Quando si pensa a Italia ’90, l’immagine che subito torna alla mente è il Colosseo, ma non quello che conosciamo da secoli: è un Colosseo trasformato, ridisegnato con colori e forme che parlano di calcio e di vittoria. Alberto Burri, con la sua mano unica, ha dato vita a quel volto, rendendo il monumento eterno un simbolo di sport e passione. Negli anni, quel manifesto non ha perso nulla della sua forza. Era un’Italia diversa, quella del ’90, dove il mondo si fermava davanti agli stadi e al grande evento. Oggi, con i Mondiali del 2026 alle porte e una Nazionale assente, quel ricordo sembra ancora più prezioso, un ponte tra arte e calcio che resiste al tempo.
Dal’8 giugno all’8 luglio 1990, l’Italia ha ospitato un mondiale con 24 squadre e 12 città coinvolte. L’atmosfera era palpabile, si respirava calcio ovunque: dagli stadi alle strade. Roma, Bari, Milano, Napoli e tante altre città si trasformarono in vere e proprie capitali temporanee del pallone. L’Olimpico di Roma accolse la finale tra Germania Ovest e Argentina, una sfida che consegnò la coppa a Matthäus e ai suoi e lasciò nel cuore dei tifosi emozioni forti. La Nazionale italiana, guidata da Totò Schillaci, arrivò fino alle semifinali ma fu eliminata ai rigori proprio dai campioni in carica. Tuttavia, riuscì a prendersi il terzo posto superando l’Inghilterra. Quel mondiale ha lasciato un segno anche fuori dal campo, con simboli entrati nella memoria collettiva: dalla mascotte Ciao, scelta attraverso il Totocalcio, all’inno “Notti magiche” di Edoardo Bennato e Gianna Nannini, canzoni che ancora oggi fanno parte della cultura calcistica italiana.
Dietro l’immagine di Italia 90 c’è un’idea semplice ma potente. Il Comitato Organizzatore, guidato da Luca Cordero di Montezemolo, voleva un simbolo forte che raccontasse l’Italia ospitante. Così si rivolse ad Alberto Burri, artista che con le sue opere aveva già rivoluzionato il modo di guardare la materia. Burri realizzò sei poster grandi , ognuno con un punto di vista diverso, ma tutti legati da un filo comune. L’elemento centrale fu una foto aerea del Colosseo, fornita dall’Aeronautica Militare, trasformata in un campo da calcio: il prato al centro sostituiva l’arena, con le bandiere di tutte le nazioni partecipanti. Burri spiegò così la sua scelta: “Non volevo un’idea complicata o che imitasse altri, ma qualcosa di autentico, che parlasse di calcio e Italia insieme”. Così il Colosseo, simbolo di Roma antica, diventò un moderno tempio dello sport, un’immagine capace di unire passato e presente.
Il legame tra Burri e il calcio non si limitava a quel manifesto. Nato a Città di Castello nel 1915, l’artista seguiva spesso il Perugia, la squadra umbra che negli anni ‘70 e ‘80 stava crescendo sotto la guida di Ilario Castagner. Si dice che Burri fosse un tifoso appassionato, quasi un ultras, presente a molte partite e in buoni rapporti con giocatori e dirigenti. Dopo una vittoria importante a Bergamo, quando il Perugia era addirittura in testa alla Serie A, Burri donò a ogni giocatore un’opera con l’occhio del grifo, simbolo della squadra. Un gesto che mostra come per lui arte e calcio fossero davvero intrecciati nella vita di tutti i giorni.
Oggi quel poster non è solo un ricordo di calcio. Custodito negli archivi ufficiali e molto ricercato dai collezionisti, il manifesto di Burri è diventato un punto di riferimento per il design sportivo del Novecento. Negli ultimi anni è stato messo all’asta più volte, con prezzi che vanno dai 100 ai 200 euro per le copie originali. Sul sito della Fondazione Burri, invece, si può acquistare la riproduzione a 40 euro, singola o in serie completa. Un modo per tenere viva quella memoria visiva, un legame forte tra arte, sport e identità nazionale che resta unico e insostituibile. Italia 90 e Burri continuano così a essere un punto di riferimento per chi ama l’incontro tra questi mondi.
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