Nel 1934, sopra le acque calme del lago di Garda, un aereo rosso fiammante sfidava ogni limite: 709 chilometri all’ora, un record mondiale inciso nella storia dell’aviazione. Quel bolide era il Macchi-Castoldi MC 72, guidato dal tenente Francesco Agello, un pilota che ha trasformato il cielo in una pista da corsa. Ma quella vittoria non restò solo un numero su un cronometro. Giovanni Korompay, artista poco conosciuto ma decisivo per il futurismo italiano, catturò in pittura l’essenza di quella sfida contro il tempo e la gravità. Ora, a Genova, alla Wolfsoniana, sessanta opere di Korompay tornano a raccontare quella tensione tra volo, velocità e modernità, portando in scena un’avventura che è anche un pezzo di rivoluzione artistica.
Il 23 ottobre 1934, sulle acque dell’idroscalo di Desenzano del Garda, successe qualcosa di straordinario. Il Macchi-Castoldi MC 72, un idrovolante progettato per rompere ogni barriera di velocità, decollò con a bordo il tenente Francesco Agello, pilota del reparto Alta Velocità della Regia Aeronautica. Quel giorno, l’aereo volò a una media di 709 km/h, un record imbattuto nella sua categoria.
Non era solo una macchina da corsa: quel velivolo rappresentava l’ingegno e la potenza industriale italiana di un’epoca in cui regime e modernità si intrecciavano. Quel volo non fu solo un’impresa tecnica, ma un trionfo di prestigio nazionale, celebrato e strumentalizzato per esaltare la forza dell’Italia fascista. Un successo che divenne icona, immortalata anche nelle opere d’arte dell’epoca, tra cui spicca la tela “Alta Velocità” di Giovanni Korompay.
Nato a Venezia nel 1904, Giovanni Korompay porta un cognome che tradisce origini morave. Suo bisnonno era un funzionario austriaco che si stabilì in Laguna, dando all’artista un patrimonio culturale variegato. Studia all’Accademia di Venezia con Ettore Tito, maestro ottocentesco che gli dà solide basi tecniche, pur in netto contrasto con le spinte futuriste che stavano rivoluzionando l’arte.
A diciotto anni, nel 1922, Korompay si avvicina al Futurismo, incontrando figure come Prampolini e Marinetti, il fondatore del movimento. Da allora, cambia rotta: si dedica all’aeropittura, un genere che cerca di rappresentare la velocità, il volo, la modernità e il trambusto della tecnica in movimento. Nel manifesto dell’aeropittura, Marinetti descrive questo nuovo sguardo come la “vertigine del volo”, un’esperienza dinamica e teatrale dello spazio, dove il paesaggio non è più fermo ma vive nella velocità.
Oggi a Genova, nella sede della Wolfsoniana a Nervi, si può visitare una mostra antologica dedicata a Korompay. Oltre sessanta opere – dipinti, sculture, grafiche, fotografie e documenti – raccontano il percorso di un artista che ha saputo fondere tradizione e avanguardia. La collezione proviene dal lascito del collezionista americano Micky Wolfson, che ha voluto omaggiare Genova con un patrimonio che copre arte decorativa e propaganda tra 1880 e 1950.
La mostra, curata da Alex Casagrande, Matteo Fochessati, Franco Tagliapietra e Anna Vyazemtseva, ripercorre le tappe di Korompay: dai primi lavori tradizionali veneziani alle audaci sperimentazioni futuriste, fino agli astrattismi geometrici degli anni maturi. Tra le opere esposte spiccano prestiti dal Mart di Rovereto, dal Mambo di Bologna, collezioni private e contributi dalla Fondazione Korompay.
Al centro dell’esposizione c’è “Aeropittura” del 1936, un dipinto simbolo conservato a Venezia e qui in mostra eccezionalmente. Un’opera che riassume lo spirito futurista di Korompay e segna un passaggio fondamentale nel suo percorso artistico e ideologico.
Nonostante i futuristi guardassero a Venezia come a un luogo legato al passato, Korompay la ritrae con uno sguardo originale, lontano dal solito vedutismo ottocentesco. La sua Venezia è fatta di palazzi verticali che si specchiano nelle acque, di notti suggestive, ma soprattutto di cantieri navali e officine portuali, simboli della modernità industriale.
Uno dei suoi lavori più emblematici è “Sintesi di Venezia”, dove la gondola tradizionale viene smontata e ricomposta come un puzzle, anticipando la sua inclinazione verso l’astrazione. Qui emerge la capacità di unire tradizione e innovazione, con uno sguardo meno decorativo e più concettuale.
Nel 1936 Korompay partecipa alla Biennale di Venezia con “Aeropittura”, un’opera che sintetizza le sue ricerche sul volo e sul movimento. Nella città lagunare incontra anche Magda Falchetto, sua compagna e anch’essa aeropittrice, che diventerà soggetto di alcuni dei suoi ritratti più delicati.
Oltre a Magda Falchetto, un’altra donna importante nella vita e nell’arte di Korompay fu Benedetta Cappa, moglie di Marinetti e protagonista del futurismo. La sua vita privata si intreccia con le figure chiave del movimento, creando un ambiente ricco di stimoli e influenze.
Dopo il 1936 si trasferisce a Ferrara e lavora per il Corriere Padano, sotto l’ala di Italo Balbo. Qui entra in contatto con nuovi ambienti culturali, assorbendo influenze metafisiche e surrealiste che si riflettono in opere caratterizzate da geometrie morbide e colori pastello, lontane dalla meccanica dura del futurismo.
Il 1944 segna una svolta drammatica: un bombardamento distrugge la sua casa e molte opere conservate, mentre la morte di Marinetti chiude di fatto l’epoca del Futurismo come movimento organizzato. Korompay cerca di rilanciare l’eredità futurista senza però ottenere grande successo. Nel dopoguerra si dedica all’astrattismo, partecipando a mostre in Italia e all’estero.
Dopo la guerra, Korompay si allontana lentamente dai riflettori. Il Futurismo è ormai visto con sospetto, legato al passato fascista, e fatica a trovare spazio nei nuovi scenari artistici. Nel 1968, durante la Biennale di Venezia, decide di non unirsi alla protesta degli artisti contro l’istituzione, una manifestazione che degenerò in vandalismi, compresi quelli contro sue opere.
Nel 1986 viene escluso dalla mostra “Futurismo & Futurismi” a Palazzo Grassi, un’ulteriore esclusione dalla storia ufficiale dell’arte italiana. Nonostante l’età e un ictus che limita la mano destra, continua a dipingere con tenacia.
Muore nel 1988. Oggi il suo lavoro viene riscoperto e valorizzato. La nipote Barbara, a capo della Fondazione Korompay, ricorda un artista che mescolava colori a olio sulle note dei Pink Floyd, un curioso mix tra avanguardia musicale e tradizione pittorica. La mostra alla Wolfsoniana è l’occasione per riportare alla luce un protagonista dimenticato del Novecento italiano, capace di unire innovazione e radici culturali attraverso immagini che sembrano muoversi.
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