quasi casuale. Durante una vendita di garage ha comprato tre oggetti semplici — un tubo di ottone ammaccato, una fiaschetta di latta arrugginita e un contenitore di peltro — e li ha portati nella casa vicino a Siena. Qui, grazie alla luce naturale che entrava da un lucernario, quegli oggetti comuni hanno preso vita. La loro disposizione, il rapporto con lo spazio e la luce si sono animati in un dialogo sottile, che ricorda da vicino le nature morte di Morandi. Meyerowitz ha riscoperto il piacere della lentezza, l’attenzione ai dettagli, e ha trovato un modo per far emergere la “personalità” di oggetti spesso ignorati.
Morandi’s Objects. The Complete Archive of Casa Morandi non è solo un libro fotografico. È il racconto di settimane passate da Meyerowitz e sua moglie Maggie Barrett nella casa-studio di via Fondazza 36 a Bologna, il luogo che Morandi aveva trasformato nel suo mondo intimo. Qui il fotografo ha toccato, studiato e immortalato oltre 260 oggetti appartenuti al pittore, molti coperti di polvere ma carichi di storia.
In quella stanza piccola, Meyerowitz ha trovato la bellezza nell’ordinario e l’ha trasformata in qualcosa di sublime. Bottiglie, barattoli, brocche si rivelano in ogni scatto con la loro texture, i segni del tempo, le tracce di colore e usura. Il suo approccio ha un doppio volto: da un lato, un documento preciso e quasi scientifico di quel patrimonio; dall’altro, una riflessione visiva sul gioco tra luce, forma e spazio. Le foto catturano la magia della luce d’autunno e l’intimità della scena, cercando di entrare in sintonia con la sensibilità pittorica di Morandi, pur sapendo che la fotografia ha limiti diversi rispetto al dipinto.
Dopo Morandi, Meyerowitz ha spostato la sua attenzione su un altro maestro, Paul Cézanne, e sul suo atelier ad Aix-en-Provence. Il lavoro, pubblicato nel 2017, è un’indagine sull’atmosfera di uno spazio dove il colore delle pareti — un grigio con sfumature verdi — cambia radicalmente la percezione degli oggetti e ha reso rivoluzionaria la composizione pittorica di Cézanne.
Il fotografo ha osservato gli oggetti più piccoli — dal cappotto al grembiule appesi nell’atelier — per capire come si rapportano con lo spazio e la luce. Ha ricostruito le disposizioni sul tavolo di marmo dell’artista e ha fotografato i dettagli a diverse ore del giorno, catturando le variazioni di luce su uno sfondo che attenua i volumi e annulla la prospettiva. Un’indagine che parte dalla fotografia per arrivare a una lettura più profonda della pittura, mostrando come l’immagine fotografica possa offrire una critica potente di un luogo e delle sue tracce.
Il legame tra pittura e fotografia emerge forte in questi lavori, entrambi strumenti per raccontare il valore e la storia degli oggetti. Il testo di Maggie Barrett mette in luce questo gioco di ironie e coincidenze. Morandi dipingeva nature morte, cioè immagini di oggetti ormai privi di vita, mentre Meyerowitz scatta still life, fotografie che fissano oggetti vivi nella loro forma e presenza.
Uno dei simboli più forti è una scatola di latta arrugginita che Morandi usava per conservare il tabacco, legata alla sua battaglia contro il cancro ai polmoni. Quel pezzo diventa testimonianza fisica di un passaggio tra vita e morte, un oggetto carico di memoria e affetto, quasi un’urna. L’intero lavoro di Meyerowitz ruota attorno a questa tensione: catturare ciò che dura e ciò che sfugge, offrire uno sguardo che trasforma spazio e tempo, rendendo eterno ciò che altrimenti scorrerebbe inosservato.
L’incontro tra lo sguardo intenso di un fotografo americano e l’universo misurato di un maestro italiano prende così nuova vita nel libro ripubblicato da Damiani. Un invito a guardare oltre l’estetica, a scoprire la storia nascosta dietro gli oggetti e gli spazi che li accolgono.
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