Il 9 settembre 2026, l’Auditorium Conciliazione si riempie di suoni che sfidano ogni definizione. Caterina Barbieri, compositrice elettronica italiana e direttrice della Biennale Musica di Venezia, sale sul palco insieme a Christian Marclay, Leone d’Oro alla Biennale, noto per le sue sperimentazioni tra suono e immagine. Sarà un doppio concerto che apre la 41ª edizione del Romaeuropa Festival, un appuntamento che dal 1986 accende la scena culturale romana con energia e innovazione. Sul palco anche l’ensemble francese ONCEIM, maestro nell’improvvisazione e nelle sonorità sperimentali. Un inizio che promette di trasformare la musica in un’esperienza totale, quasi sacra.
Il Romaeuropa Festival si conferma anno dopo anno uno degli appuntamenti più importanti nel panorama culturale europeo. Nato nel 1986 e oggi guidato da Fabrizio Grifasi, trasforma Roma in un grande palcoscenico dove si intrecciano musica, danza, teatro e arti digitali. Per l’edizione 2026, dall’8 settembre al 15 novembre, sono in programma oltre novanta spettacoli, distribuiti tra teatri storici e spazi industriali riconvertiti, con circa mille artisti da tutto il mondo. La line-up ambiziosa punta a raccontare le tensioni e le forme più attuali dell’arte, mettendo al centro la sperimentazione musicale come chiave per riflettere sui linguaggi performativi e visivi. Così, la città si anima di un flusso continuo di creatività e innovazione.
Il 9 settembre sarà la prima volta in Italia per “Non puoi contare l’infinito”, la nuova opera orchestrale di Caterina Barbieri, originariamente commissionata dalla Philharmonie de Paris. Il lavoro segna una tappa importante nella sua ricerca sull’Ecstatic Computation, cioè l’uso di tecniche generative per esplorare il tempo, la memoria e stati alterati di coscienza attraverso la musica. Qui Barbieri trasporta il suo linguaggio sonoro, fatto di sintetizzatori modulari, in una composizione che unisce orchestra, tre voci ed elettronica, fondendo mondi che sembrano lontani. Al centro c’è una riflessione profonda sull’origine, la nascita e la separazione. La compositrice definisce questo lavoro come un “canto di perdita dell’Uno”, un viaggio che attraversa il dolore della distanza originaria e il taglio del cordone ombelicale, simbolo di separazione e cambiamento.
L’opera si sviluppa in due parti: “Bruma”, che coinvolge orchestra, voci ed elettronica, e l’aria finale “Non puoi contare l’infinito”, scritta per archi, ottoni e voce solista. In questa seconda sezione si immagina un dialogo intenso tra madre e figlio al momento della nascita, affidato a un testo poetico scritto dalla stessa Barbieri. La musica comunica un’emozione forte, alternando la meccanicità di una melodia invertita cantata dal soprano e l’intonazione oscillante di archi e ottoni che evocano il pianto di un neonato, insieme estraneo e profondamente umano. È un linguaggio che mette a nudo la tensione tra affetto e alterità, un equilibrio che solo una musica così raffinata può far sentire fino in fondo.
In parallelo, Christian Marclay porta in scena “Constellation”, un’opera che unisce orchestra dal vivo e sperimentazioni sonore e visive, marchio di fabbrica del suo lavoro. L’artista americano raccoglie le esecuzioni sperimentali dell’ONCEIM e le trasforma, seguendo il principio della Musique Concrète e del collage sonoro. Marclay tratta il materiale acustico come un montatore: campiona, taglia, plasma i suoni dei musicisti e li riassembla con una manipolazione che riflette la sua formazione visiva. Le sue ispirazioni vanno dalle immagini di spartiti nelle nature morte seicentesche alle rotture prospettiche del Cubismo di Braque e Picasso. “Constellation” non è solo un suono, ma un’entità visiva in movimento, dove la precisione tecnologica dialoga con la spontaneità del gesto umano.
Questa apertura rompe gli schemi tradizionali della performance, offrendo al pubblico un’esperienza totale che fonde arti visive e sonore. L’ONCEIM diventa il cuore di questa sintesi estrema, confermando la sua capacità di offrire uno sguardo nuovo sull’esecuzione dal vivo. Lo spazio del concerto si trasforma in un organismo pulsante, avvicinando lo spettatore a una musica contemporanea in cui tecnica e imprevedibilità si intrecciano, confondendo i confini tra artista, macchina e pubblico.
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