Nei pressi di Castel Sant’Angelo, un uomo barcolla tra bottiglie vuote e versi sussurrati, come se cercasse un appiglio in mezzo al caos. Roma non è solo la sua città: è un riflesso spietato delle sue lotte interiori, un luogo dove la confusione si fa carne e dolore. Poi, all’improvviso, appare lei. Una donna che infrange ogni regola, capace di trasformare un gesto semplice come l’elemosina in un atto di ribellione contro la tristezza e il capitalismo sfrenato. È questa la tela su cui Luca Ricci dipinge “Gioco di prestigio”. Il suo racconto, crudo e senza filtri, non concede scampo: la realtà va mostrata così com’è, senza maschere.
Il protagonista è un uomo che sembra aver perso tutto, un’ombra che vaga per le vie di Roma. Non è solo povero, ma svuotato dentro, schiacciato da dipendenze, sogni infranti e un bisogno disperato di riscatto. La sua vita è un continuo equilibrio tra solitudine e voglia di trovare una nuova via, una poesia capace di ridare dignità e senso. A spezzare questo isolamento arriva una donna un po’ fuori controllo, la cui visione del mondo si scontra con il cinismo di una realtà senza speranza. Per lei, l’elemosina è un atto sovversivo, un gesto che può ribaltare i rapporti di potere e aprire una via d’uscita dal “Monopoli del mondo”, cioè il capitalismo senza scampo descritto nel libro.
Intorno a loro ruotano personaggi veri, autentici, che incarnano una Roma non solo fisica ma anche mentale. Tra ironia e dolore, i loro dialoghi tessono una storia spietata e visionaria. La scrittura di Ricci non fa sconti: affronta la realtà per quella che è, usando la poesia come unica possibilità per dare forma alla disperazione. La vicenda cresce in intensità, oscillando tra un realismo quasi fotografico e momenti di illusione, fino a un finale dove “cadere fino in fondo” diventa necessario per avvicinarsi alla verità.
Il romanzo è stato presentato lunedì 11 maggio nella Sala Ferri di Palazzo Strozzi a Firenze, durante gli incontri culturali del Vieusseux. L’autore ha dialogato con Alessandro Raveggi, offrendo una lettura profonda del testo.
Per Ricci questa è la storia di un uomo caduto nell’impoverimento dell’anima, non solo nella povertà materiale. Parla di dipendenze da cui è difficile uscire. Il romanzo ha una struttura originale: all’inizio sembra un racconto corale, ma presto si trasforma in un monologo intenso e personale. Così la narrazione collettiva prende vita attraverso la voce di un solo personaggio, che parla al lettore senza filtri.
Per Ricci scrivere è soprattutto una ricerca di precisione, sia morale che linguistica. Ama le forme brevi, aforismi e racconti, dove ogni parola conta e va scelta con attenzione. Nel libro la poesia non è un esercizio di stile o un vezzo culturale, ma un atto concreto e rivoluzionario capace di sovvertire i rapporti di potere e mostrare la fragilità umana. Il protagonista vuole scrivere una poesia che sia verità personale, una riconciliazione con la propria miseria.
Roma qui diventa una città “mentale”, attraversata da un caos che rispecchia lo stato d’animo del protagonista. La città è piena di disperazione e rumore, ma anche di turismo e una falsa apparenza di benessere che nasconde profonde ferite sociali. Il legame personale di Ricci con Roma, soprattutto con Castel Sant’Angelo, rende il racconto autentico e insieme surreale. Ambientare la storia in luoghi familiari serve a trasformare la sua vita in una finzione “inverosimile”, una strategia per esorcizzare il reale.
Nel romanzo Ricci mette in luce il rapporto complesso tra ironia e disperazione. La giovane donna che entra nella vita del protagonista dice che l’ironia è “una delle forme più sincere di disperazione”. È un dato che attraversa tutta la storia: il grottesco diventa la chiave per capire un’umanità che non crolla all’improvviso, ma si sgretola lentamente e inesorabilmente. Una rovina profonda, radicata in una generazione incapace di rialzarsi, nemmeno dopo periodi di boom e benessere collettivo.
L’Italia che emerge dal libro è un paese bloccato, senza veri ascensori sociali, segnato dal passaggio di rendite di posizione. Questa immobilità ha cambiato il senso stesso della vita. Il romanzo non offre ricette facili, ma invita a riflettere sulle deviazioni e sulle strade possibili. Ricci sottolinea quanto sia difficile uscire da schemi rigidi e da un conformismo che genera vergogna e impotenza. Anche l’elemosina assume un significato insolito: non è un gesto di umiliazione, ma una forma di resistenza capace di ribaltare il rapporto tra chi dà e chi riceve.
Il gesto più difficile per il protagonista resta scrivere una poesia autentica, non un semplice sfogo o una descrizione. Il romanzo si apre con lui che ci prova da anni, senza mai trovare la chiave giusta. Questa ricerca diventa la metafora della vita stessa: un continuo gioco di prestigio che distrae dal vero obiettivo.
Non ci sono grandi cambiamenti nei personaggi, ma un continuo scoprirsi e confrontarsi con le proprie contraddizioni. Ricci rifiuta svolte improvvise o lezioni morali evidenti, preferendo raccontare l’imperfezione, la caducità e la contraddittorietà dell’essere umano. Il passato in provincia e il presente romano si intrecciano in una trama tragica, dove ogni luogo può diventare un inferno personale se non si spezza il legame con le dipendenze e le abitudini distruttive.
Con una scrittura essenziale e precisa, Ricci costruisce un romanzo insieme intimo e collettivo, doloroso ma capace di strappare sorrisi amari. Un’immersione profonda in un’umanità che ancora cerca, con fatica, un barlume di salvezza.
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