La Biennale di Venezia celebra Marco Polo: la mostra-viaggio arriva fino a Ulaanbaatar, Mongolia

Nel 2024 ricorre il settimo centenario della morte di Marco Polo. Un anniversario che ha spinto l’Archivio Storico della Biennale di Venezia e il Centro Internazionale di Ricerca sulle Arti Contemporanee a ideare un progetto speciale, guidato da Luigia Lonardelli. Il viaggio del celebre esploratore diventa così il cuore di una mostra itinerante. Dopo aver attraversato diverse città in Asia ed Europa, la mostra arriva ora a Ulaanbaatar, la capitale della Mongolia. “Dove corrono splendidi cavalli” è il nome di questa tappa, pensata per mettere a confronto passato e presente attraverso l’arte contemporanea mongola, in un luogo che un tempo fu il fulcro della storica “Pax Mongolica”.

Ulaanbaatar, crocevia tra storia e arte contemporanea

La scelta di portare la mostra in Mongolia non è un caso. Come sottolinea Pietrangelo Buttafuoco, presidente della Biennale, Ulaanbaatar è un luogo dove ancora si celebra con orgoglio l’epoca della Pax Mongolica, un periodo di pace e scambio culturale senza precedenti che coincide proprio con il viaggio di Marco Polo. La mostra vuole riprendere quel legame storico, offrendo uno sguardo sulla Mongolia di oggi grazie al lavoro di due artisti locali selezionati: Baatarzorig Batjargal e Dolgor Ser-Od.

Il Museo Zanabazar, cuore pulsante della città, ospita la mostra. È un luogo che racconta l’arte mongola attraverso i secoli, con capolavori tradizionali e opere contemporanee. Qui le creazioni di Batjargal e Ser-Od dialogano con la collezione storica, mettendo in luce un confronto tra radici culturali e nuove vie espressive.

La steppa mongola, musa ispiratrice

Il titolo “Dove corrono splendidi cavalli” prende spunto da una poesia di Dashdorjiin Natsagdorj, figura di punta della letteratura nazionale, e richiama la vastità della steppa mongola. Luigia Lonardelli racconta di aver trovato il paesaggio una vera scoperta. Ulaanbaatar e i suoi dintorni si stendono su spazi naturali ancora selvaggi, lontani dall’immagine di paesaggio che un europeo ha in mente. La steppa, i grandi cieli aperti, i laghi imponenti: tutto si presenta in tutta la sua forza primordiale, mostrando il legame profondo tra il popolo mongolo e la natura che lo circonda.

La poesia di Natsagdorj diventa così una chiave per capire questa relazione, unendo la percezione di libertà e natura a quella della ricerca artistica contemporanea. Le opere in mostra raccontano spazi e sentimenti, raccontano un rapporto diretto tra uomo e ambiente. Per Lonardelli, è il filo che unisce i lavori di Batjargal e Ser-Od, capaci di riprendere la tradizione mongola con uno sguardo originale e personale.

Due artisti, un ponte tra passato e presente

La selezione degli artisti ha puntato su due nomi di rilievo nel panorama dell’arte contemporanea mongola, scegliendo tra molti legati alla corrente del Mongol Zurag, una scuola che valorizza antiche tecniche e temi tradizionali. La sfida era trovare artisti capaci di mantenere un legame con questa eredità, ma senza rinunciare a un linguaggio personale e innovativo.

Baatarzorig Batjargal e Dolgor Ser-Od si sono distinti per la loro maestria tecnica e per la capacità di raccontare, attraverso la propria sensibilità, una visione del mondo in dialogo con i tempi attuali. Tra le opere più significative c’è “Dense Population” di Ser-Od, un grande dipinto che ritrae Ulaanbaatar dall’alto, seguendo lo stile tipico del Mongol Zurag. Questa forma di narrazione non è lineare come nell’arte occidentale, ma si basa su una tradizione che si trasmette da maestro a studente, mantenendo una continuità culturale.

Nel Museo Zanabazar, intitolato a una figura storica di spicco — artista e monaco tra Seicento e Settecento, viaggiatore e guida spirituale — le opere moderne si integrano con quelle storiche. La mostra mette in luce l’importanza del viaggio e dello spostamento come elementi chiave della cultura mongola, tracciando un parallelo tra il leggendario giro di Marco Polo e quello di Zanabazar.

“Amfibio”: l’arte che vive la città

L’intervento artistico non si ferma dentro il museo. Davanti all’ingresso, si impone “Amfibio”, un’installazione architettonica firmata dall’artista turco Cevdet Erek. Questa struttura è un elemento vivo, aperto alla comunità: ospita reading, performance e incontri organizzati con la Mongolian Writers’ Union, diventando un palcoscenico urbano fatto con tecniche artigianali locali.

“Amfibio” non è un’opera statica, ma una forma che cambia e si adatta, in dialogo con la tradizione della carpenteria mongola. La sua struttura modulare muta forma e significato a seconda del contesto, accogliendo nuove voci e stimolando l’interazione nel cuore della città. È parte di una strategia più ampia di “traduzione culturale”, pensata per fare di ogni tappa della mostra un’esperienza unica e radicata nel territorio.

Venezia e il mosaico di culture del progetto biennale

Dietro l’intero progetto c’è l’Archivio Storico della Biennale di Venezia, guidato da Debora Rossi, che lo ha sviluppato attraversando realtà culturali molto diverse. La curatrice Lonardelli riflette su Venezia come “più di una città”, un modo di essere e di guardare il mondo. Il richiamo a Venezia si moltiplica e si trasforma nelle altre tappe del progetto, da Hangzhou a Istanbul fino a Nuova Delhi, dove diverse città dialogano con l’idea di “altro spazio”.

Questa pluralità spinge a vedere la geografia non come un dato fisso, ma come una dimensione culturale e mentale. La mostra si fa così una rete di relazioni che cambia ad ogni spostamento, capace di adattarsi e trasformarsi senza perdere la sua identità. L’esperienza mongola si inserisce in questo grande disegno che mette in relazione storia, cultura e contemporaneo, nutrendosi di uno scambio continuo e fecondo.

Change privacy settings
×