«La materia non si lascia mai domare del tutto». Parla così Vincenzo Schillaci, mentre racconta la sua arte, fatta di incontri tra pittura e scultura, gesti decisi e pause cariche di silenzio. Nato a Palermo nel 1984, Schillaci non si accontenta di un solo linguaggio: mescola materiali, sovrappone strati, cancella per ricostruire. Al telefono, la sua voce rivela un percorso creativo in continuo divenire, un equilibrio sottile tra riflessione e azione manuale, dove ogni forma sembra sfuggire a definizioni troppo nette. Un viaggio dentro un mondo artistico che non smette mai di trasformarsi.
Tra radici siciliane e un incessante movimento: il percorso di Schillaci
Cresciuto tra i colori vividi e i contrasti forti della Sicilia, Vincenzo Schillaci ha sviluppato un modo di sentire e fare arte che unisce il senso di appartenenza al territorio con la voglia di superare i limiti fissi. La sua arte nasce proprio da questo equilibrio, oscillando tra un radicamento forte e un continuo fluire di trasformazioni. Negli ultimi anni ha consolidato il suo lavoro con mostre personali e collaborazioni con realtà istituzionali e gallerie di rilievo, come la Fondazione La Rocca. Qui ha presentato cicli di opere che ruotano attorno all’idea di metamorfosi, mettendo in dialogo grandi superfici pittoriche con lavori su carta e sculture in bronzo.
Il suo percorso si lega da vicino al concetto di phantasma, preso in prestito dalla filosofia di Aristotele e usato da Schillaci come strumento per osservare la nascita e la dissoluzione delle immagini. Il risultato è una pratica aperta, mai chiusa in una definizione, sempre pronta a rimettersi in gioco.
Materiali e processi: la pittura che si fa scultura
Nel suo continuo lavoro sui materiali, Schillaci ha introdotto elementi come il bronzo e il rame elettrodepositato. Non sono lì solo per abbellire, ma diventano veri protagonisti che trasformano e fissano diversi stati dell’opera. La pittura si sposta verso la tridimensionalità, sfumando i confini tra quadro e oggetto. I suoi lavori nascono da un processo complesso, fatto di sovrapposizioni, cancellazioni e sedimentazioni che imprimono all’opera la traccia del tempo e del gesto.
Questa dinamica si vede chiaramente nella doppia serie “Resistenza a un’idea” e “Resistenza di un’idea”, dove materia e immagine si intrecciano con un forte valore simbolico. Un esempio chiave è “Fare un quadro”, una scultura in bronzo nata da un modello distrutto, che però conserva il segno originale trasformando la pittura in un’impronta tangibile. In questo modo, creare significa anche perdere, ma lasciare una traccia concreta di una trasformazione continua.
Il movimento come legge universale: le parole di Schillaci in un monologo telefonico
Durante la registrazione per Artribune Podcast, Schillaci ha raccontato il suo pensiero sul movimento come principio fondamentale. Ogni opera nasce da accumuli e smontaggi, evitando strutture chiuse e preferendo uno sviluppo che somiglia a una sedimentazione di esperienze e materiali. La sua pratica mostra come l’immagine possa opporre resistenza, trattenendo tracce di un processo mai del tutto finito.
L’artista parla di una “resistenza” che è sia fisica sia concettuale, dove la pittura diventa generativa, capace di anticipare forme ancora da venire ma già presenti in nuce. Nel dialogo emergono dettagli tecnici e poetici che aiutano a capire come gesto e materia si intreccino fino a mettere in discussione le categorie tradizionali dell’arte.
Questo confronto diretto, attraverso il monologo telefonico, aggiunge un tono intimo e immediato al racconto della sua ricerca, portando l’ascoltatore dentro il processo creativo di un artista che da anni lavora sulla natura fluida della pittura, ampliandone le possibilità espressive.





