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Renato Varese a Conegliano: la mostra retrospettiva che celebra 75 anni di arte ironica e intellettuale

Renato Varese spegne cento candeline a Conegliano, la sua città natale. Nato nel 1926, ha attraversato più di sette decenni di arte con una cifra unica: una pittura visionaria, a tratti ironica, capace di scavare nel grottesco e nel gotico con sorprendente leggerezza. Varese se n’è andato a dicembre 2024, ma il suo spirito torna a farsi sentire forte, grazie a una mostra che riapre il sipario sulla sua lunga, intensa carriera. Palazzo Sarcinelli diventa così il palcoscenico di un omaggio che non si limita a celebrare un artista, ma racconta un mondo visto con occhi originali e pungenti.

Un percorso lungo e variegato nell’arte

Varese ha attraversato tanti campi: dalla pittura alla grafica, dall’incisione alla scultura fino alla ceramica. La sua carriera si è intrecciata con la Fucina degli Angeli di Murano, fondata negli anni Cinquanta da Egidio Costantini e sostenuta da personalità come Peggy Guggenheim. Qui ha assorbito stimoli decisivi per il suo cammino artistico. La sua prima personale arrivò a soli ventitré anni, aprendo la strada a decenni di esposizioni in tutto il mondo. Ha partecipato a eventi importanti come la Rassegna Internazionale d’Arte Contemporanea di Parigi, l’International Art Expo di New York e la International Contemporary Art Fair di Londra, ottenendo un riconoscimento globale.

Il legame con Conegliano, sua città natale, è rimasto forte e si riflette nelle sue opere. Il paesaggio veneto emerge trasformato, come nel ciclo “Le Venezie”, dove un giallo intenso e aristocratico avvolge scenari irreali. Qui Varese mescola tradizione e innovazione, andando oltre il realismo per esplorare atmosfere e luci fuori dall’ordinario. La sua formazione cosmopolita, influenzata dall’avanguardia europea del primo Novecento, conferisce alle sue immagini una dimensione che è insieme locale e universale.

Donazione e omaggio alla coppia artistica

Per questa mostra, gli eredi hanno voluto rispettare l’ultima volontà di Varese con una donazione importante alle Collezioni Comunali di Conegliano. Tredici opere, tra dipinti e grafiche, ora sono custodite nella Sala L.R. Varese di Palazzo Sarcinelli, intitolata alle iniziali della moglie Liliana e dell’artista stesso. Questo gesto è più di un tributo personale: è un patrimonio culturale che arricchisce la città e il suo museo con lavori scelti che raccontano il cuore della sua arte.

Al centro della donazione spicca il grande telero “Beati gli ultimi” , che riassume con forza la sua poetica. Il dipinto mostra una processione di figure in un paesaggio grigio e roccioso, guidate da un vescovo a cavallo. Un dettaglio curioso cattura subito lo sguardo: il pastorale del vescovo si trasforma in un ombrello. E poi c’è la morte, rappresentata come un piccolo arlecchino sorridente, che fa un gesto quasi a preannunciare un destino inevitabile, ignorato dagli altri. Una scena che trasmette inquietudine e invita a riflettere sulla condizione umana e sul ruolo delle istituzioni.

Quarant’anni di arte tra gotico e satira sociale

La mostra presenta una cinquantina di opere tra pittura e grafica, offrendo uno sguardo ampio e dettagliato sul lavoro di Varese. Il suo stile, definito “gotico”, si caratterizza per atmosfere cupe che richiamano il Medioevo e per immagini popolate da vescovi, giudici, guerrieri, donne, maghi, arlecchini, animali e vessilli strappati. Questi elementi, raccolti in processioni visive, raccontano un malessere esistenziale, quel “male di vivere” che attraversa i secoli.

L’ironia è un ingrediente fondamentale nella sua pittura. Mai fine a se stessa, serve a mettere in crisi certezze e autorità. Con un sorriso beffardo, Varese smonta quei principi sacri e profani che la società spesso accetta senza discuterli. Non replica la realtà, la sovverte, trasformando forme fredde e spigolose in simboli che spingono a riflettere. I vari cicli – dai vescovi all’arlecchino, fino all’indagine sull’umana condizione – mostrano un’analisi profonda delle dinamiche di potere e delle contraddizioni dell’essere umano.

L’arte di Varese sotto la lente della critica

Gli studiosi mettono in luce l’intensità comunicativa delle sue opere. I segni grafici, specie nelle figure allegoriche e negli animali, rivelano una tecnica di grande livello. Il filosofo Herbert Marcuse, nel suo “La dimensione estetica”, aiuta a capire la simbologia vareseana. Secondo Marcuse, il mondo creato dall’arte è una realtà fittizia che però racconta verità più profonde della vita di tutti i giorni, dove spesso le istituzioni nascondono la realtà.

Nelle scene di Varese si capovolge tutto: la menzogna è nella vita di ogni giorno, mentre l’illusione artistica mostra ciò che è e potrebbe essere davvero. Il vescovo seminudo che cavalca un toro all’indietro, per esempio, diventa simbolo della Chiesa e della sessualità, vista con scetticismo. Questo modo di raccontare allegoricamente spinge lo spettatore a scavare oltre la superficie, a decifrare simboli e significati nascosti.

Passione, mestiere e un’arte che parla dell’uomo

Per Varese, la pittura doveva unire mestiere e pensiero, senza compromessi. La sua arte scava sotto la superficie, svelando l’essenza dell’uomo, spesso fragile e sconfitto. Cavalieri disillusi, segnati da guerre e dolori, emergono dalle sue tele con armature rotte e ferite aperte. Questi soggetti richiamano l’espressionismo per l’intensità emotiva, il gotico per la drammaticità e il cubismo per le forme geometriche e dure.

Ma l’arte di Varese non si limita a un gioco di immagini. È il frutto di una fusione intensa di sensibilità e intelletto, di passione controllata e tecnica precisa. Un esempio emblematico è la “Deposizione” del 1986, dove Cristo appare come un automa smembrato. I piedi gonfi e trafitti, la figura che lo sorregge con un braccio teso, invitano a una lettura che va oltre la commozione immediata, spingendo a una riflessione profonda e duratura. L’obiettivo dell’artista è scuotere lo spettatore, lasciare un segno che duri nel tempo, stimolare la coscienza critica.

La mostra a Palazzo Sarcinelli resterà aperta fino al 7 giugno 2026, un’occasione unica per entrare nell’universo complesso e affascinante di Renato Varese, uno dei protagonisti più importanti del Novecento veneto.

Redazione

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