Tra le calli e i canali di Venezia, il padiglione spagnolo si prepara a riaprire le sue porte, finalmente restaurato e tornato all’antico splendore. Ma la Spagna non punta su effetti speciali o grandi spettacoli digitali. Preferisce invece l’arte dell’accumulo, lenta e densa di significati. Oriol Vilanova, artista catalano, ha passato vent’anni a raccogliere frammenti di vita — cartoline d’epoca, minuscoli tesori di memoria — che ora compongono un ambiente museale unico. Il suo progetto, “Los restos“, si presenta come un vasto insieme di ricordi, ordinati ma senza rigore, una riflessione sulla caducità del tempo e sul peso del passato. Un invito a fermarsi, a guardare con calma ciò che spesso ignoriamo.
Il padiglione spagnolo: un museo di accumuli e sedimentazioni
Il padiglione spagnolo si presenta come uno spazio insolito. Dopo il restauro, è diventato una sorta di museo atipico che non racconta una storia lineare, ma parla attraverso la sovrapposizione di immagini e oggetti. Vilanova mette al centro un archivio personale di cartoline raccolte in mercatini e negozi dell’usato, materiale ormai marginale e spesso dimenticato. Questi piccoli frammenti di comunicazione visiva, legati al turismo di massa, ricoprono le pareti in modo fitto, quasi senza fine. Non c’è un ordine tematico o cronologico: ogni immagine conserva la propria autonomia ma contribuisce a un tutto indistinto, segnato però da una precisa volontà di conservazione.
Il lavoro si basa su una raccolta lenta e costante, quasi ossessiva, che mette in discussione l’idea di grandezza e di narrazioni monumentali. La scelta delle cartoline – oggetti piccoli, passati di mano in mano e per natura destinati a scomparire – apre uno spazio di riflessione sulla memoria culturale e sull’identità collettiva. Non si vuole restituire un senso originario, ma costruirne di nuovi, spesso sfuggenti, dove il gesto stesso di collezionare diventa più importante del risultato finale.
Accumulo e perdita: la tensione che attraversa “Los restos”
Al centro del lavoro di Vilanova c’è un gioco di tensioni tra accumulo e perdita. Le cartoline, simboli di comunicazioni personali e fugaci, diventano reliquie di una memoria dispersa e frammentaria. Dentro la Biennale, questo archivio non si limita a recuperare immagini dimenticate, ma le inserisce in un nuovo contesto che ne ridefinisce il valore culturale. Così si mette in discussione il ruolo tradizionale dei musei, spostando l’attenzione verso ciò che sta ai margini del sistema culturale.
L’interesse dell’artista per le economie marginali e la vita di tutti i giorni si fa sentire in profondità, spostando il focus sul valore delle azioni umili e ripetitive come forme di resistenza simbolica. Qui il collezionismo diventa un atto artistico che si prolunga nel tempo, oscillando tra metodo e spinta personale, sfiorando a tratti l’ossessione. La pazienza necessaria a ordinare questo materiale così vasto mette in luce l’importanza del tempo, spesso trascurata nelle pratiche artistiche contemporanee.
Performance e corpo: “Il fantasma della libertà” tra Giardini e Arsenale
Il contributo di Vilanova non si esaurisce nel padiglione. Durante la Biennale, l’artista porterà avanti anche un intervento performativo dal titolo “Il fantasma della libertà“. L’azione si svolgerà tra i Giardini e l’Arsenale, aggiungendo una dimensione insolita all’esposizione: il corpo umano diventa un elemento espositivo vivo e in movimento. Il titolo richiama il celebre film di Luis Buñuel, noto per i suoi richiami al surrealismo e agli incontri imprevedibili.
La performance crea una presenza quasi invisibile ma intensa, invitando a riflettere sul rapporto tra arte e vita quotidiana, tra apparizione e scomparsa. In questo modo, l’esperienza museale si rompe, si moltiplicano gli spazi di fruizione, fatti di incontri casuali e silenziosi. Anche qui si ritrova il tema dell’accumulo, ma in forma umana: gesti e presenze che si intrecciano negli spazi fisici e culturali della Biennale, ricongiungendo memoria, corpo e paesaggio urbano.





