Santarcangelo Festival 2026: Successo e riflessioni nel primo weekend della 56ª edizione con Tomasz Kireńczuk

Il 3 luglio, Santarcangelo si è risvegliata con un’atmosfera carica di tensione e attesa. La 56ª edizione del Festival è partita con Deep Pressures, uno spettacolo che mette al centro corpi, memorie e il respiro stesso delle cose. Per dieci giorni, fino al 12 luglio, le strade e le piazze si trasformano in palcoscenici vivi, pronti ad accogliere spettacoli, laboratori, incontri e concerti. Non è un teatro di ornamenti o finzioni: qui si racconta un mondo complicato, affrontato con sguardi diretti e senza filtri. Tomasz Kireńczuk, drammaturgo polacco e curatore per l’ultima volta, imprime una traccia netta, partendo dagli artisti per scavare dentro conflitti globali, crisi climatiche, lotte interiori legate all’identità. Il festival si conferma così un rito collettivo, un legame che tiene insieme tradizioni e comunità, una memoria che pulsa nel presente.

Deep Pressures: il tema che attraversa corpi e pensieri

“Deep Pressures” è il filo rosso di questa edizione. Non un semplice slogan, ma la chiave per capire ogni spettacolo, laboratorio e incontro. Quelle tensioni invisibili, sociali, culturali e personali, diventano materia concreta sul palco. I diversi linguaggi del festival mostrano come queste “pressioni” non siano solo esterne, ma abitino le viscere degli individui. Il teatro diventa così uno strumento per mappare i conflitti che spaccano il mondo e i sentimenti di chi lo attraversa. Nonostante la complessità del momento globale – dalla crisi climatica ai conflitti armati, fino alle crisi identitarie – il festival si fonda su un’estetica sobria e chiara, alla portata di tutti, senza bisogno di spiegazioni o riferimenti culturali immediati.

Il respiro come vita e resistenza in “KMs of RESISTANCE”

Uno dei momenti più attesi è stato “KMs of RESISTANCE” di Mehdi Dahkan, all’aperto nel parco Baden Powell. Qui il respiro prende il centro della scena: non solo come fonte di vita, ma come gesto politico e poetico, un atto di condivisione e resistenza. Dahkan e Mohamed Bourini si muovono seguendo cerchi tracciati sulla sabbia, lasciando impronte di un respiro primordiale, istintivo e collettivo. La performance riprende una lunga tradizione di artisti che hanno fatto del respiro un segno potente, da Beckett a Jérôme Bel, fino a Marina Abramović e Ulay. Il respiro diventa ritmo del corpo, presenza condivisa, una resistenza psicofisica che va dal singolo al gruppo, ribadendo che l’uomo esiste nelle relazioni, nelle dipendenze reciproche e nei cicli della vita segnati dall’aria.

“In Relation to Whom?”: danza e memoria dal corpo palestinese

Al Lavatoio, l’attenzione si concentra sul corpo come archivio di memorie e oppressioni con “In Relation to Whom?”, firmato da Marah Haj Hussein e Nur Garabli. Le due artiste, nate nella Palestina occupata, indagano il confine tra danza e addestramento militare impresso nella carne, proponendo un confronto visivo e gestuale tra oppressione e resistenza. La performance si muove in un limbo tra ciò che il corpo ha imparato a mostrare e ciò che vorrebbe dimenticare, scavando dentro di sé per liberarsi dai vincoli simbolici della violenza. La danza diventa strumento archeologico e di rielaborazione: i movimenti ricostruiscono il corpo-politico, oscillando tra vulnerabilità, ironia e tensione, senza mai cadere nella retorica o nel didascalismo. Un percorso doloroso ma necessario per rivedere la propria storia, tornando alle radici, alle madri, alle nonne.

Motus e “Òdio”: documentario tra memoria e marginalità

Al Supercinema, i Motus hanno presentato “Òdio”, un documentario che fa parte di una trilogia dedicata ai temi di amore e rancore con uno sguardo sociale e culturale. L’opera si costruisce come un mosaico di testimonianze, più domande che risposte, evitando facili semplificazioni. Il capitolo sul Quarticciolo si distingue per profondità e incisività, facendo emergere il peso delle comunità marginalizzate e la tenerezza dietro ogni protesta sociale. La tensione tra odio e amore racconta la complessità della vita ai margini, senza cedere a facili denunce, ma aprendo spazi di riflessione. Il progetto si inserisce nella tradizione di critica sociale e attenzione al territorio, cuore intellettuale e civile del festival.

La voce senza microfono: Jana Jacuka e il corpo che canta

Nella palestra dell’ITS Molari, Jana Jacuka ha portato una performance vocale intensa, senza alcuna amplificazione, capace di riempire lo spazio come uno strumento musicale. La sua pratica richiama la body art di artisti come Acconci e richiama una lezione importante di Leo de Berardinis, che a Santarcangelo aveva valorizzato la voce come partitura fisica ed emotiva. Jacuka modula suoni, risonanze e deformazioni vocali, trasformando il quotidiano in un flusso potente e drammatico. Attraverso un lavoro che unisce corpo e voce, la performer mette a nudo l’orrore nascosto nel vuoto che abitiamo, un nulla spesso mascherato da parole o intercalari. Il risultato è un’esperienza intensa che sovverte la comunicazione abituale e invita a sentire la voce come materia viva.

Clap & Slap: il gesto politico tra Lituania e Bielorussia

“Clap & Slap”, la performance di Agnietė Lisičkinaitė e Igor Shugaleev, riflette sulla responsabilità politica più che sul nazionalismo. Lei lituana, lui bielorusso, mettono a confronto i loro corpi con le tensioni irrisolte e le contraddizioni dei loro paesi. L’opera parla di un patriottismo critico, un amore per la propria terra che si sottrae però alle derive autoritarie e alla guerra. Il gesto di “battere le mani” – simbolo di applauso e confronto – diventa metafora della necessità di imparare a gestire il conflitto per evitare la violenza armata. L’uso del corpo per segnare colpa e responsabilità richiama la tradizione di Abramović e Ulay, dove la fisicità si fa dialogo e testimonianza. L’intensità sta nella semplicità di un gesto che assume valore politico universale.

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