Nel 1992, in piena guerra in Jugoslavia, Thomas Schütte creò cinquanta bare. Oggi, tornano a Torre Pellice, alla Galleria Tucci Russo, dove resteranno fino al 20 settembre 2026. Non si tratta solo di oggetti d’arte, ma di presenze cariche di memoria e di un peso che si è fatto ancor più grave nel tempo. Alcune bare sono aperte, altre chiuse o impilate una sull’altra, come a raccontare storie sospese tra passato e presente. Schütte le presentò per la prima volta trent’anni fa. Ora, in un mondo dove i conflitti non sono finiti, quelle stesse bare tornano a interrogare chi le osserva, silenziose ma potentissime.
Le bare di Untitled , riproposte a Torre Pellice, non possono non evocare drammi collettivi. Alcune sono aperte, come a voler svelare qualcosa; altre chiuse, in un silenzio definitivo; altre ancora accatastate in modo quasi casuale, come se fossero state trasportate in fretta. Il loro valore simbolico cresce se pensiamo alle immagini recenti, dalle camionate di bare a Bergamo durante la pandemia ai funerali di Gaza visti in tv. Sulle pareti, tra le bare, spiccano figure dipinte: volti simili nelle forme, ma diversi nei colori. Sono volti indistinti, come numeri di una triste statistica che racconta un dolore senza volti precisi.
La disposizione di bare e figure sembra animare lo spazio, quasi a farci chiedere: quegli oggetti hanno vita? Entrano o escono dai loro involucri? Sono custodi silenziosi di chi è stato colpito all’improvviso? Lo sguardo delle figure spinge a riflettere sul destino di chi si trova a incrociare la violenza della storia, senza scampo. Così Schütte, con il loro anonimato quasi spettrale, racconta un filo che unisce passato e presente.
Rimettere oggi in mostra un’installazione pensata nel 1992 significa anche rimettere in gioco il rapporto con il tempo e la memoria. Lisa Tucci Russo ha scelto di riallestire l’opera per i cinquant’anni della sua galleria, mostrando come ogni opera cambi sotto lo sguardo e nel contesto di chi la osserva. Nel 1992, la guerra in Jugoslavia faceva da sfondo a quei lavori; oggi i conflitti sono sparsi in molti luoghi, da un continente all’altro. È solo una coincidenza o un’intuizione che si è rivelata profetica?
Il catalogo originale, curato dallo stesso Schütte, mostra un’immagine al centro di un volto che cambia fisionomia se capovolto. Questa trasformazione è metafora della storia e dei suoi rovesci inattesi. Il completo riutilizzo dell’installazione e del materiale originario dimostra come l’arte possa trattenere eventi che nel mondo reale si perdono o vengono dimenticati. Queste opere diventano così custodi di una memoria collettiva che si rielabora continuamente.
Il legame tra il 1992 e il 2026 non sposta le bare in un tempo nuovo. Restano testimonianze ferme di guerre e tragedie umane. La loro presenza invita a riflettere su un tempo che non scorre in modo lineare. Carlo Rovelli, in L’ordine del tempo , spiega come il tempo possa essere visto non come un flusso unico, ma come tele sovrapposte, stratificazioni intrecciate. Le bare impilate di Schütte sembrano incarnare proprio questo concetto: passato e presente che convivono senza soluzione di continuità.
A differenza di altri artisti che cercano di sfuggire alla realtà materiale, Schütte la affronta direttamente. Non vuole cancellare la concretezza delle cose, come fece Malevič con il suo quadrato nero, ma riflettere sul mondo reale, sulle figure che non si possono ignorare. Dalla serie del 1992 fino alla mostra alla Punta della Dogana del 2025, mantiene questo legame con il dato materiale, un segno forte in un’epoca dominata da digitale e intelligenza artificiale.
Per Lisa Tucci Russo, l’arte è una pratica viva, in dialogo costante con il presente. La sua galleria, oltre a Schütte, ospita artisti come Klingelöller, Pirri, Vercruysse, Paolini e Merz, offrendo uno sguardo critico sull’attualità culturale. In un’epoca in cui la tecnologia avanza a ritmo serrato, serve una nuova definizione delle regole dell’arte e della cultura. Come sottolinea Massimo de Carlo, il sistema deve abbandonare narrazioni superficiali e di comodo per costruire modelli più sostenibili.
Il ritorno di Untitled mostra anche come l’arte possa fare da antidoto alle incertezze sociali e tecnologiche. Lo sguardo delle figure di Schütte rompe la freddezza delle statistiche e delle immagini digitali. È un richiamo alla consapevolezza, forse l’unica strada per immaginare nuove regole e rapporti con il futuro.
Dal borgo piemontese di Torre Pellice, con un’installazione sospesa tra passato e presente, Thomas Schütte conferma la forza dell’arte come memoria viva e interrogazione continua sul senso del nostro tempo.
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