Un costume di scena non è mai solo stoffa cucita insieme. Prima ancora di calarsi su un attore, plasma un personaggio, suggerisce gesti, impone un modo di muoversi sotto i riflettori. Può trasformare un corpo in una figura maestosa o fragile, avvolgerlo come un’armatura o liberarlo in forme che sfidano l’immaginazione. È questa l’anima di “Vestire il Teatro 3”, la mostra che fino al 30 agosto 2026 anima Sirolo, nella Riviera del Conero. Negli spazi del Teatro Comunale Cortesi e del Teatro Studio San Lorenzo, si celebra Elena Mannini, nata a Firenze nel 1938 e scomparsa nel 2024, una colonna portante del teatro italiano del Novecento. Qui, bozzetti, costumi finiti, fotografie e manifesti – tutti provenienti dal Fondo Elena Mannini, donato dalla famiglia al Centro Studi Drammaturgici Internazionali “Franco Enriquez” – raccontano un pezzo di storia, rivelando quanto il costume sia fondamentale nella magia del palcoscenico.
Il Fondo Elena Mannini è oggi una risorsa preziosa per capire come è cambiato il costume teatrale in Italia nella seconda metà del Novecento. Conservato a Sirolo dopo un attento restauro, il fondo nasce dall’Archivio Dall’Orto-Mannini e non è un semplice deposito di ricordi, ma un luogo aperto allo studio e alla riflessione. La scelta di ospitare la mostra nel Teatro Comunale Cortesi e nel Teatro Studio San Lorenzo non è casuale: questi spazi diventano parte attiva del racconto, vivendo con i materiali esposti. Non sono contenitori neutri, ma veri e propri spazi scenici dove tessuti, fotografie e manifesti trovano eco concreta. L’allestimento invade platee, corridoi, scalinate e quinte, immergendo il visitatore in un dialogo tra passato e presente. Gli appunti di prova mostrano il lavoro nascosto dietro uno spettacolo, mentre i tessuti conservano l’impronta dei gesti e delle posture che hanno animato la scena. Il legame stretto tra archivio e teatro dà vita a un circuito culturale che trasforma questo fondo in un vero laboratorio di memoria e creatività scenica.
Per Elena Mannini il costume non è mai solo un abito, ma un’opera complessa che nasce dall’incontro tra struttura, movimento e interpretazione. I suoi bozzetti, spesso slanciati e pieni di energia, anticipano già la postura e il carattere del personaggio. Il disegno diventa una storia raccontata a colori, che definisce volumi, intensità e spazi. Le stoffe sono campi di sperimentazione artistica, dove moda, pittura e drammaturgia si intrecciano. Le fotografie in mostra raccontano il passaggio dal progetto alla scena vera e propria. Basti pensare alle figure leggere e alate del “Sogno di una notte di mezza estate”, messo in scena nel 1963 al Teatro Romano di Fiesole da Beppe Menegatti. Qui il costume amplifica l’atmosfera fantastica dell’opera di Shakespeare, alleggerendo il corpo umano e trasformandolo in forme ambigue e mobili. La compagnia di quell’allestimento, con nomi come Carla Fracci, Gian Maria Volonté e Giancarlo Giannini, sottolinea l’importanza culturale di quegli anni. Mannini ha lavorato a lungo con Menegatti, firmando costumi per Shakespeare, Federico García Lorca e produzioni musicali, creando un’immagine scenica intensa e innovativa.
Tra le sezioni più interessanti della mostra c’è quella dedicata a “Orlando Furioso”, spettacolo storico di Luca Ronconi presentato al Festival dei Due Mondi di Spoleto nel 1969. Questa messa in scena ha cambiato il modo di rapportarsi con il pubblico: l’azione si svolgeva in contemporanea in più spazi, spingendo gli spettatori a scegliere cosa seguire, moltiplicando così l’esperienza teatrale. In questo contesto dinamico il costume ha un ruolo fondamentale: serve a riconoscere subito i personaggi e sostiene il loro continuo movimento. Mannini ha lavorato su un immaginario sospeso tra Rinascimento, astrattismo moderno e fantasia cavalleresca, evitando la rigidità storica per creare un sistema visivo nuovo, che traduce la natura fluida e molteplice del poema di Ariosto. Le armature leggere, i tessuti sovrapposti e le forme eccentriche trasformano gli attori in figure quasi simboliche in movimento. Manifesti, fotografie e articoli d’epoca ricreano l’atmosfera di uno spettacolo che ha fatto la storia, mostrando come la forza di quella produzione venisse dalla stretta collaborazione tra regista, costumista, tecnici e scenografi.
La sezione dedicata a “Coriolano” di Shakespeare, diretto da Franco Enriquez al Teatro di Roma nel 1975-1976, mette in luce un altro aspetto fondamentale del lavoro di Mannini. Qui il costume si trasforma quasi in una scultura autonoma, come si vede nelle fotografie di scena. L’allestimento giocava su una scenografia instabile, fatta di impalcature e strutture ruvide, dentro cui si inseriva un’armatura disegnata da Mannini per Osvaldo Ruggeri nel ruolo di Tullio Aufidio. Realizzata dalla Sartoria Russo, l’armatura combina materiali intrecciati, parti metalliche e volumi asimmetrici per non essere una semplice ricostruzione storica, ma un segno tangibile della violenza del potere. Anche senza l’attore, l’armatura comunica una forza espressiva concreta: la pesantezza e la forma suggeriscono un modo preciso di stare in scena, facendo del costume un involucro carico di tensione e psicologia. Questa trasformazione della materia in espressione interiore è uno dei tratti distintivi di Mannini, per cui il costume non racconta ma trasmette la complessità del personaggio.
La mostra racconta anche la dimensione internazionale di Elena Mannini, con particolare attenzione all’allestimento dell’“Idomeneo” di Mozart allo Stavovské divadlo di Praga nel 2010, regia di Yoshi Oida. Le tavole esposte mostrano come Mannini bilanciasse memoria classica e invenzione contemporanea, creando costumi che richiamano l’antichità senza diventare antiquati. Stoffe e forme assumono un carattere quasi architettonico, mentre i costumi del coro si ispirano liberamente alle figure delle ceramiche greche. Libretti, contratti e materiali di produzione evidenziano la versatilità di Mannini, capace di muoversi con disinvoltura tra teatro di prosa, opera, balletto e cinema. Il suo impegno si è spinto anche nell’insegnamento: ha trasmesso la sua arte all’Accademia di Belle Arti di Firenze e all’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica Silvio d’Amico di Roma, facendo del costume una disciplina tecnica e intellettuale, una forza viva nel teatro contemporaneo.
L’avvio di “Vestire il Teatro 3” arriva in un momento di rinnovata attenzione verso il patrimonio teatrale dell’Italia centrale. Nel luglio 2026, il sistema dei teatri condominiali all’italiana dei secoli XVIII e XIX, diffuso tra Marche, Umbria ed Emilia-Romagna, è stato inserito nella Lista del Patrimonio mondiale dell’UNESCO. Questo riconoscimento mette in luce il valore di un modello basato sulla proprietà condivisa e sulla funzione sociale del teatro, senza però creare una gerarchia rigida tra teatri inclusi o esclusi. La forza culturale delle Marche si misura nella ricchezza della sua rete: teatri storici, piccoli spazi, festival, compagnie e archivi lavorano insieme per definire un paesaggio culturale complesso e vitale. Il Teatro Cortesi e il Teatro Studio San Lorenzo, pur non appartenendo a questo bene seriale, incarnano la continuità tra conservazione e produzione artistica. Sono molto più di semplici edifici: sono luoghi vivi da cui guardare il teatro italiano da una prospettiva nuova e concentrata. “Vestire il Teatro 3” non celebra solo Elena Mannini, ma dimostra come un archivio possa tornare a essere laboratorio di idee, come un costume possa interrogare il corpo dell’attore e come un centro raccolto possa diventare un punto di riferimento per leggere la storia del teatro italiano.
Sirolo, grazie a questa mostra e al Fondo Mannini, si conferma così osservatorio privilegiato. Raccontando il lavoro di una grande costumista, traccia una linea culturale che rimette al centro il mestiere e la memoria viva del teatro.
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