Domenica 24 maggio 2026, Pavia ha aperto il Giardino della Ricerca nel cuore del Collegio Ghislieri, un luogo dedicato ad Andrea “Andy” Rocchelli, il fotoreporter ucciso dodici anni fa nel Donbass. Era il 2014 quando Rocchelli, insieme all’interprete Andrej Mironov — anche lui morto quel giorno — e al collega William Roguelon, ferito, documentava la guerra in Ucraina. Non si tratta solo di un semplice spazio commemorativo, ma di un invito a non spegnere la memoria, a tenere viva una storia che ancora oggi scuote e interroga chi la conosce.
Il Giardino della Ricerca non è una statua o una semplice targa da visitare una volta e poi dimenticare. Vuole essere un luogo che chiama alla partecipazione e alla cura costante. La memoria qui non è un ricordo fermo, ma una domanda che scuote e non dà risposte facili. La scelta stessa di un giardino parla chiaro: è un ambiente che cresce, cambia, ha bisogno di attenzione. Un monumento verde che rompe la distanza emotiva e invita a tornare, a prendersi cura del ricordo e di ciò che quella persona ha rappresentato.
L’inaugurazione ha visto la presenza di amici, colleghi, giornalisti e la famiglia Rocchelli, con interventi di rilievo come quelli di Gherardo Colombo e Michele Serra. È stato anche presentato un podcast curato da Agostino Zappia e Enrico Rotondi, a sottolineare la natura multidimensionale del progetto, che mette insieme memoria, arte e informazione. L’obiettivo è evitare retorica vuota e tenere vivo il dialogo sull’eredità umana e professionale di Andy.
Andy Rocchelli non cercava lo scatto spettacolare o l’azione eroica. Il suo sguardo era rivolto alla vita quotidiana segnata dal conflitto. Le sue fotografie raccontano la sofferenza dei civili, la guerra non come evento politico, ma come esperienza umana. Scantinati trasformati in rifugi, madri con i figli durante i bombardamenti, anziani davanti a finestre rotte: sono queste le storie che ha raccontato con il suo obiettivo.
Una delle immagini più famose, quella di un gruppo di bambini stretti attorno a una luce in uno scantinato, riassume quel modo di guardare: un racconto paziente, rispettoso, che non mostra la violenza in sé, ma il contesto in cui essa vive. La guerra diventa “infrastruttura della vulnerabilità”, una realtà che si insinua negli spazi e nelle persone, non un episodio isolato. Anche in altri reportage dall’Europa dell’Est e dal Nord Africa, Rocchelli ha usato il bianco e nero con rigore, composizioni misurate e una distanza rispettosa.
La sua fotografia evita ogni spettacolarizzazione. Non c’è eroismo da mettere in mostra, ma una tensione morale a restituire dignità a chi subisce la guerra. Il suo stile richiama il grande reportage classico, senza cadere nel mito del fotografo-testimone. Rocchelli sapeva che nessuna immagine può dire tutto, e proprio per questo le sue foto restano uno strumento fondamentale di conoscenza e denuncia.
L’omicidio di Andrea Rocchelli e Andrej Mironov è stato al centro di un lungo processo in Italia. Le indagini e i vari gradi di giudizio hanno stabilito che i due furono uccisi da colpi sparati da postazioni dell’esercito ucraino. Si trattò di un attacco senza provocazione e senza giustificazione militare. Tuttavia, nonostante siano stati individuati i responsabili materiali, nessuno è stato condannato in via definitiva.
Questo ha lasciato una verità senza giustizia, un vuoto che il Giardino della Ricerca vuole mantenere aperto. Il nome stesso del giardino parla di “ricerca”: ricerca della verità, inseguimento costante dei fatti e delle responsabilità. Ma anche ricerca intesa come cura, come pazienza per far crescere qualcosa nel tempo, come semina e attenzione costante.
La famiglia Rocchelli e chi ha seguito la vicenda ha scelto di non cedere alla fretta delle commemorazioni fugaci. Hanno voluto invece costruire un percorso di memoria attiva e inclusiva, capace di stimolare il dibattito e la riflessione sui temi della guerra, della libertà di stampa e dei diritti umani, oggi come allora.
Il Collegio Ghislieri ha promosso il Giardino della Ricerca come un progetto che supera le forme tradizionali delle celebrazioni pubbliche. In un tempo in cui molte statue sono contestate e le cerimonie si riducono spesso a gesti simbolici e brevi, questa iniziativa assume un valore culturale e politico importante.
Il giardino richiede cura continua, presenza nel tempo e nello spazio, ben oltre il giorno dell’inaugurazione. Non è solo un ricordo per una vittima, ma un invito collettivo a interrogarsi sulla responsabilità e sul ruolo della memoria.
Il Collegio lo ha detto con chiarezza: “Vivificare la memoria è il più potente atto nelle mani degli uomini per coltivare la verità evitando la barbarie”. Così, la botanica diventa politica: prendersi cura di un giardino è un gesto quotidiano di difesa dei valori che Rocchelli ha incarnato con il suo lavoro.
Guardare le sue fotografie, tornare spesso e prendersi cura del Giardino della Ricerca significa non lasciare che la storia di Andy si spenga. Vuol dire tenere vivo il presente e il futuro, spingendo a riflettere sulle guerre, sulle vittime e sul coraggio di quei cronisti che portano alla luce la verità nascosta.
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