Un bastone batte sul legno, il suono si propaga nel silenzio di Itaca. Una voce grave intona: “un viso”, “una flotta”, “una guerra”. Così inizia The Odyssey, il tredicesimo film di Christopher Nolan. Non una semplice trasposizione dell’Odissea di Omero, ma una riscrittura che intreccia racconto, immagini e musica in un linguaggio cinematografico contemporaneo. Nolan, maestro nel superare i limiti dell’epica tradizionale, affronta il mito più antico con uno sguardo nuovo, costruendo un racconto stratificato dove storia e fantasia si intrecciano con profonde riflessioni sull’essere umano. Le riprese si estendono dai paesaggi mediterranei agli scenari nordici, mentre un cast internazionale prende vita sotto la luce di Hoyte van Hoytema e l’accompagnamento musicale di Ludwig Göransson, che amplificano l’intensità di un viaggio senza tempo.
L’Odissea nasce probabilmente nel VII secolo a.C., raccontando il lungo ritorno di Ulisse a Itaca dopo la guerra di Troia. Nolan non si limita a trasferire il poema sullo schermo: rimescola la trama, mantenendo la struttura frammentata, ma inserendo salti temporali e modificando personaggi e situazioni per adattarli al cinema. La sua versione ingloba elementi di altri poemi epici e richiami a film famosi, creando un dialogo tra antico e moderno. Il viaggio di Ulisse diventa così non solo una traversata geografica, ma anche un percorso interiore, dove l’eroe si allontana dal mito per ritrovare la sua umanità.
I temi principali restano fedeli all’originale: il nostos, il ritorno e la riconciliazione con se stessi; la xenia, l’ospitalità sacra spesso violata; la presenza degli dèi, qui rappresentati da forze della natura e simboli potenti. L’astuzia di Ulisse, la metis, è un’arma ma anche un limite, segnata dall’hybris, l’arroganza che rischia di distruggere chi la possiede. Nolan inserisce poi figure come i Popoli del Mare, simbolo della paura del diverso e della rottura dei legami umani, invitando a riflettere sulla responsabilità delle proprie azioni.
Il film bilancia realismo e mito scegliendo location evocative dal Mediterraneo al Nord Europa. Si apre con un prologo che parla di un “tempo di apparente magia”, mettendo subito in chiaro l’intento di fondere mondi reali e fantastici. Spazi vasti e angusti si alternano, illuminati da giochi di luce che esaltano la natura selvaggia. Elementi come tempeste in mare e rocce silenziose dialogano con costumi senza tempo e armi antiche, sottolineando il contrasto tra epoche diverse.
Le riprese hanno toccato Italia, Grecia, Islanda, Marocco e Scozia, oltre agli studi di Universal City in California. Per Itaca, Nolan ha scelto le isole Egadi, in Sicilia: il castello di Santa Caterina a Favignana è diventato il palazzo reale, con le sue tracce che vanno dal Medioevo in poi. Questa Itaca immaginaria si lega a suggestioni archeologiche e letterarie sull’isola, da Omero alle varie ipotesi geografiche che la collocano nel Mar Ionio.
Otto anni dopo la caduta di Troia, Penelope resiste ai pretendenti mentre Telemaco parte per Sparta in cerca di notizie sul padre. Itaca è ritratta come un regno sull’orlo del collasso, con un’atmosfera tesa fatta di attesa e sospetto. Il castello di Favignana diventa simbolo dell’ultima difesa contro il disfacimento.
L’isola di Odigia, dove Ulisse resta sette anni con la ninfa Calipso, è stata ricreata nel deserto marocchino vicino alla Duna Bianca di Dakhla. Qui si respira un eterno presente evocato dai fiori di loto offerti a Ulisse, che lo tengono sospeso in un limbo di oblio e immortalità. Nolan sottolinea la drammaticità del distacco: l’eroe deve lasciare l’isola per affrontare un destino che unisce fede e consapevolezza.
Il momento in cui Ulisse arriva vicino a Troia è segnato da una scena forte: il cavallo di legno, semi-sepolto sulla spiaggia marocchina di Essaouira. Nolan si ispira a un’immagine potente, simile alla Statua della Libertà nel film Il pianeta delle scimmie , per mostrare la tensione dietro lo stratagemma destinato a distruggere la città. Quel cavallo diventa il simbolo della fine di un’epoca, e la caduta delle mura di Troia, con le immagini sacre di Atena, apre una nuova dimensione nella storia, dove la dea diventa una presenza interiore di Ulisse.
La città di Troia è stata ricostruita ad Ait-Ben-Haddou, in Marocco, con scenografie che riproducono mura, porte e il tempio di Atena. Il sito storico vicino all’Asia Minore è tra i più importanti archeologicamente; Nolan lo trasforma in un palcoscenico visivo che amplifica la drammaticità dell’assedio.
Dopo il saccheggio dei Ciconi, Ulisse e i suoi uomini arrivano nella terra dei Ciclopi, dove una grotta diventa trappola sotto lo sguardo del gigante Polifemo. La scena, girata nella grotta di Nestore in Grecia, riprende uno dei momenti più crudi dell’Odissea: il sacrificio di alcuni uomini e l’astuzia di Ulisse che acceca il ciclope per fuggire. Interessante come la tradizionale identificazione della terra dei Ciclopi con la Sicilia orientale venga valorizzata da paesaggi e culture ancora vivi, tra vulcani e scogliere che la memoria popolare lega a quel mito.
Telemaco riprende le ricerche a Sparta, ospite di Menelao ed Elena. Questa parte mette in luce il ruolo storico di Sparta, intrecciando potere, guerra e ricordi. Le riprese si spostano poi in Scozia, tra le foreste e le coste di Moray Firth e Culbin, che rappresentano le terre delle leggende dei Lestrigoni e dei giganti antropofagi, figure minacciose e simboli di forze divine. Anche l’isola di Circe trova in Scozia il suo set, nelle rovine del castello di Findlater: un mix di mito, natura e architettura adattata per il cinema. Il promontorio del Circeo, nel Lazio, torna come punto di riferimento geografico e culturale delle antiche terre omeriche.
Uno dei momenti chiave è la discesa di Ulisse nel regno dell’Ade, girata sulle spiagge nere di Vik, in Islanda. Qui Ulisse incontra le ombre dei morti, tra cui Agamennone e Sinone, figure cruciali per la chiusura del racconto e la consapevolezza del passato. Nolan sposta così la scena in un paesaggio suggestivo e austero, legato al mito delle regioni occidentali e atlantiche, differenziandolo dall’ambientazione mediterranea.
Il racconto prosegue con la prova delle sirene. Nolan evita di mostrare queste creature in modo esplicito, rispettando la vaghezza del testo omerico, e le lascia appena intravedere sullo sfondo delle isole Eolie, probabilmente Lì Galli o Capri. Questa scelta sottolinea il richiamo fatale del canto e il sacrificio di Ulisse che vuole ascoltarlo senza cadere nell’inganno.
Poi arriva il passaggio nello stretto di Scilla e Cariddi, trasformato in una lotta per la sopravvivenza, con perdite dolorose per l’equipaggio. Le forze della natura, rappresentate da vortici e mostri marini, si intrecciano con luoghi reali, da Basiluzzo alle coste siciliane, mescolando mito e geografia.
La storia si avvicina alla fine con la crisi sull’isola del Sole, dove gli uomini commettono l’errore fatale di mangiare le vacche sacre, causando la distruzione di tutte le navi tranne una, quella di Ulisse. Il ritorno a Ogigia e la partenza finale verso Itaca segnano un passaggio decisivo, scandito da flashback che ricompongono la storia dell’eroe. Nolan chiude con una lettura personale del mito, mescolando tradizioni diverse per raccontare un finale che rispecchia l’umanità complessa e inquieta del suo Ulisse.
Questo cinema che torna al mito dà nuova vita all’Odissea, aprendo un dialogo tra storia, leggenda e immaginario contemporaneo, capace di toccare temi universali. The Odyssey di Nolan è così una monumentale rilettura visiva della più grande impresa epica dell’antichità, fatta di immagini potenti, luoghi autentici e profonde riflessioni.
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