Nel 1982, Luigi Ghirri avvertiva già un pericolo: la fotografia che sostituisce la realtà, senza raccontarla davvero. Oggi quel monito suona più attuale che mai. Scatti che si accumulano, si scrollano via in un attimo, senza lasciare traccia. Sui social, le immagini diventano meri oggetti di consumo rapido, privi di radici. In mezzo a questo caos digitale, c’è Simone Morelli. Nato a Roma nel 1987, lui sceglie la strada opposta: la lentezza della fotografia analogica, il valore della stampa artigianale. Con pazienza, ridà spessore e senso a ogni immagine, come un viaggio che si fa raccontare passo dopo passo.
Simone Morelli e la fotografia: un incontro casuale che diventa passione
Per Morelli la fotografia è arrivata per caso, in Svezia nel 2012, quando ha ricevuto in regalo una Praktica analogica. Quel primo contatto con la pellicola si è rivelato un’esperienza tattile e riflessiva che il digitale non gli offriva più. Le foto scattate e sviluppate al cimitero del Verano a Roma gli hanno mostrato un processo che richiede tempo e pazienza: dallo scatto alla stampa, ogni passaggio è un rito che dà valore all’immagine. Da autodidatta, senza basi teoriche, Morelli ha lavorato spinto dall’intuito e dall’osservazione, attratto dalla vita di tutti i giorni e dai dettagli che spesso sfuggono.
La sua fotografia non si limita a fissare un istante: racconta storie. Ogni scatto si intreccia con gli altri, costruendo un racconto coerente. Questo accade soprattutto quando si muove nei quartieri meno noti di Roma, luoghi che hanno un respiro diverso dal centro storico. Non è solo una questione di geografia: nei non-luoghi come autobus o periferie, Morelli coglie l’essenza autentica della città e delle persone. In contesti più caotici o nuovi, l’azione è più immediata, ma resta fondamentale il lavoro di selezione in post-produzione per ricomporre un quadro complesso.
Le radici del suo sguardo: i maestri che lo hanno formato
Senza una formazione accademica, Morelli ha costruito il suo linguaggio fotografico confrontandosi con i grandi maestri. Il suo punto di riferimento principale è Josef Koudelka, per la coerenza dello sguardo e la forza narrativa. Attraverso il suo lavoro, ha scoperto altri autori come Trent Parke, Marco Pesaresi e Jason Eskenazi, che gli hanno offerto prospettive diverse sul rapporto tra fotografia, realtà e racconto. Questo confronto ha stimolato la sua curiosità e lo ha spinto a sperimentare, sempre in cerca di un linguaggio personale.
Sfogliare libri fotografici è per lui un momento di crescita e ispirazione, un modo per trovare la propria voce. Questo studio si integra con il lavoro sul campo, fatto di errori e scoperte, che lo ha portato a definire piano piano le sue priorità. L’unione di teoria e pratica è stata fondamentale nel suo percorso.
La stampa come anima della fotografia: un antidoto all’effimero digitale
Per Morelli, la fotografia analogica non è solo tecnica, è un valore che prende vita soprattutto nella stampa. La carta fotografica è per lui qualcosa di concreto, capace di trasmettere l’energia dello scatto in modo che niente ha a che fare con la semplice visione su uno schermo. La stampa trasforma una foto in un oggetto vivo, con una propria forza.
Questa materialità richiama l’idea di Ghirri: l’immagine deve essere esperienza e conoscenza. Per Morelli, vedere e toccare la foto è indispensabile, è il momento in cui il lavoro creativo si completa e si libera dalla fugacità del digitale. La stampa diventa anche uno strumento di condivisione: mostrare piccoli stampati durante le uscite per strada crea un rapporto autentico con chi si fotografa.
“In the bubble” e “Sale”: dal dettaglio personale alla fotografia sociale
“In the bubble” è nato da un momento di blocco creativo, riacceso da una foto trovata nell’archivio: una donna persa nell’abitacolo di un autobus. Da lì è partita un’indagine sulla connessione umana in questi spazi di transito. I finestrini degli autobus diventano cornici che catturano momenti di intimità e realtà, svelando aspetti autentici della vita quotidiana.
Rubare quegli attimi, però, non è sempre semplice e spesso provoca reazioni ostili. Ma spiegare il progetto e mostrare stampe aiuta a superare le diffidenze, creando fiducia tra fotografo e soggetti. L’obiettivo è mostrare le persone senza filtri, nella loro spontaneità, senza maschere sociali.
“Sale” invece nasce dalla riflessione sui quartieri periferici di Roma, raccontati con un approccio che unisce spontaneità e consapevolezza. I provini a contatto hanno rivelato il potenziale di un racconto più ampio e coerente, offrendo uno sguardo diverso su queste zone lontane dal centro. In queste sequenze, Morelli costruisce un’esplorazione sensibile del tessuto urbano e delle storie che ospita, facendo della fotografia memoria e testimonianza.
Social e fotografia: lo sguardo critico di Morelli
Nonostante il ruolo centrale dei social nella diffusione delle immagini, Morelli mantiene una posizione cauta. Li usa per far conoscere il suo lavoro e per incontrare altri appassionati, ma non li vede come sostituti del confronto diretto. Più importante resta per lui l’incontro faccia a faccia, lo scambio di opinioni e il riscontro sincero e immediato.
I social sono spazi utili per farsi vedere e scambiare idee, ma senza rinunciare alla profondità del dialogo umano. Questo equilibrio tra digitale e reale mostra un approccio critico e la volontà di mantenere la fotografia come esperienza vissuta, indipendentemente dal mezzo.
Fotografia oggi: tra menzogna e verità secondo Simone Morelli
Morelli definisce la fotografia come “la nostra grande menzogna”, capace però di raccontare verità importanti. Questa ambiguità riflette la natura complessa dell’immagine, che può ingannare ma anche svelare. Lui cerca di riportare quell’urgenza personale che spinge il fotografo a raccontare se stesso e il proprio sguardo, evitando che lo scatto diventi una semplice copia o una ripetizione di mode.
Autenticità e riflessione sono al centro del suo lavoro, in un’epoca in cui le immagini corrono veloci e spesso perdono profondità. Seguendo questa strada, Morelli porta avanti un progetto lento e meditato che rinnova la street photography con un linguaggio semplice, diretto e rispettoso delle persone e dei luoghi che fotografa.





