Jewel, icona pop anni ’90, incanta Venezia con la mostra che rivoluziona il femminile

La connessione con il femminile si è persa, sembra sussurrare Jewel con “Matriclysm: An Archaeology of Connections Lost”, la sua nuova mostra al Salone Verde di Venezia. Non è solo la cantante che negli anni Novanta ha scalato le classifiche con la sua voce unica, ma un’artista poliedrica che da tempo ha cambiato rotta, spostando l’attenzione verso l’arte visiva e la scrittura. Dopo aver debuttato nei musei americani nel 2024, Jewel si presenta ora con un progetto che si addentra nelle pieghe dell’identità femminile, invitando a una riflessione intensa e stratificata. Dal 6 maggio al 22 novembre 2026, Venezia ospita questo tuffo nelle connessioni perdute del femminile, tra memoria e rinascita.

Una mostra che mescola pittura, scultura e suoni nel cuore della Biennale Arte 2026

L’allestimento è un ambiente immersivo, dove pittura, tessuti, sculture e installazioni sonore si intrecciano senza soluzione di continuità. Niente di tradizionale, insomma. Curata da Joe Thompson, la mostra si inserisce nel calendario della Biennale Arte 2026 e si distingue come una delle proposte più originali di questa edizione. Il suono, insieme a flussi di dati in tempo reale provenienti da oceani e spazio, aggiunge un tocco dinamico che lega le opere alla natura e all’universo. L’esperienza per chi visita è sensoriale: non si viene travolti, ma si è invitati a scoprire piano piano un mondo di suggestioni e rimandi. Le opere non si impongono, lasciano spazio a una fruizione lenta e meditata.

Il femminile come sapere dimenticato: tra maternità, cura e memoria

Al centro della mostra c’è una domanda forte: che fine ha fatto il sapere femminile antico? Spesso nascosto o relegato ai margini della storia, questo sapere è fatto di maternità, cura e trasmissione di generazione in generazione, radicato in pratiche corporee e rituali. Jewel indaga tre temi principali — First Mother, Heart of the Ocean e The Seven Sisters — per raccontare la perdita di questo patrimonio invisibile. Le opere parlano di storie, leggende e legami che un tempo erano il cuore pulsante dell’esperienza femminile. Lo si vede nella scelta dei materiali e nella sovrapposizione di simboli che costruiscono un racconto complesso e stratificato.

Pittura e critica: il potere femminile ridotto a immagine vuota

Nei quadri, Jewel non nasconde la sua critica alla mercificazione del potere femminile. Questo potere, invece di essere riconosciuto nella sua profondità, è stato spesso ridotto a una superficie fragile e instabile. Le immagini sembrano sul punto di svanire, creando una tensione palpabile. C’è una sensazione di fragilità che parla sia della decadenza sia del possibile cambiamento. I colori e le forme si sovrappongono, si consumano lentamente, rivelando radici culturali e storiche compromesse da una lettura superficiale e commerciale del femminile. Lo spettatore è spinto a fermarsi, a entrare in dialogo con ogni opera, a scavare oltre la superficie.

Suoni e dati dal vivo: un ponte tra corpo, oceano e universo

La dimensione sonora è uno degli aspetti chiave della mostra. Le installazioni combinano registrazioni e flussi di dati ambientali, costruendo una rete invisibile che collega il corpo umano con le grandi forze del cosmo e degli oceani. Questo intreccio rafforza il senso di appartenenza a un sistema più ampio, che unisce il personale e il naturale. Jewel non guarda al passato con nostalgia, ma mette l’accento sulla frammentazione e sulla perdita come parte del cambiamento culturale e personale. L’archeologia evocata nel titolo invita a raccogliere ciò che resta, anche se incompleto, per trasformarlo in nuovi significati attraverso la memoria e l’arte.

La mostra si presenta così come un invito a riscoprire un sapere femminile spesso invisibile e smarrito, attraverso la forza delle arti visive, delle installazioni sonore e della ricerca sperimentale. Nel contesto della Biennale Arte 2026, l’esposizione di Jewel si conferma un momento di riflessione sui temi del presente, senza retoriche facili, ma con uno sguardo deciso sulle fratture e sulle connessioni che ci attraversano.

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