A Venezia, nelle Gallerie dell’Accademia, una mostra scuote ogni certezza. Marina Abramović, con “Transforming Energy”, ha trasformato gli spazi in un laboratorio di esperienze dove corpo e mente si intrecciano senza via d’uscita facile. Non è una semplice esposizione, ma un invito a fermarsi, a entrare in un dialogo profondo che si allunga fino al 30 settembre 2026.
Dal 9 maggio, chi varca la soglia si trova davanti a un percorso fatto di video, cristalli, ciocche di capelli: elementi che, insieme, creano una tensione palpabile, quasi tattile. La fretta si dissolve, lascia spazio a un tempo dilatato in cui lo spettatore perde il ruolo di osservatore passivo per diventare parte attiva, protagonista di un’esperienza che sfida ogni confine tra vedere e sentire.
Varcare la soglia dell’installazione di Abramović significa entrare in spazi pensati come veri e propri campi energetici, dove il tempo sembra allungarsi e il rapporto con lo spazio fisico si trasforma. L’artista ha scelto con cura i materiali: i cristalli, disposti come strumenti di concentrazione, invitano a un’interazione che va oltre il semplice simbolo. Le ciocche di capelli, invece, parlano di qualcosa di intimo, di corporeo, creando un dialogo silenzioso che sfida la solita distanza tra opera e pubblico.
Non è una mostra da guardare distrattamente, ma un’esperienza da vivere con tutto il corpo e la mente. Chi entra è invitato a fermarsi, a sentire, a percepire l’energia che passa attraverso l’opera e dentro di sé, senza filtri. In questo spazio sospeso, ogni gesto si fa essenziale e l’attenzione diventa protagonista. L’impressione che resta è concreta, intensa, quasi tangibile. Ma resta un dubbio: quell’energia che si avverte è già trasformata, o è solo il punto di partenza?
L’esposizione gioca sulla relazione tra fisico e metafisico, tra corpo e dimensione invisibile, tema ribadito durante la conferenza stampa. Abramović parla chiaro: l’energia si muove, cambia, ma lascia aperto il mistero di come avvenga davvero il passaggio dall’energia che si sente a quella che si trasforma.
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Nel corso dell’incontro con la stampa emerge subito una domanda cruciale: come evitare che questa esperienza energetica resti un semplice spettacolo estetico, senza portare a una vera trasformazione? Abramović è netta: i materiali che vediamo portano con sé una “vera energia” che agisce sul corpo in modo diretto, senza essere solo un simbolo o una metafora.
A far eco a questa idea arriva il curatore Shai Baitel, che parla di un’esperienza che non è solo un viaggio sensoriale o una sfida interpretativa, ma una forza energetica concreta, capace di produrre effetti tangibili. Questo cambia radicalmente il rapporto tra opera e pubblico: non si tratta più solo di osservare o di dare un significato, ma di riconoscere una forza reale in movimento.
Prendere atto che questa energia è vera e capace di trasformare richiede però un impegno da parte di chi guarda. Lo spettatore diventa così non solo chi vive l’esperienza, ma anche il punto di riferimento da cui quell’energia deve ricevere conferma. Questo può trasformare la mostra in un sistema chiuso, dove la trasformazione è prevista a priori, rischiando di togliere quella libertà e apertura che un’esperienza artistica dovrebbe lasciare.
Nonostante questa tensione, la mostra mantiene una sua delicatezza. Nel silenzio degli spazi, nella materia tattile e visiva, la trasformazione non si impone mai con forza, ma resta sospesa. L’energia che si avverte non è un dogma da accettare subito, ma una condizione fragile, aperta, che chiede attenzione senza pretendere certezze.
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Oggi, con “Transforming Energy”, Abramović continua a giocare su un terreno dove esperienza aperta e affermazioni nette si intrecciano. L’opera si muove tra l’invito a una presenza consapevole e la dichiarazione di una trasformazione già in atto.
Il nodo non è tanto capire cosa siano esattamente i cristalli o l’energia che si dice muoversi, ma cosa succede quando l’arte chiede a chi la vive di riconoscere questa energia come qualcosa di concreto. Tra percezione e fede, tra l’intensità dell’attimo e la promessa di un cambiamento che va oltre il fisico, si apre uno spazio di ambiguità che mette il pubblico al centro di un’esperienza senza risposte facili, ma carica di interrogativi.
Questa incertezza è il vero cuore della mostra e, allo stesso tempo, la sua più grande forza. Abramović continua a mettere in discussione i rapporti scontati tra corpo e immateriale, energia e interpretazione, lasciando a ciascuno la scelta di accettare la sfida o semplicemente di restare in ascolto, senza dover per forza riconoscere una trasformazione già data. È un terreno di confronto dove si misurano i limiti e le potenzialità dell’arte contemporanea.
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Dal 9 maggio al 30 settembre 2026, le Gallerie dell’Accademia di Venezia offrono una tappa d’arte fuori dal comune con “Transforming Energy”. Non una mostra tradizionale, ma un’esperienza che si fa performativa, relazionale, che chiede a chi entra di mettersi in gioco e di accogliere il presente con più intensità.
Nel cuore storico di Campo della Carità, l’installazione diventa uno spazio di passaggio e di trasformazione per chi è disposto a lasciarsi coinvolgere. Inserita nel contesto della Biennale Arte, questa mostra si conferma tra gli appuntamenti più stimolanti della stagione culturale veneziana, ricordandoci ancora una volta il ruolo di Venezia come vetrina mondiale dell’arte contemporanea.
In un momento in cui il dialogo tra artista e pubblico si fa sempre più profondo e complesso, Abramović non offre risposte pronte. Invita invece a vivere un’arte in divenire, dove ogni presenza conta e diventa parte attiva del processo creativo.
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