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Barocco oltre il Seicento: la mostra di Forlì che sfida le regole dell’arte

Nel cuore di Forlì, al Museo Civico San Domenico, una mostra sul Barocco si presenta come un vero gigante: oltre 300 opere, provenienti da musei europei, che abbracciano un arco temporale insolito, dal Seicento fino al Novecento. Un’impresa ambiziosa, certo, ma che rischia di inciampare nella sua stessa vastità. L’ampiezza del progetto, infatti, si traduce spesso in un percorso frammentato, dove scelte curatoriali poco chiare complicano la lettura complessiva. Così, il visitatore si trova a camminare su un filo sottile tra rigore storico e un assemblaggio che a tratti sembra casuale, con il Barocco che perde la sua identità tra luci e ombre.

Un progetto imponente ma con passi falsi

La mostra vuole coprire un arco temporale e geografico enorme. Non si limita al Seicento italiano, ma include Francia, Spagna e altre zone d’Europa, arrivando fino al Novecento con artisti che si sono ispirati all’estetica barocca. Sei curatori si sono cimentati in un compito difficile: raccontare un’epoca ricca di sfumature e contraddizioni. Il risultato però non è sempre all’altezza.

Le varie sezioni sembrano più un collage di opere disponibili che il frutto di una scelta pensata e mirata. Dalle Gallerie Nazionali di Roma arrivano più di sessanta pezzi, selezionati senza un criterio chiaro. Le didascalie, ridotte all’osso, non aiutano: spesso accanto ai dipinti si trovano solo nome, titolo e tecnica, senza contesto o approfondimenti. Per chi visita diventa così complicato orientarsi in un mondo artistico complesso come quello barocco e comprenderne le trasformazioni.

La stessa definizione di Barocco usata in mostra è troppo ampia e finisce per perdere mordente. Mettere insieme artisti dal linguaggio così diverso come Furini e Vaccaro o Cagnacci e Giordano sotto un’unica etichetta rischia di banalizzare e confondere. L’intento di coprire tutto il periodo non sempre riesce a restituire la ricchezza e la specificità di ciascuna stagione.

Venezia, Genova e Milano: assenze pesanti

Un altro punto debole riguarda la scarsità di opere provenienti da scuole barocche fondamentali. Venezia, una delle capitali del Barocco, è quasi invisibile: l’unica traccia è un busto di Bonazza. Manca del tutto il contributo di artisti chiave come Liss, Maffei o Liberi, una lacuna che pesa molto sulla completezza del racconto.

Situazione simile per Genova, priva di nomi imprescindibili come Castiglione e Gregorio De Ferrari, protagonisti del Seicento ligure. Anche Milano è poco presente, senza Procaccini, figura di primo piano nel Barocco milanese. In compenso ci sono opere di Baglione, che poco ha a che vedere con il Barocco maturo, aggiungendo dissonanze in un percorso che voleva raccontare il “gran teatro delle idee” barocco.

La scelta di includere molte opere provenienti dalle Gallerie Nazionali di Roma ha finito per orientare la selezione più sulla quantità che sulla qualità o coerenza. Le sezioni risultano così spesso slegate tra loro, senza un filo cronologico o stilistico chiaro.

Bernini e le arti applicate: il cuore pulsante della mostra

Non mancano però momenti di grande qualità. Bernini, simbolo indiscusso del Barocco romano, è ben rappresentato con una decina di opere tra dipinti, disegni, sculture in marmo e bronzo, argenti e mobili da lui progettati. La sezione dedicata alle arti applicate, curata da Enrico Colle, si distingue come uno dei punti più riusciti dell’esposizione, con una cura evidente.

Accanto ai capolavori berniniani però ci sono anche opere con attribuzioni incerte. Alcuni dipinti sembrano appartenere al maestro o ai suoi allievi solo per supposizione, con etichette come ‘attribuito a’ o ‘invenzione di’ che mettono in dubbio la precisione storica della mostra. C’è persino una replica di origine sconosciuta di un celebre ritratto di Velázquez, “Innocenzo X”: una copia sbiadita che avrebbe forse avuto più senso sostituire con una fotografia.*

Capolavori e contrasti nel cuore della mostra

Nonostante i limiti, la mostra ospita numerosi capolavori. Al centro spiccano opere di Carlo Maratta, Gaulli e Sassoferrato, che raccontano la ricchezza stilistica del Seicento. Sassoferrato, con il suo stile neo-raffaellesco, contribuisce a mostrare la varietà del periodo, spesso semplificato.

Molto interessanti anche i bozzetti e gli studi preparatori legati agli affreschi di Pietro da Cortona, Maratti e Pozzo, che raccontano l’aspetto progettuale e collettivo del Barocco, fatto di cicli pittorici grandiosi.

Caravaggio e i suoi seguaci trovano spazio con un dipinto attribuito proveniente da Cremona, inserito in una sala con opere di Cairo e Zurbarán. Però la qualità complessiva non è sempre costante: alcune copie, come quella da Vouet o un’opera attribuita a Rosa, risultano meno convincenti e stonano in un contesto che punta all’eccellenza.

Luci e ombre nell’allestimento

L’allestimento riserva sorprese anche nella scelta dell’illuminazione, decisamente scenografica. I fari puntati creano un’atmosfera drammatica, in linea con l’estetica barocca, ma rischiano di mettere in difficoltà il pubblico moderno, abituato a una luce più uniforme che facilita la lettura dei dettagli.

L’attenzione data a Caravaggio e ai suoi epigoni, a scapito di artisti barocchi più puri come Cecco Bravo o Magnasco, appare una scelta discutibile. Questo squilibrio altera ulteriormente la narrazione storica, concentrandosi su alcuni nomi a scapito di altri più rappresentativi dello spirito barocco.

La prima sala, ospitata nella chiesa sconsacrata di San Domenico, offre una selezione di opere notevoli – dai Carracci a Cortona fino a Gaulli – e sembra la parte meno problematica. Restano però dubbi sulle attribuzioni di alcune opere e sulla corrispondenza tra didascalie e catalogo.

Il Barocco nel Novecento: un’idea interessante ma incompleta

Una sezione stimolante è quella che indaga la persistenza dello spirito barocco nel Novecento, con nomi come Scipione, De Chirico, Leoncillo, Fontana e Ducrot. L’idea di collegare epoche così distanti è affascinante e apre un discorso ampio sul Barocco e le sue riprese nel tempo.

Detto questo, non mancano incongruenze. Due sculture di Wildt, dal tono neo-michelangiolesco, stonano rispetto al resto. Opere di artisti come Bacci sembrano fuori tema, senza un legame chiaro con il fil rouge della mostra.

La quasi totale assenza del XIX secolo, fondamentale per la rinascita e la reinterpretazione del Barocco, è un vuoto pesante. Artisti come Delacroix e Ribot, protagonisti del neobarocco, non trovano spazio, compromettendo la completezza del racconto.

Infine, si nota una lacuna nella bibliografia: non viene citato alcun testo recente fondamentale sulla fortuna di Bernini nel Novecento, un’assenza che lascia l’amaro in bocca e fa pensare a una certa superficialità nelle scelte editoriali.

Redazione

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