Nel 2023, l’industria culturale italiana ha generato oltre 45 miliardi di euro, ma ancora fatica a trasformare quei numeri in un volano stabile di crescita economica. Tra leggi che cambiano e iniziative spesso frammentarie, la cultura resta un gigante dal sonno profondo. Eppure, il settore audiovisivo spicca come un’eccezione: tra luci e ombre, mostra segnali di vitalità che potrebbero davvero riscrivere le regole del gioco. L’Italia, con la sua storia e il suo patrimonio, non può più accontentarsi di conservare; deve investire su un futuro dove cultura e economia camminano a braccetto, conquistando uno spazio più solido sulla scena globale.
Trenta anni di tentativi per costruire un’industria culturale italiana
Negli ultimi trent’anni, in Italia è cambiato il modo di vedere la cultura. Grazie anche al Libro Verde dell’Unione Europea sulle industrie culturali e creative, la cultura ha smesso di essere solo arte e si è trasformata in un settore economico da valorizzare. Le cosiddette ICC – Industrie Culturali e Creative – sono diventate un modo per riconoscere che dietro a queste attività ci sono imprese che creano lavoro e ricchezza.
In Italia non sono mancati documenti, strategie e persino la creazione di una sezione speciale nel registro delle imprese dedicata a questo settore. Sono segnali importanti di un interesse istituzionale a far emergere il valore economico della cultura e della creatività. Eppure, al di là delle belle parole, un’industria culturale solida fatica ancora a decollare. L’audiovisivo, uno dei comparti più avanzati, mostra una crescita lenta e spesso troppo prudente, bloccata in uno stallo che impedisce di cogliere nuove opportunità.
Audiovisivo: numeri in crescita ma senza slancio
L’audiovisivo resta il cuore pulsante dell’industria culturale italiana. Chiara Sbarigia, presidente dell’Associazione Produttori Audiovisivi , parla chiaro: il settore è fermo, in uno stato di “stallo”. I dati confermano: il fatturato è passato da 16,3 a 17 miliardi di euro in un anno, meno del 5% in più. Un passo avanti, certo, ma troppo timido per accendere entusiasmi.
Questa crescita modesta induce a mantenere una linea prudente, più orientata a consolidare che a innovare e investire. Eppure, l’audiovisivo e l’editoria sono tra i segmenti più strutturati e con maggior potenziale delle industrie culturali italiane. Puntare su strategie industriali efficaci potrebbe davvero far fare un salto di qualità al sistema culturale italiano, portandolo a competere con i grandi del settore a livello mondiale.
L’audiovisivo non è solo una forma di espressione artistica, ma un vero motore economico che genera reddito e posti di lavoro qualificati. Dalla produzione di serie TV e film alla creazione di nuovi format, questo settore spinge l’intero indotto, favorisce l’export e contribuisce a rafforzare la tecnologia e la competitività del Paese.
Cultura e geopolitica: un binomio per la crescita
Rafforzare la cultura come industria vuol dire anche guardare al suo ruolo strategico sul piano internazionale. Il ministro dell’Istruzione e del Merito, Patrizio Bianchi, ricorda un episodio storico citato da Landes: il Re di Prussia, di fronte all’egemonia industriale inglese, investì pesantemente nel proprio sistema produttivo per non restare dipendente e subalterno.
Questa lezione vale ancora oggi per la cultura. L’Italia deve costruire una vera industria culturale che garantisca indipendenza e peso nel mondo. La cultura non è solo un simbolo, ma un asset economico fondamentale per crescere e farsi valere a livello globale.
Non si tratta solo di conservare il nostro immenso patrimonio storico, ma anche di sostenere la produzione culturale contemporanea. Così si crea un circuito virtuoso che porta valore aggiunto e diffonde il made in Italy. L’audiovisivo gioca un ruolo chiave in questa sfida, capace di unire tradizione e innovazione e di esportare con successo i nostri contenuti all’estero.
L’audiovisivo come motore dell’economia e dell’industria italiana
L’impatto economico dell’audiovisivo si vede anche nella sua rete produttiva e nella diffusione internazionale delle aziende che lo compongono. Questo settore coinvolge non solo la produzione artistica, ma tutta una filiera che va dai servizi tecnici alle infrastrutture digitali.
Creare catene di valore globali nel cinema, nella televisione e nei nuovi media significa moltiplicare gli effetti positivi anche in altri settori. Non è solo turismo culturale, ma anche sviluppo di relazioni con tecnologia, comunicazione e ingegneria creativa.
Serve una politica chiara e trasparente, capace di guidare e sostenere senza soffocare con regole eccessive o interventi poco trasparenti. Ignorare l’audiovisivo significa perdere un pezzo importante della crescita economica culturale del Paese.
Talenti italiani e la necessità di strategie forti
Il nostro settore audiovisivo può contare su professionisti di alto livello: operatori, sceneggiatori, tecnici. Sono loro il vero patrimonio su cui puntare per crescere, aumentare il fatturato e far valere l’Italia nel mondo.
Per questo serve favorire l’accesso a nuove produzioni, attirare investimenti esteri e portare avanti progetti ambiziosi. Senza una strategia chiara e lungimirante, rischiamo di ripetere errori del passato, offrendo solo aiuti assistenziali che non portano a una vera crescita.
Il parallelo con il Re di Prussia è illuminante: senza obiettivi concreti e ambiziosi, le politiche culturali resteranno solo parole. L’audiovisivo deve diventare un motore di sviluppo, capace di contribuire davvero alla ricchezza del Paese, dentro e fuori i confini nazionali.
Il 2024 può essere l’anno della svolta per l’industria culturale italiana, con l’audiovisivo al centro di questo rilancio. Non si può più sottovalutare il suo peso e il suo potenziale.