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Jorge Luis Borges a 40 anni dalla morte: riscoprire il genio critico dell’architettura

Il 14 giugno 1986, a Ginevra, moriva Jorge Luis Borges. Sono passati quarant’anni, eppure il suo nome continua a pulsare, a provocare domande. Non solo per i suoi libri, letti e amati in tutto il mondo, ma per l’uomo che si celava dietro l’immagine mitica. Fino alla fine, Borges mantenne una lucidità quasi sorprendente, ma non senza fessure, senza dubbi e fragilità. Aveva quell’età in cui il passato si fa presente, a volte con dolcezza, altre con rimpianto. E proprio questo spinge a interrogarci: come vogliamo ricordarlo? Mito intoccabile o figura complessa, spesso contraddittoria?

C’è chi lo celebra come un gigante della letteratura, e chi invece rimpiange quel Nobel mai conferito. Un’assenza che sembra rispecchiare le ombre del suo rapporto con l’Argentina, sempre critico, mai rassegnato. Nel 2025 è emerso un libro di Estela Canto, amica di lunga data, scritto nel 1989. Quel testo squarcia il velo del mito e restituisce un Borges più vero, più vicino: un uomo di mezza età, scapolo, innamorato del cinema popolare più che della musica classica, affascinato da storie di banditi e guerrieri che sfidano i re. Un ritratto inatteso, che invita a guardare l’autore con occhi nuovi.

Borges e l’oblio: un rapporto difficile che dura da quarant’anni

Borges non avrebbe voluto commemorazioni tradizionali. Lo diceva lui stesso, nei versi di una poesia del 1964 in cui invoca un oblio totale, quasi una fuga dal ricordo che lo tormentava: “Ah se quell’altro destarmi, la morte, recasse un tempo senza più memoria del mio nome e di quanto sono stato!” Ma l’oblio, ammetteva, è un’illusione. Nella raccolta “L’altro, lo stesso” alterna la speranza alla rassegnazione, ricordando che ciò che si ama e si perde brucia per sempre nell’eternità. Le sue parole raccontano di un uomo che guarda la vita e la morte con la consapevolezza del proprio posto nel tempo.

Questo rapporto ambiguo con il ricordo rivela la profondità della sua riflessione. Tempo, memoria e perdita sono temi ricorrenti nella sua poesia e nei suoi racconti. Non sorprende allora che, a quattro decenni dalla sua scomparsa, la sua figura sia ancora un’eco che non si spegne. Il suo patrimonio culturale è un intreccio di forza e fragilità, mito e umanità, che continua a spingere lettori e critici a interrogarsi sul senso della memoria.

Borges oltre i libri: il fascino nascosto per l’architettura e i labirinti

Un lato meno noto, ma affascinante, di Borges è la sua passione per l’architettura. Pur definendosi “uomo di sole lettere”, ha influenzato non solo scrittori e filosofi, ma anche architetti e semiologi. Nella prefazione al libro di Estela Canto, Bruno Arpaia sottolinea come Borges abbia fatto della scrittura un laboratorio di idee interdisciplinari. Nel 1967, insieme ad Adolfo Bioy Casares, ha creato un gioco letterario con “Cronache di Bustos Domecq”, dove l’architettura entra in scena con ironia e satira. Tra personaggi e situazioni inventate, emerge il concetto di “architettura funzionale”, vista come stimolo alla creatività più che come semplice costruzione.

I riferimenti sono colti e ironici, mettendo in luce contraddizioni e aspetti della pratica architettonica del Novecento. Si citano figure come Adam Quincey, autore di un pamphlet del 1937 e simbolo dell’architettura “musicale”, e Alessandro Piranesi, personaggio fittizio che richiama Giovanni Battista Piranesi, celebre per le sue “carceri” intrise di spirali e ombre. Borges e Casares giocano con costruzioni impossibili e idee audaci, tracciando un’architettura che diventa poesia visiva, spesso ben oltre la funzionalità.

Tra caos e sincretismo: i gusti architettonici di Borges

La parodia di Borges e Casares offre uno sguardo tagliente sulla corrente architettonica del loro tempo. Si parte dal caos barocco delle “Carceri” di Piranesi, fino ad arrivare a edifici sincretici come il Santuario delle Molte Muse di Otto Julius Manntoifle. Quest’ultimo è un edificio che unisce funzioni diverse – biblioteca, tempio buddista, palco rotante, persino pista di pattinaggio – un vero e proprio microcosmo eclettico, forse fin troppo.

Poi c’è il Maestro Verdussen, che progetta un edificio scandito da piani dedicati a elementi dell’habitat umano: scale, finestre, soglie. Un’opera pensata come sfida artistica, dove lo spazio diventa inaccessibile e impraticabile. Questa descrizione racconta la diffidenza di Borges verso certe esagerazioni del Movimento Moderno, lontane dal suo gusto personale. La sua attenzione è rivolta a un’architettura che anima la poetica dello spazio, più che all’edificio come semplice contenitore.

Il Guggenheim e Borges: un incontro che lascia il segno

La passione di Borges per l’architettura emerge anche nell’intervista raccolta da Cristina Grau nel libro “Borges e l’architettura” . Lo scrittore racconta di aver visitato il Guggenheim di New York, progettato da Frank Lloyd Wright, poco dopo l’apertura. Nonostante la quasi cecità, descrive un’esperienza intensa: la rampa a spirale del museo gli ha dato la sensazione di un percorso all’aperto, un lento scivolare in uno spazio sospeso tra realtà e sogno.

Le sue parole evocano un’immagine dolce e struggente: “Questa penombra è lenta e non fa male; scorre per un mite pendio e somiglia all’eterno”. Borges accetta la sua condizione visiva senza rassegnarsi. Quel luogo sembra riflettere il suo cammino verso un’ombra che non è né buia né crudele, ma una carezza senza fine. Il piano terra del Guggenheim, con la vasca a forma d’occhio rivolta al cielo, diventa simbolo di questa visione interiore. Come osservava Italo Calvino, quell’occhio immaginario guarda il mondo dall’interno, un dono per chi ha perso la vista ma non la capacità di vedere oltre.

Questa esperienza racconta come Borges abbia saputo mescolare realtà e immaginazione, unendo architettura, letteratura, percezione e memoria in un flusso creativo che continua a stupire chi si avvicina alla sua opera.

Redazione

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