Nel cuore pulsante di Milano, tra i battiti frenetici della Art Week e il fervore del Salone del Mobile, Phillips ha spalancato le porte a un mondo dove passato e presente si fondono senza sforzo. Non capita tutti i giorni di trovarsi davanti a una selezione così raffinata di opere e design, pronte a essere battute all’asta. Dai capolavori del secondo dopoguerra alle creazioni più contemporanee, ogni pezzo è una testimonianza viva della cultura visiva, italiana e non solo. L’allestimento, curato con eleganza, trasforma lo spazio in un dialogo aperto tra epoche diverse, dove lampade iconiche si mescolano a tele vibranti, e grandi maestri incontrano i giovani talenti pronti a lasciare il segno.
Phillips ha rinnovato la collaborazione con Dimorestudio, realtà che mescola architettura e interior design per creare ambienti coinvolgenti e narrativi. Lo spazio in via Lanzone si trasforma così in un salotto d’epoca, che ricorda il gusto di un collezionista degli anni ’70 ma con uno sguardo moderno. Gli arredi di Dimoremilano si intrecciano con creazioni di Interni Venosta e con pezzi storici come le lampade di Hans Agne Jacobsen, autentiche icone del design scandinavo del secolo scorso. Questa miscela ricercata fa risaltare le opere non solo come oggetti da collezione, ma come parte di un racconto estetico coerente. L’attenzione cade sul secondo dopoguerra italiano, con artisti che hanno segnato la scena visiva del paese. Il visitatore si muove così in un percorso dove moda, arte e design si mescolano senza gerarchie, mettendo in luce i legami tra diversi linguaggi espressivi.
Appena entrati, si resta colpiti da una delle opere più importanti: la celebre “Mappa” di Alighiero Boetti del 1983. Realizzata a Kabul, questa opera segna una fase cruciale nella carriera dell’artista, che dal 1979 si sposta tra Kabul e Peshawar, in Pakistan, a causa dei conflitti in Afghanistan. Boetti lavorava con ricamatrici locali che, con pazienza e maestria, trasformavano geografie e idee in fili colorati, dando vita a tessuti vibranti e unici. La mappa in mostra mostra un ricamo fluido, quasi in movimento, che restituisce la materia e la sensibilità di quegli anni. I bordi neri e bianchi riportano iscrizioni in italiano, senza il caratteristico farsi che spesso inseriva nei suoi lavori, e alcune frasi emblematiche dell’artista. L’opera, attualmente in trattativa privata come altre in esposizione, offre uno sguardo non solo sull’arte di Boetti ma anche sul contesto geopolitico in cui è nata, rendendo la visita un’occasione rara e preziosa.
Il percorso prosegue con pezzi chiave di artisti italiani che hanno segnato l’arte del secondo dopoguerra. Carla Accardi è presente con “Blu Rosso”, un olio del 1966 dove i colori forti raccontano simboli sviluppati già dagli anni ’50, inizialmente astratti ma legati all’esperienza dell’uomo moderno. Il suo viaggio in Marocco ha trasformato questi elementi in un vero e proprio codice visivo, segnando un momento di svolta nella sua carriera. Poco distante si trova un’opera di Piero Dorazio del 1959, con un reticolo sfumato in blu e rosso, tonalità ricorrenti nel suo lavoro. Questo quadro anticipa gli sviluppi successivi, con tratti più netti e nuove composizioni, testimoniando l’evoluzione del suo stile. A completare la scena, tre opere di Lucio Fontana danno spessore alla mostra: un Buco Bianco del 1968, che porta con sé tutta la tensione degli ultimi anni dell’artista, un Concetto Spaziale del 1965, carico di energia nel taglio, e una Tela con buchi realizzata con anilina, tecnica industriale nota per il suo impatto cromatico e la sua capacità di mutare nel tempo, ma che qui si conserva in modo sorprendente. Questi lavori coprono un decennio cruciale, dalla fine degli anni ’50 ai ’60, che ha rivoluzionato l’arte italiana.
L’attenzione verso il contemporaneo si traduce in due presenze femminili di spicco nella scena attuale. Marinella Senatore, recentemente nominata artista dell’anno 2026 dalla Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea, presenta un’opera che unisce parole e immagini in un dialogo intimo. Il lavoro del 2020, “Remember The First Time You Saw Your Name”, invita a riflettere sull’identità e sul riconoscimento con un linguaggio diretto e poetico. Senatore ha anche esperienza nel mondo della moda, avendo collaborato con Dior, e la sua opera porta un soffio di freschezza e urgenza al racconto della mostra. Anche Giulia Bianco contribuisce con un linguaggio estetico che arricchisce l’insieme, garantendo un equilibrio tra radici storiche e sperimentazioni attuali. La presenza di queste artiste conferma l’impegno di Phillips nel dare spazio alle voci femminili dell’arte contemporanea, dialogando con i maestri del passato e aprendo nuove prospettive.
L’appuntamento milanese si conferma così tappa obbligata per chi segue il mercato internazionale dell’arte e del design. Un’occasione ricca di stimoli e opere di valore, capace di attirare collezionisti, critici e appassionati in un confronto continuo tra passato e presente. Con questa selezione, Phillips racconta una fetta importante della storia del Novecento e il suo peso nell’arte di oggi, lasciando intuire nuove strade per le aste a venire.
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