Il rumore degli scalpelli, il profumo della vernice fresca, il brusio di mani che plasmano materiali: è questo che attende chi varcherà la soglia del Padiglione dell’Armenia alla Biennale di Venezia 2026. Non una semplice mostra, ma un vero e proprio cantiere artistico aperto al pubblico. Alla Tesa 41 dell’Arsenale, dal 6 maggio al 22 novembre, l’arte si costruisce sotto gli occhi di tutti, con un ritmo che cambia ogni giorno. Un laboratorio vivo, un’officina dove le idee si trasformano in forme, in un dialogo continuo tra tradizione e contemporaneità.
The Studio è il progetto che fa da filo conduttore al padiglione, perfettamente in linea con il tema scelto dalla direttrice Koyo Kouoh per questa edizione, In Minor Keys. Un invito a scoprire l’arte da un punto di vista più intimo, più personale. L’installazione ricrea uno studio di scultura artigianale, curato nei minimi dettagli per mettere in luce il valore del fare, del lavorare con le mani e della conoscenza pratica. Per tutta la durata della Biennale, i visitatori potranno assistere a un processo creativo in continua evoluzione, mai chiuso in una forma definitiva.
Il punto forte di questa iniziativa sta proprio nel mostrare l’opera come un percorso vivo, in divenire, e non come un semplice oggetto finito. Una sfida alle tradizionali esposizioni d’arte, che spinge a riflettere sul tempo, sulla trasformazione e sulla continua ricerca che sta dietro a ogni creazione artistica.
Dietro The Studio c’è Zadik Zadikian, artista e artigiano che porta con sé una storia intensa e ricca di incontri. Nato a Yerevan nel 1948, quando l’Armenia faceva ancora parte dell’Unione Sovietica, ha lasciato il paese a soli diciannove anni. Il suo viaggio lo ha portato attraverso diversi continenti, fino agli Stati Uniti, dove ha fatto da apprendista allo scultore italo-americano Beniamino Bufano a San Francisco. Negli anni ’70 si è poi trasferito a New York, dove ha lavorato con Richard Serra, partecipando a importanti progetti di arte murale che hanno segnato il suo percorso.
Zadikian ha sempre cercato il dialogo con la materia e lo spazio. L’oro, usato in modo ricorrente nelle sue opere, non è solo un elemento decorativo, ma assume un peso concreto e simbolico. Il suo studio è un luogo dove idee e materiali si fondono, un mix tra laboratorio, fabbrica e bottega, dove nulla è mai davvero concluso.
Alla Tesa 41, Zadikian riscopre e rilancia le tecniche tradizionali armene, in particolare la lavorazione del gesso, ma con un approccio vivo e sperimentale. Partendo da elementi semplici come mattoni o blocchi, li trasforma in strutture complesse e in continua evoluzione. L’obiettivo è far emergere l’essenza della materia, mantenendo un equilibrio tra funzionalità e senso artistico.
Durante la Biennale, l’artista sarà affiancato da suo figlio Aram e da un gruppo di assistenti. Questo lavoro di squadra riporta in vita il carattere collettivo e meticoloso dell’artigianato, basato sulla ripetizione, sul gesto consapevole e sulla continua esplorazione di nuove possibilità. Vedere tutto questo in azione sposta il focus del pubblico dall’opera finita all’esperienza concreta della sua nascita, mostrando ogni scelta e ogni passaggio come parte integrante del processo creativo.
Il progetto si fonda sull’idea che “nulla è definitivo”, come sottolineano i curatori Tony Shafrazi e Tina Chakarian. Per loro, e per Zadikian, l’opera è soprattutto un processo, un susseguirsi di decisioni e azioni che si svolgono ogni giorno. Ogni mattone, ogni forma plasmata diventa parte di un dialogo costante tra passato e innovazione.
Portare alla Biennale un’officina aperta significa anche raccontare la storia di un artista esule che, attraverso la materia e la manualità, reinventa la sua eredità culturale. Le opere che nasceranno negli spazi dell’Arsenale non saranno semplici oggetti da ammirare, ma tracce vive di un lavoro artigianale in atto, un confronto continuo con le radici e le possibilità estetiche.
Questa esperienza invita a riflettere sul valore della tradizione reinterpretata nel presente, sull’importanza della formazione e sull’arte come azione che si svolge nel tempo, più che come prodotto finito. Il Padiglione armeno si presenta così come un racconto aperto, un viaggio creativo che il pubblico potrà seguire fino all’ultimo giorno della mostra.
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