Tra gli alberi secolari di Villa Medici, piccole costruzioni di legno e materiali biodegradabili spuntano leggere, come sospese tra terra e aria. Sono le “cabanes” del Festival des Cabanes, architetture effimere che raccontano storie di sostenibilità e creatività. Qui, la tradizione incontra l’innovazione: ogni rifugio temporaneo si fa spazio di gioco, di riflessione, di dialogo con la natura.
Per la quinta estate, i giardini rinascimentali di Roma abbandonano la loro consueta compostezza. Il festival li trasforma, offrendo nuove funzioni, invitando a immaginare un’architettura più semplice, più leggera, ma non per questo meno potente. Migliaia di visitatori si lasciano coinvolgere, rompendo il silenzio delle visite guidate, mentre Villa Medici si anima di una vitalità inaspettata.
Sam Stourdzé, direttore di Villa Medici, parla della cabane come di un’immagine evocativa prima di tutto: il rifugio segreto dei bambini, costruito con lenzuola e manici di scopa. Da questa spontaneità nascono microarchitetture effimere, studiate per integrarsi nel paesaggio senza lasciare tracce permanenti. Limitare la durata delle installazioni significa coniugare bellezza e rispetto per gli spazi storici e botanici.
Il festival riprende la vocazione storica di Villa Medici: ospitare artisti, promuovere la creatività contemporanea e proteggere il patrimonio culturale. Qui tradizione e innovazione si incontrano in installazioni che nascono, vivono e poi svaniscono, lasciando intatto il ricordo del luogo. Per tutta l’estate i giardini rinascimentali diventano un laboratorio a cielo aperto, più accessibile al pubblico che può vivere Villa Medici in modo nuovo.
Alia Bengana, architetta ospite di questa edizione, ricorda come il riuso non sia certo una novità a Roma. Villa Medici poggia su fondamenta del XVI secolo, costruite su una cisterna romana del IV secolo. Nel Medioevo, racconta, Roma non produceva nuovi mattoni ma riutilizzava quelli esistenti, un esempio precoce di economia circolare.
Bengana critica la complessità attuale del settore edilizio, che produce sprechi e rifiuti. Il festival vuole tornare alla semplicità, con un’architettura locale che valorizzi l’artigianato, sia comprensibile e riparabile. L’obiettivo è costruire in armonia con gli ecosistemi, usando materiali biodegradabili e chiudendo i cicli, lontano dai modelli industriali poco sostenibili.
Così il festival diventa un’occasione per riflettere su pratiche costruttive meno impattanti, aprendo la strada a un’architettura che rigenera e rispetta la bellezza e la fragilità dell’effimero.
Il collettivo belga Bento firma una delle installazioni più iconiche: il Duomo Invertito. Qui si capovolge il rapporto classico tra massa e vuoto delle cupole romane. La struttura si disegna in aria con una rete di manici di scopa, che creano un volume sospeso, leggero, senza i materiali pesanti della tradizione.
Al centro, un oculus zenitale ricorda il Pantheon, aprendo uno squarcio luminoso sul cielo e sulle stagioni. La cupola è composta da oltre 4.000 nodi fatti a mano e rivestita con tegole di micelio vivo, un materiale organico e poroso, privo di trattamenti chimici. La scelta dei manici di scopa richiama idealmente la cura quotidiana: un omaggio agli spazzini di Roma, custodi della città.
L’opera unisce natura e artigianato, mettendo in luce la biodegradabilità e la leggerezza. Un racconto originale dove i materiali parlano di storie sociali e ambientali.
L’installazione di Bento trova casa nel Quadrato dei Vestigi, un’area ricca di storia e archeologia, legata alle antiche tombe romane. Qui il micelio che riveste la cupola diventa simbolo concreto del ciclo di vita, decomposizione e rigenerazione.
Questa relazione con la terra trasforma l’architettura in qualcosa di ciclico, parte di un ecosistema in movimento. La cabane assume anche un ruolo sociale e sonoro: durante la serata Nuit des Cabanes-Habiter Demain, il 25 giugno 2026, ospiterà una stazione radio pirata temporanea, diventando luogo di incontro e scambio.
Il progetto invita a ripensare il legame tra architettura, natura e comunità, a partire da uno dei luoghi più prestigiosi della Capitale.
L’edizione 2026 si distingue per la varietà delle soluzioni e dei materiali. Lo studio Prìa e Velia presenta Aquifère, una struttura monumentale in travertino di Tivoli da 15 tonnellate, accompagnata da giare di argilla che, grazie all’evapotraspirazione, abbassano la temperatura di due gradi.
La Fondation Huttopia propone Creetopia, una tenda nomade ispirata alle popolazioni indigene canadesi, rilettura funzionale e culturale del rifugio. Tra la vegetazione, la cabane dello studio Salazarsequeromedina offre uno spazio di lettura immerso nel verde, mentre il padiglione Façade, frutto della collaborazione tra studenti dell’ECAL e l’azienda italiana Mutina, promuove scambi internazionali attraverso la ceramica.
Queste differenze materiche sottolineano la volontà di coniugare tradizione e innovazione, cultura locale e influenze globali, in un percorso espositivo che apre nuove prospettive sull’architettura effimera.
La sostenibilità prende forma anche nel progetto Reassembled Views della NABA, che recupera i materiali di scarto delle passate edizioni. Da questi residui nasce un totem esagonale con visori 3D, che permette ai visitatori di rivivere virtualmente le precedenti cabanes.
Al termine del festival, i materiali non vengono buttati, ma rigenerati per nuovi laboratori o destinati a progetti fuori Roma. Questo modello di economia circolare coinvolge studenti, artigiani e comunità, trasformando il festival in un centro permanente di ricerca e sperimentazione artistica.
Il Festival des Cabanes conferma così la sua vocazione a creare reti accademiche e collaborazioni industriali, alimentando la cultura europea e la sensibilità verso pratiche costruttive più responsabili.
L’ambizione del festival è spostare ancora più in là il confine tra architettura e natura, immaginando il paesaggio stesso come una cabane vivente. La vegetazione diventa allora struttura e contenuto, un organismo in continuo divenire.
Questa visione vuole superare l’idea del museo come luogo immobile, per abbracciare una creazione che abiti la storia senza fermarla. Le architetture temporanee di Villa Medici sono così la materializzazione di un sogno fragile, fatto di materiali semplici e strettamente legato all’ambiente. Un sogno che continua a stimolare architetti, artisti e visitatori in cerca di nuovi modi per abitare il presente.
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