La poesia deve farti sentire vivo, dice Luigi Riccio, voce giovane e vibrante della scena napoletana. Nato nel 2000, ha appena pubblicato “Ovologio”, una raccolta che ha già acceso l’interesse di chi ama i versi con radici profonde. Non si tratta di parole buttate al vento, ma di un intreccio sapiente di fiabe, identità e memorie antiche, filtrate attraverso uno sguardo attento e audace. Riccio, dottorando in Filologia e Critica a Siena, ha messo insieme poesie nate su riviste e blog, trasformandole in un racconto che parla di come la poesia nasce e vive. Tra simboli densi e un linguaggio che sfida le convenzioni, “Ovologio” si fa ponte tra passato e presente, richiamando archetipi lontani e suggestioni contemporanee, e regala un’esperienza di lettura intensa e originale.
Nei versi di Riccio, fiabe e favole non sono un semplice ornamento. Sono la chiave per capire il suo modo di scrivere e le immagini che costruisce. Lui fa una distinzione netta: la favola ha una morale chiara, semplice, raccontata con personaggi simbolici; la fiaba invece parla di figure travolte da una storia più grande — eroi, prescelti, vittime di un destino. In questo divario sta la sua fascinazione per chi vive in una trama già scritta, un’idea che riflette l’esperienza dell’identità, segnata da forze dentro e fuori di noi.
Ma non si ferma alle radici europee. Riccio pesca anche nella cultura pop giapponese, con riferimenti a “Neon Genesis Evangelion”, Tamagotchi e “Digimon”. Qui si approfondisce il tema del “bambino prescelto”, immerso in un racconto che mescola libertà e vincoli. I suoi personaggi fiabeschi non sono liberi al cento per cento, ma si confrontano con un destino che li guida, agendo in modo parziale e carico di significato.
Il percorso di Riccio non è solo personale, ma anche collettivo. È redattore della rivista online “Inverso”, che si occupa di poesia contemporanea italiana. Questo ruolo ha influenzato molto “Ovologio”. Il libro non è nato in solitudine, ma si è arricchito nel tempo grazie a scambi con altri poeti e scrittori, diventando in parte un lavoro condiviso.
Il tema centrale è la costruzione dell’identità, a volte in contrasto con quella data dalla famiglia di origine, e il valore di una rete di affetti scelta con consapevolezza. Non è solo una storia, ma un ambiente culturale in cui la condivisione e il confronto hanno trasformato la scrittura di Riccio. Senza questo tessuto di relazioni, dice lui, la sua poesia non sarebbe la stessa. “Ovologio” è quindi anche il racconto di un’epoca e di un luogo dove la poesia diventa scambio e crescita, non solo espressione solitaria.
Il titolo “Ovologio” è un neologismo che si presta a molte interpretazioni. È la traduzione italiana di “Tamagotchi”, e richiama l’immagine di un uovo chiuso, misterioso, custode di vita e possibilità ancora da scoprire. L’uovo rappresenta qualcosa di impenetrabile all’inizio, ma carico di potenzialità. Questa immagine torna spesso nel libro, legata al tema della difficoltà di comprendere tutte le cause, i traumi, le relazioni. Corpo e mente conservano tracce, ma restano sfuggenti, aprendo a un’incertezza che è propria dei legami umani.
Più in generale, “Ovologio” riflette su ciò che è biologico e genealogico, su come si formano e si nutrono identità e vita, tra elementi concreti e invisibili. Il libro si fa oggetto da aprire con calma, seguendo un percorso che svela piano piano temi e immagini, invitando a una lettura che si rinnova con il tempo.
Riccio racconta che il suo modo di scrivere nasce più dalle immagini e dalle sensazioni che da un tema preciso. Le sue poesie si formano spesso come una massa fluida di frammenti e suggestioni, non da un progetto già definito. Solo dopo prende forma una riflessione che dà un senso a questo insieme.
Questo metodo rompe con l’idea tradizionale di coerenza e linearità. Per lui la poesia è uno spazio dove convivono elementi che non sempre si collegano in modo logico, ma che insieme creano significato attraverso la loro tensione. Per questo Riccio non si impone limiti sui temi: ogni soggetto può diventare materia poetica. La sua idea è che il testo sia aperto, e che l’incontro di parti anche incoerenti possa portare a nuove comprensioni.
A Napoli, tra università e riviste letterarie, “Ovologio” si fa notare come un testo che spinge a pensare la poesia oltre i confini abituali, esplorando nuove strade che uniscono cultura popolare, riflessioni sulla vita e archetipi antichi, in un dialogo sempre vivo con il presente.
Dieci anni fa, nel 2016, Tommaso Labranca se ne andò quasi in silenzio, lasciando un…
Il 27 agosto segna l’esordio di Fest, la nuova newsletter di Artribune dedicata ai festival…
La villa di Federico Zeri a Mentana, un tempo dimora silenziosa e abbandonata, rischiava di…
Nel 2026, Venezia e Shanghai – due città strette nell’abbraccio dell’acqua – diventano il palcoscenico…
Più di 140 opere di Keith Haring invadono le sale di Palazzo Braschi, nel cuore…
Nel cuore del Centro Italia, piccoli teatri nascosti tra le vie dei borghi hanno appena…