Una pagina strappata da un giornale, con la parola “Felicità” stampata in nero su bianco, abbandonata sul marciapiede di una strada londinese. Quel piccolo dettaglio, semplice e apparentemente insignificante, è diventato il filo rosso di una mostra che apre uno squarcio sull’universo di Luigi Ghirri. Alla Thomas Dane Gallery, nel cuore pulsante di Londra, due spazi si animano con fotografie mai viste prima, immagini che parlano di ricordi e presente, di realtà trasformata dall’occhio di un maestro italiano. Tra riflessi sfuggenti e dettagli quotidiani, ogni scatto spinge a guardare il mondo con uno sguardo nuovo, a scoprire la bellezza che si nasconde dietro l’ordinario.
Luigi Ghirri si concentra su come le immagini non siano solo fotografie, ma veri e propri strumenti per catalogare e trasformare la realtà. Il paesaggio diventa un indice di se stesso, un modo per osservare la complessità delle cose con un linguaggio visivo che mescola fotografia e riflessione culturale. “Felicità” mostra come momenti apparentemente banali possano diventare scoperte visive, aprendo un dialogo tra il lavoro di Ghirri e il modo in cui oggi percepiamo le immagini. Le sue inquadrature trasmettono meraviglia verso ciò che ci circonda e dimostrano che una fotografia può offrire tante interpretazioni, ben oltre la semplice descrizione.
Alla Thomas Dane Gallery, questo scambio si percepisce nella convivenza di immagini di interni e spazi aperti, in un percorso che attraversa mondi possibili e realtà concrete. Nei due ambienti espositivi emerge un’analisi profonda della banalità con cui scorrono le immagini in un mondo sempre più saturo, dove gli oggetti più semplici diventano motivo di riflessione grazie allo sguardo estetico di Ghirri. L’artista non si limita a mostrare paesaggi o oggetti: costruisce una sorta di atlante visivo che scava sotto la superficie per far emergere nuovi significati.
La prima galleria si concentra sul rapporto tra superficie e rappresentazione, tema chiave nella poetica di Ghirri. Qui il visitatore si trova davanti a fotografie quasi astratte, composte da ritagli di giornali, cartoline e manifesti strappati, spesso tolti dal loro contesto originale. Specchi che riflettono altri specchi, segnali che aprono spazi inesplorati fuori dall’inquadratura, creano un mondo dove l’immagine si moltiplica e si spalanca verso nuove dimensioni. Ogni frammento diventa parte di un racconto più ampio, dove la realtà si riflette su se stessa in modi sorprendenti.
A questi dettagli si uniscono pagine tratte da atlanti, trasformate in mappe di territori immaginari e possibili. La mostra richiama il lato narrativo di Jorge Luis Borges, che spesso ha immaginato mondi infiniti fatti di segni e simboli. L’assemblaggio di materiali diversi incrocia dimensioni spazio-temporali, facendo emergere suggestioni profonde e spingendo chi guarda a superare la superficie immediata dell’immagine.
Il secondo spazio si concentra su immagini di interni, esterni e paesaggi rivisti attraverso un filtro di intimità e sospensione. Le carte da parati e i pannelli sparsi nelle sale trasformano lo spazio in pagine di un grande libro visivo. Scritte murarie e tracce bidimensionali rimandano alla moderna iconografia digitale, offrendo un contrasto tra ciò che è tangibile e ciò che si proietta come immagine riflessa.
Qui trovano spazio anche le connessioni con altri protagonisti dell’arte contemporanea. I lavori concettuali di Félix González-Torres, con i loro puzzle incompleti, dialogano con le fotografie di Ghirri e con le opere dello studio di Giorgio Morandi, artista che ha spesso ispirato il fotografo. L’incontro tra queste diverse forme creative mette in luce un interesse comune verso la modernità e la rappresentazione, mostrando come paesaggio e oggetti domestici possano diventare materia di riflessione artistica e culturale.
L’ultima parte del percorso presenta una selezione delle serie più celebri di Ghirri, tra cui “Paesaggio Italiano” degli anni ’80. Questi scatti testimoniano la maturità nella rappresentazione del territorio e nella ricerca di un senso nella quotidianità visiva, rivelando uno sguardo capace di scovare dettagli insospettati e di offrire nuove prospettive su luoghi familiari.
Accanto alle immagini, emerge il dialogo di Ghirri con la scrittura attraverso tre saggi filosofici raccolti nel volume “Luigi Ghirri. Felicità” , che accompagna le opere in mostra. L’artista intreccia riferimenti al cinema, alla letteratura, alla filosofia e alla musica, mettendo in luce una visione complessa e multidisciplinare della fotografia come mezzo culturale.
Il legame con Borges resta centrale: le sue narrazioni descrivono il mondo come un’immensa biblioteca o una mappa infinita, metafore che aiutano a leggere media e immagini come riflessi dell’identità contemporanea. La fotografia di Ghirri non è solo estetica, ma un modo per interrogarsi sulla realtà e su come ciascuno costruisce il proprio punto di vista. Le sue immagini diventano strumenti di conoscenza, custodi di memorie e significati da scoprire.
Nonostante una produzione vasta, con più di cento mostre e molti testi pubblicati, alcune fotografie di Luigi Ghirri restano ancora inedite o poco note. Questa mostra londinese, seconda dopo “Colazione sull’Erba” del 2019, offre un’occasione rara per vedere opere mai esposte prima, scelte direttamente dagli archivi di famiglia.
Ogni immagine racchiude potenzialmente tutte le immagini al suo interno: un invito a guardare con più attenzione ciò che ci circonda e che spesso diamo per scontato. Ghirri coglie la contemporaneità in modo quasi profetico, trasformando anche paesaggi industriali o angoli di città in scene sospese, che richiamano atmosfere vicine ai grandi paesaggi americani. Per lui non conta tanto il paesaggio in sé, ma il modo in cui lo si osserva. Le sue fotografie raccontano, in fondo, del nostro sguardo e di come lo usiamo per dare senso e identità al mondo che vediamo.
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