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Milano e Parigi Moda 2024: tra 162 sfilate, il mercato europeo rischia il sovraccarico

Milano si anima: sessantuno eventi in quindici giorni, dal 22 settembre. Parigi non si fa pregare, con cento uno appuntamenti già confermati dalla Fédération de la Haute Couture et de la Mode. Numeri che spingono l’industria europea della moda verso nuovi record, ma dietro la festa si intravedono dubbi concreti. Quante creazioni può assorbire un mercato così saturo? E quanti clienti rimangono, davvero, pronti a seguire questo ritmo? Nessuno ha una risposta chiara. Intanto, tra l’entusiasmo che ribolle nei backstage e le critiche che si diffondono sui social, una cosa emerge con forza: il settore, che impiega 400mila persone, sta attraversando un cambiamento profondo, dove i numeri pesano più di ogni discorso.

Lavoro nel lusso: la crescita rallenta, ma non si ferma

Dopo un boom tra il 2021 e il 2023, i grandi nomi del lusso come LVMH, Kering e Chanel mostrano un leggero rallentamento nell’occupazione. Nel 2025, LVMH ha ridotto il personale da 215mila a circa 214mila in 81 Paesi. Kering chiude l’anno con 43.731 dipendenti, Chanel scende a 37.984 da 38.422. Richemont resta stabile con quasi 39mila addetti. Questo piccolo calo è la prima risposta a una domanda globale più debole, soprattutto dalla Cina, ma non è un ridimensionamento strutturale come in altri settori, per esempio l’auto. Anzi, il livello occupazionale rimane sopra quello pre-pandemia, a dimostrazione della resilienza del lusso, nonostante guerre, dazi e cambiamenti climatici.

Ricavi in crescita, ma senza eccessi

Nel primo semestre 2026, i grandi del lusso mostrano segnali positivi, anche se contenuti. LVMH vede le vendite moda e pelletteria salire dell’1%, sfiorando gli 8,9 miliardi di euro, interrompendo una serie di sette trimestri in calo. Louis Vuitton e Dior, con la nuova direzione creativa di Jonathan Anderson, guidano il rilancio. Kering registra 7,22 miliardi, +1% su base comparabile, nonostante Gucci perda il 3%. Saint Laurent e Bottega Veneta tengono botta. Hermès brilla con un +6% a cambi costanti e ricavi intorno a 8,2 miliardi.

Richemont chiude il primo trimestre 2027 con un +20% a cambi costanti, grazie al boom della gioielleria . Cartier, Van Cleef & Arpels, Buccellati e le manifatture orologiere spingono un settore che ormai domina il lusso, superando persino beauty e profumeria. Anche LVMH e Kering registrano crescite organiche tra l’8 e il 18% nella gioielleria.

Il lusso italiano: tenuta solida, ma cresce a passo diverso

I marchi italiani tengono il campo, ma restano dietro ai colossi francesi e svizzeri. Prada, che comprende Versace, Miu Miu e altri, ha fatturato oltre 3 miliardi nel primo semestre 2026, con un balzo del 16%. Moncler e Stone Island superano 1,3 miliardi, +9% a cambi costanti. Brunello Cucinelli si ferma a quasi 750 milioni, +9,5%. Armani non ha diffuso dati ufficiali. Numeri che raccontano di una buona salute, ma anche di una crescita interna che deve fare i conti con una concorrenza globale sempre più agguerrita.

Cambiano i consumatori e la geografia delle vendite

L’Asia resta il motore del lusso europeo, ma la Cina non è più il protagonista incontrastato. Il Giappone cresce come mercato di peso. L’Europa vede vendite stabili o in leggero calo rispetto al 2025, mentre gli Stati Uniti resistono con una crescita solida nonostante il clima geopolitico incerto. I conflitti in Medio Oriente frenano gli acquisti in quelle zone, mettendo in luce come instabilità politica ed economica pesino sui consumi.

Il profilo del cliente di lusso si fa più sfumato. La classe media, un tempo base solida, si è assottigliata, travolta da disuguaglianze e mutamenti demografici in Europa e Italia. Cresce invece il numero di miliardari in paesi come India, Corea del Sud, Emirati Arabi e Stati Uniti. I brand puntano così su due fronti: prodotti esclusivi per l’elite e linee “ambiziose” più accessibili per un pubblico con potere d’acquisto medio-alto.

Piccoli marchi, grandi radici culturali

Dietro i riflettori dei colossi ci sono aziende più piccole, ma vitali per la cultura della moda europea. Marchi come Lemarié in Francia, Totême e Our Legacy in Svezia, Studio Nicholson nel Regno Unito e Giuliva Heritage in Italia resistono con offerte di qualità, tessuti ricercati e collezioni economicamente più alla portata. Questi brand si appoggiano a una rete di piccole e medie imprese artigiane e industriali, un patrimonio spesso nascosto nel grande gioco del lusso globale. La loro attenzione alle materie prime e alla lavorazione artigianale conserva un legame profondo con le radici europee, elemento chiave per il futuro del settore.

Lusso e artigianato: un nuovo racconto

Dietro la facciata scintillante del lusso emergono iniziative che puntano a valorizzare l’artigianato. Antoine Arnault di LVMH ha lanciato Les Journées Particulières, evento dal 16 al 18 ottobre 2026 in cui 65 sedi di 46 Maison in 11 Paesi apriranno al pubblico atelier e laboratori artigianali.

Chanel ha inaugurato a Parigi il campus 19M, dove lavorano e si formano quasi settecento artigiani, un investimento cruciale per mantenere vive le competenze storiche. Brunello Cucinelli ha aperto a Solomeo la Scuola di Alto Artigianato, per preservare i mestieri tradizionali. Questi segnali riflettono una sensibilità crescente verso la sostenibilità e il valore umano del lavoro. Ma “artigianato” nel lusso resta un elemento distintivo, non la base della produzione totale.

ESG e sostenibilità: un obbligo, non un optional

Le grandi maison si impegnano sempre più su ambiente e responsabilità sociale, seguendo i criteri ESG che puntano a tracciabilità, riduzione delle emissioni, tutela delle persone e trasparenza lungo tutta la filiera. LVMH, Kering, Chanel e Brunello Cucinelli integrano questi standard nei bilanci e nella comunicazione, diventando parametri chiave per investitori e controllori.

L’Europa ha uno dei quadri normativi più avanzati al mondo su questi temi. Ma allo stesso tempo deve confrontarsi con la concorrenza dell’ultra-fast fashion asiatico, che punta a modelli di produzione meno sostenibili e più aggressivi. Questo è uno dei nodi principali per le politiche industriali europee nel prossimo futuro.

Moda europea: un mosaico tra crescita, cultura e responsabilità

Il sistema moda europeo è oggi un mosaico complesso e a volte contraddittorio: grandi gruppi capaci di attrarre capitali e intercettare i nuovi flussi di ricchezza convivono con piccoli marchi artigianali radicati sul territorio. La vera sfida non è difendere nostalgicamente il passato, ma costruire un modello nuovo che unisca crescita economica, qualità, competenze e impegno sociale. Il settore resta una risorsa fondamentale per milioni di persone e un motore culturale per il futuro dell’Europa.

Redazione

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