Nel cuore delle Corderie veneziane, l’aria è densa di una strana energia. “In minor keys” promette un viaggio nel tono minore, ma non quello triste o greve che ci si aspetta. Appena si entra, esplode un caleidoscopio di colori intensi, superfici tattili che sembrano vivere sotto le dita. Lontano dal bianco asettico, le opere trasudano un calore artigianale, un legame profondo con la natura. Qui la tonalità minore si rovescia: non è malinconia, ma forza viva. Un incrocio di culture, un dialogo che sfida il passato e rifiuta l’omologazione occidentale, trasformando la tradizione in un linguaggio contemporaneo.
La prima cosa che colpisce è proprio l’allestimento. Niente pareti bianche e asettiche, tipiche degli spazi d’arte contemporanea. Qui si respira un’aria diversa, con pareti tinte di blu profondo, rosso mattone, materiali grezzi come cartone e mattoni a vista. Un segnale forte che rompe con l’ordine rigido e geometrico del minimalismo e del “white cube” moderno. Gli spazi si curvano, si muovono, si fanno quasi vivi: le opere spesso si protendono nello spazio, invitando il visitatore a muoversi con attenzione. Non è solo una scelta estetica, ma un vero e proprio atto di ribellione contro i canoni standardizzati del modernismo.
L’anima antimodernista si percepisce in ogni angolo. Mentre l’edizione precedente puntava su tele fredde e astratte, qui si torna al lavoro manuale, all’identità culturale nera e soprattutto alla natura rigogliosa che permea molte opere. L’arte diventa un processo vivo, che chiede movimento, tatto, coinvolgimento. Un invito a uscire dall’astrazione per ritrovare un senso di comunità e radici.
Al centro di “In minor keys” batte un’idea forte: l’arte contemporanea non può essere vista solo come espressione occidentale né come semplice contrapposizione tra poli opposti. La mostra racconta un rapporto complesso e nuovo tra Nord e Sud del mondo, tra Occidente e altre culture. Questo dialogo si lega a una mostra gemella, “Stranieri ovunque”, ma con un punto di vista speculare. Se Pedrosa, curatore di quella, puntava a un modernismo del Sud globale, Kouh qui ribalta il discorso, evidenziando l’eredità antimodernista che arriva proprio da lì.
Piccoli dettagli parlano da soli. All’ingresso del Padiglione Centrale, una sala mostra l’influenza dell’arte non occidentale su figure chiave come Marcel Duchamp. All’Arsenale, la rivisitazione del volto afro di una delle Demoiselles d’Avignon di Kader Attia diventa simbolo di un legame storico che unisce l’arte rivoluzionaria europea alle radici africane e sudamericane. L’arte si svela così come un terreno di contaminazioni che scavalcano confini e tradizioni imposte.
Questa mostra è anche un’esposizione di cuciture. Mai prima d’ora la Biennale aveva ospitato così tanti lavori fatti con tessuti, ricami e rammendi finissimi. Qui la cucitura diventa simbolo concreto di unione tra culture e mondi lontani, ma anche elemento tangibile che invita alla lentezza, alla pazienza di chi crea e di chi osserva.
Anche molti dipinti sembrano intrecci, confondendo i confini tra pittura e artigianato. Nasce così una dimensione tattile nuova, che avvicina l’arte visiva alla manualità e alla materia. Al centro della scena portoricana, Daniel Lind-Ramos guida il visitatore con opere potenti, delicate e coinvolgenti. Di fronte ai suoi lavori, lo sguardo rallenta, si lascia avvolgere da un ritmo calmo e profondo che attraversa tutta la mostra.
La natura gioca un ruolo centrale in questa Biennale. Dall’alto del Padiglione Centrale si scorge un ambiente che sembra un tempio animista, ricco di tonalità calde e terrigne, capace di evocare uno spirito comunitario e spirituale lontano da qualsiasi banalizzazione esotica. L’arte si lega al ciclo della vita, alla crescita e alla rigenerazione tipiche delle basse latitudini.
Il dipinto di Tammy Nguyen mostra un uomo che si fonde con un cespuglio, simbolo di una natura pensante e riflessiva. Alle Corderie, gli arazzi di Kaloki Nyamai raffigurano figure umane che fluttuano leggere come foglie al vento, immerse in un blu intenso e ipnotico. Le figure in terracotta o gomma di Rajni Perera, Marigold Santos e Nicholas Hlobo mescolano passato e futuro, incarnando un legame profondo e duraturo con la Madre Terra.
L’installazione di Annalee Davis, che richiama una tenda sacra decorata con foglie e rami secchi, rafforza quel senso di sacralità naturale che avvolge la mostra. Fa da contraltare l’uso isolato dell’acciaio nell’opera di Ayrson Heráclito, quasi estraneo per la sua freddezza e la difficoltà a evocare simboli naturali, sottolineando quanto il materiale sia portatore di significati nel progetto complessivo.
La lentezza è il filo rosso di questa esposizione. Il concetto di “slow art”, già anticipato dalla critica Barbara Rose prima della sua scomparsa, qui trova piena realizzazione in opere che richiedono tempo, sia per essere create sia per essere viste. Il pubblico è chiamato a fermarsi, ad assorbire con calma. Le opere parlano con narrazioni complesse, spesso supportate dal video, opponendosi all’immagine veloce e usa e getta dei social.
Questo approccio incarna un modo di fare arte che punta alla profondità e alla riflessione, rifiutando l’effimero e il consumo compulsivo. Non si tratta di rinunciare all’impatto visivo o emotivo, ma di cambiare i tempi e i modi dell’esperienza artistica per renderla più vera e meno immediata.
Nonostante il concept solido e l’allestimento originale, “In minor keys” non manca di limiti. Manca infatti qualche opera capace di imprimersi nella memoria con forza, un “colpo d’occhio” che resti a lungo. Pochi lavori riescono a trattenere lo sguardo con un’intensità che vada oltre il momento della visione.
Questo si traduce in momenti meno riusciti all’interno di un percorso altrimenti coerente. Tentare di allontanarsi dall’arte “instagrammabile” e dal consumo immediato è sicuramente un merito. Ma il rovescio della medaglia è perdere quella capacità folgorante che ha reso celebri molte opere del passato. Va ricordato che profondità e lentezza non significano automaticamente potenza espressiva. L’arte visiva trova sempre il suo equilibrio tra contenuto e impatto sensoriale.
“In minor keys” conferma così una direzione importante nell’arte globale del 2024, ma mette in luce anche i rischi di un’estetica che si rifugia nella lentezza senza sempre conquistare lo spettatore sul piano immediato e percettivo.
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