Nel cuore della Galleria Borghese, un’icona di Roma che parla già da sé, la mostra “Metamorfosi. Ovidio e le arti” ha acceso un acceso dibattito. Quando uno scenografo entra in scena, si gioca sempre una partita delicata: troppo teatro rischia di oscurare l’arte, troppo poco può lasciare tutto piatto. Nel 2019, a Palazzo Reale di Milano, la magia riuscì alla perfezione, con Margherita Palli che trasformò la Sala delle Cariatidi in un mondo incantato. Qui, invece, la sfida è un’altra: come allestire in uno spazio che è già un capolavoro, dove ogni angolo racconta una storia? E proprio questa domanda divide critici e visitatori.
La Galleria Borghese non è un museo qualsiasi: è un capolavoro settecentesco dove architettura, scultura e pittura si fondono in modo unico, pensato proprio per esaltare le opere. Le collezioni, soprattutto quelle di Scipione Borghese, vivono in spazi creati apposta per loro. Non è un caso che questo equilibrio museografico sia rimasto un punto di riferimento nel tempo. Oggi, però, ospitare mostre temporanee significa inevitabilmente fare qualche compromesso. C’è chi sostiene che interventi invasivi vadano evitati quasi sempre; altri invece accettano che mostre mirate, come quella sulla pittura su pietra del 2022, possano funzionare se il rapporto con il contesto resta stretto e rispettoso.
In passato, eventi importanti come la mostra su Caravaggio e la natura morta del 2016 hanno dimostrato che la Borghese può ospitare grandi esposizioni, ma rischiano anche di rompere quella coesione che rende la visita un’esperienza unica. Il confronto tra collezioni storiche e arte contemporanea qui è più delicato che altrove.
La mostra “Metamorfosi. Ovidio e le arti”, inaugurata nel 2026 e curata da Francesca Cappelletti e Fritz Scholten, porta in Galleria un allestimento firmato dall’artista e scenografo Hubert Le Gall. Nelle sale barocche della Borghese, Le Gall ha inserito elementi scenografici molto evidenti: blocchi di roccia in plastica, una grotta con fuoco finto. Ma questi elementi stonano con gli spazi e le opere, e hanno scatenato critiche per la loro invadenza.
C’è poi un’opera contemporanea di Anicka Yi, dalla collezione Pinault, che non è stata pensata per questo luogo. Nel contesto della mostra, il dialogo tra antico e moderno si perde, e sembra che l’allestimento prenda il sopravvento, rischiando di oscurare non solo i capolavori storici ma anche il filo conduttore che da sempre caratterizza la Galleria Borghese.
La mostra affronta il tema delle “Metamorfosi” di Ovidio con opere storiche, come l’Apollo e Dafne di Bernini e la Danae di Correggio. Ma la Danae è stata isolata su un grande pannello affollato da dipinti di varie dimensioni, creando un effetto disordinato che ha suscitato diverse critiche per la perdita di armonia tipica delle quadrerie barocche.
Per fare spazio, molte opere della collezione permanente sono state temporaneamente rimosse o nascoste. Capolavori come “La Fuga da Troia” di Barocci, il “San Domenico” di Tiziano e il “Ritratto di Marcello Sacchetti” di Pietro da Cortona non si possono vedere. In altre stanze, pannelli e arazzi coprono dipinti e decorazioni di pregio, spezzando il rapporto originale tra opere e ambienti.
L’accostamento tra il ritratto di Antonello e il più grande Lotto, per esempio, manca di equilibrio. E la piccola tavoletta dalla National Gallery di Londra, posta vicino all’Apollo e Dafne, sembra quasi sminuita dall’ambientazione.
Non tutto però è da buttare. Alcuni momenti della mostra offrono davvero qualcosa di interessante. Il confronto tra le “Leda” di Michelangelo e Leonardo, con richiami all’arte antica, è un passaggio importante per capire il tema della metamorfosi. Nella sala dedicata alla pittura veneziana, l’arazzo con Narciso di Boston dialoga bene con il Poussin del Louvre, dimostrando che opere di epoche diverse possono ancora parlare tra loro.
Le sculture come “Ercole e Cerbero” e “Orfeo ed Euridice” di Rubens, messe nella stessa sala del “Plutone e Proserpina” di Bernini, creano un legame tematico, anche se la trasformazione non è il filo conduttore stretto. In questi casi, la mostra trova un equilibrio, anche se fragile.
La mostra “Metamorfosi” alla Galleria Borghese prova a riscoprire un tema classico attraverso opere di grande valore, ma l’allestimento lascia il senso di qualcosa di perduto. Spazi storici, legati da sempre alle opere, vengono trasformati con soluzioni che sembrano ignorare la complessità del luogo. Opere importanti sono state messe da parte, mentre l’allestimento scenografico prende troppo spazio.
In un museo che è stato un esempio di come arte e architettura possano dialogare, servirebbe un approccio più rispettoso, che valorizzi la collezione permanente invece di sacrificarla. Il rischio è dimenticare questa mostra, a differenza di altre che hanno saputo lasciare il segno nella storia delle esposizioni. La Galleria Borghese resta una delle gemme più preziose del panorama museale mondiale, e la sua tutela deve andare di pari passo con ogni nuova iniziativa.
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