Biennale di Venezia 2024: la mostra “In Minor Keys” di Koyo Kouoh tra arte e polemiche

61ª Biennale d’Arte di Venezia: vita, memoria e natura in un dialogo urgente

Il 9 maggio 2026, Venezia ha aperto le porte alla 61ª Biennale d’Arte con un gesto potente: raccontare la vita, la memoria e il rapporto fragile con il mondo naturale. “In minor keys” non è solo un titolo, ma una sfida lanciata ai visitatori: dimenticare i percorsi sicuri, abbracciare un’esperienza che mescola sensi e emozioni in modo inedito. La mancanza di Koyo Kouoh, scomparsa poco più di un anno fa, pesa nell’aria. Eppure, la sua eredità pulsa nelle opere e nelle scelte dei curatori, sparsi tra Giardini e Arsenale, a tenere viva una visione che parla al presente con urgenza.

Una Biennale segnata da tensioni, ma che sa farsi spazio

La Biennale 2026 arriva tra polemiche e assenze pesanti, come quella del Presidente, non citato nel colophon d’ingresso, e tra dimissioni che avrebbero potuto oscurare l’inizio. Ma una volta varcati i cancelli di Giardini e Arsenale, tutto questo si dissolve davanti a una mostra pensata da Kouoh con il suo team: Rory Tsapayi, Siddharta Mitter, Marie Helene Pereira, Gabe Beckhurst Feijoo e Rasha Salty. L’esposizione mette insieme opere diverse, in un equilibrio tra forza espressiva e bellezza, su due sedi distinte ma in dialogo tra loro.

L’allestimento evita un percorso rigido, lasciando spazio al pubblico di costruirsi la propria esperienza. Il confronto con la Biennale 2024, curata da Adriano Pedrosa e intitolata “Stranieri ovunque”, è inevitabile, ma qui si percepisce una mano più raffinata e una scelta di opere attenta sia alla qualità che alla coerenza dei temi.

Nei Giardini, il cuore pulsante dell’arte e della narrazione

Appena entrati nei Giardini, si respira un’atmosfera calda e vibrante. L’opera di Big Chief Demond Melancon accoglie il visitatore, creando un ponte tra tradizione e contemporaneo. Le bandiere che sventolano celebrano Alexa Kumiko Hatanaka, artista canadese di origini giapponesi, simbolo di vita e continuità.

Non sono singoli pezzi isolati, ma un insieme che dà vita a una coralità, trasformando la Biennale in un organismo vivo. Il Padiglione Centrale è stato riallestito con cura, grazie anche al lavoro di architetti specializzati. La libertà di scegliere il proprio percorso tra le installazioni è una sfida e un invito a uno sguardo più coinvolto: l’arte qui non si guarda solo, si vive.

Ecologia e memoria: un nuovo sguardo alla natura

Tra i temi forti della mostra spicca un’etica ecologica che va oltre la semplice tutela ambientale: si parla di un’alleanza profonda tra umani, animali e piante. L’albero diventa simbolo di memoria, tradizione e riconnessione.

Artisti come Maria Magdalena Campos Pons dialogano con Kamaal Malak, creando una trama di emozioni e immagini che attraversano tempo e spazio. Le opere di Sabian Baumann portano a mondi surreali, invitando a riflettere sul legame tra uomo e natura. L’aspetto naturale si fa intimo nei lavori di Hala Schoukair, che evocano ricordi d’infanzia e affetti perduti.

L’ecologia si intreccia con il femminismo nelle opere di Annalee Davis, che presenta ricami espressivi e un’installazione arborea pensata apposta per l’Arsenale. Mohammed Z. Rahman, con i suoi dettagli pittorici, completa questo racconto fatto di natura, artigianato e memoria, costruita con mani, materiali e tecniche tramandate.

Arte e artigianato, storie che viaggiano nel tempo

Nel complesso della Biennale emerge una cura particolare per le storie trasmesse oralmente o attraverso antichi mestieri. Le 14 tavolette in argilla di Philip Aguirre Y Otegui raccontano vicende attuali usando tecniche antiche, mentre Raed Yassin intreccia la sua tragedia familiare con un contesto storico più ampio.

Atene e memoria si incontrano nell’arte di Godfried Donkor, che rilegge l’immagine del corpo nero oggi, sfidando stereotipi e reinventando rappresentazioni sociali. L’attenzione alle tradizioni non oscura però lo sguardo critico e contemporaneo che attraversa ogni opera.

Arsenale e Corderie: tra rituali, protesta e simboli forti

Nel cuore delle Corderie dell’Arsenale, l’atmosfera cambia. Il percorso si fa più netto, quasi una processione voluta dai curatori. Tornano temi come il carnevale e altre ritualità legate alla memoria di comunità spesso oppresse. Questa festa e resistenza emergono con forza nelle opere di Melancon.

Qui le opere dialogano meno fra loro rispetto ai Giardini, ma alcune catturano subito l’attenzione per la loro carica emotiva: i fiori a lutto di Dan Lie, la “stanza rossa” di Alfredo Jaar, gli abissi marini di Michael Joo e l’installazione planetaria di Dawn Dedeux che unisce meteoriti e archeologia.

Multimedia e memoria: tra ombre cinesi e installazioni immersive

Le Corderie si aprono con un omaggio all’amicizia tra Issa Samb e Khaled Sabsabi, per poi proseguire con l’installazione immersiva di Cauleen Smith, regista e artista che mescola letteratura, immagini e suoni per creare uno spazio partecipativo.

Tra le opere più impressionanti c’è la lunga bobina fotografica di Carrie Schneider, un chilometro di pellicola che riprende otto secondi di “La Jetée” di Chris Marker. L’albero rotante di Theo Eshetu, unico italiano in Biennale, si erge come simbolo laico e contemplativo, un luogo per riflettere e ricostruire memoria e identità.

Tra storia e attualità: la Biennale si fa carico del presente

La Biennale di Kouoh affronta temi come diaspora, migrazione, genocidio e guerra senza scadere nella retorica, mantenendo un equilibrio tra denuncia e poesia. Al centro ci sono storie umane complesse, raccontate da opere come “Guernica” di Lampedusa di Werewere Liking, ai Giardini e riflesse all’Arsenale.

Non mancano lavori che parlano di tragedie imprescindibili: Guadalupe Maravilla racconta la detenzione di un bambino negli Stati Uniti; Sawangwongse Yawnghwe denuncia il massacro dei Rohingya; Walid Raad collega le guerre in Libano e Jugoslavia, tracciando fili storici importanti.

Oltre le opere: scuole, residenze e collaborazioni

La Biennale non si ferma alle opere, ma si apre a progetti educativi e collaborazioni internazionali. Ai Giardini, accanto al bookshop, “Chimera” è una residenza e spazio culturale antimperialista, fondato da un collettivo di artisti tra cui John Letourneau e Julie Mehretu, che rivisita il gioco surrealista del “cadavere squisito.”

Il percorso richiama anche il Nairobi Contemporary Art Institute, nato nel 2020 per promuovere l’arte africana contemporanea, e la Makerere University di Kampala, fondata nel 1922. In mostra ci sono ottanta dipinti di artisti cresciuti in questi contesti, come Sam Joseph Nitro, diplomatico e pioniere dell’arte in Tanzania, e Josephine Nitro, pittrice che trasforma traumi politici in allegorie dense.

All’Arsenale, spazio alla Guest Artist Foundation , no profit nigeriana guidata da Yinka Shonibare. Qui si trovano installazioni multimediali ispirate al cortile Yorùbá, luogo ancestrale di incontro e scambio.

Questo intreccio di storie e visioni mette a confronto identità e stili diversi, segnando una Biennale aperta, a più livelli e in cerca di nuove prospettive.

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