Fort Biennale 2026 a Bolzano: arte e comunità per un futuro di pace e sostenibilità

Nel maestoso Forte di Fortezza, che si staglia sulla Val d’Isarco, prende vita un appuntamento che va oltre l’arte: è una chiamata urgente a ripensare la comunità. La Biennale Fort Biennale 2026 torna per il secondo anno, con un titolo che dice già tutto: “Reclaiming Collective“. Quattro sezioni – Think, Play, Dance e Act – si intrecciano per parlare di crisi climatica, autoritarismo in crescita, divisioni sociali e il vortice digitale che ci travolge. Un luogo carico di storia diventa così spazio di confronto, dove l’arte scuote e invita a mettere in discussione ciò che diamo per scontato.

Un viaggio nell’arte contemporanea alpina che coinvolge e stimola

Curata da Hannes Egger, Andrea Lerda e Veronika Vascotto, la Biennale non si limita a mostrare opere, ma crea un dialogo vivo con il pubblico, usando linguaggi e mezzi diversi. Qui artisti locali e internazionali si confrontano su temi sociali, politici e ambientali, offrendo spunti concreti per riflettere insieme. Ogni visita si trasforma in un’immersione completa, tra installazioni site specific, opere di forte impatto e performance che non lasciano indifferenti.

Tra i protagonisti c’è Dan Perjovschi, che apre la mostra con un lavoro pensato come un passaggio fisico e simbolico. Chi lo attraversa si trova davanti a un racconto fatto di immagini, giochi di parole e aforismi che stimolano una lettura critica del nostro tempo, pieno di contraddizioni. È un invito a ripensare il modo in cui ci relazioniamo in un mondo segnato da divisioni e crisi.

Comunità, appartenenza e solitudine: voci emergenti e consolidate

La Biennale raccoglie contributi che partono dall’esperienza personale per allargarsi a temi collettivi. “Ministry of Loneliness” di Rebecca Moccia indaga la solitudine come fenomeno sociale costruito e gestito da istituzioni politiche. Prendendo spunto da realtà come il Ministero della Solitudine nel Regno Unito, l’opera mette in luce un problema che riguarda il mondo intero.

Parallelamente, l’austriaca Rosmarie Lukasser presenta sculture in gesso disposte come merci in un magazzino: figure umane quasi perdute in una rete che promette connessione ma finisce per isolare. È una riflessione sul paradosso della “community digitale”, un confine sottile tra partecipazione reale e alienazione virtuale.

Non passa inosservato “Femminile ritrovato” di Flaminia Veronesi, che riprende il pensiero di Maria Montessori per proporre un’idea di maternità sociale lontana dai ruoli tradizionali e dal patriarcato. Qui la figura femminile si trasforma da semplice soggetto a forza che crea legami e cura, superando le differenze biologiche.

Infine, Mali Weil e Barbara Gamper esplorano il rapporto tra umano e non umano, liberando simboli locali da visioni antropocentriche. I loro arazzi e installazioni immaginano un mondo in cui le forme di vita convivono senza gerarchie, suggerendo un rapporto più equilibrato con la natura.

Tradizione alpina e nuovi linguaggi: un dialogo tra passato e presente

Un altro punto forte della Biennale è il legame con le radici culturali alpine, rivisitate in chiave moderna. Maria Walcher, con “Transhumanz“, intreccia la pratica antica della transumanza con i flussi migratori attuali verso l’Europa. Attraverso la tecnica tradizionale del Blaudruck, stampa su tessuto, mappa rotte migratorie con ricami che riproducono i sentieri delle pecore, creando un ponte simbolico tra ieri e oggi.

Questo lavoro si inserisce nel cuore di Reclaiming Collective, che vuole abbattere barriere sociali e geografiche. La Biennale non si limita alle arti visive: musica e performance diventano strumenti per rafforzare il senso di comunità. La sezione Dance propone esperienze collettive che celebrano il movimento e il ritmo come elementi che uniscono e valorizzano le identità locali.

Creatività e impegno civico: un progetto che parla al territorio alpino

Andrea Lerda, uno dei curatori, sottolinea come il Trentino-Alto Adige sia un crocevia importante per osservare tensioni e vitalità sociali. La ricchezza culturale e la posizione geografica di queste terre spingono a immaginare un futuro che tenga conto delle radici. La Biennale nasce proprio da questa consapevolezza, mettendo in contatto artisti dell’Euregio Tirolo-Alto Adige-Trentino con figure internazionali, creando un confronto che va oltre i confini regionali.

Il legame con realtà come Alpine Changemaker Network mette in chiaro l’intenzione di usare l’arte come mezzo di impegno collettivo. Questi piccoli gruppi lavorano per intrecciare creatività, scienza e azione civica, offrendo modelli per nuove forme di convivenza e rapporto con l’ambiente.

Quattro sezioni per immaginare un’alternativa alla crisi

Reclaiming Collective si articola in quattro aree:

Think: opere e installazioni che sollevano domande sul nostro tempo di crisi, stimolando visioni dove la condivisione diventa la base della vita sociale.

Play: sette installazioni immersive che coinvolgono attivamente i visitatori, facendo vivere l’empatia e la partecipazione attraverso il gioco.

Dance: esperienze musicali e coreutiche radicate nelle tradizioni alpine, che valorizzano il canto e la danza come collante sociale.

Act: la piattaforma di Alpine Changemaker Network, che raccoglie esperienze di impegno artistico e culturale da quattro Paesi, con l’obiettivo di mettere in pratica una nuova relazione con il mondo.

Queste sezioni non solo mostrano diverse facce della comunità, ma propongono modi concreti per vivere oltre l’individualismo e la frammentazione che segnano la nostra epoca.

Tra sfide attuali e voglia di solidarietà

L’edizione 2026 si misura con un presente segnato da divisioni politiche, disuguaglianze, degrado ambientale e un calo dei legami sociali. La Biennale si presenta come un invito a riscoprire la dimensione collettiva, con l’arte che apre strade di ascolto, dialogo e collaborazione.

I curatori ricordano che, nonostante le difficoltà, nelle comunità alpine resta viva una tradizione di condivisione e mutuo aiuto che può fare da esempio per superare isolamento digitale e culturale tipico delle grandi città. Lo spirito della mostra si traduce così in un’esplorazione di nuove forme per abitare insieme il pianeta, vincendo paura e indifferenza che frenano il cambiamento.

Il Forte diventa così uno spazio dove riflettere e sperimentare la forza delle relazioni umane, mettendo la creatività al centro di un cambiamento profondo.

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