A Torino, Alessandro Bulgini trasforma il margine in un luogo di presenza e di dialogo. Nato a Taranto nel 1962, non è uno che si lascia incasellare facilmente. Pittore, direttore artistico, attivista, convive con una malattia e affronta la morte con uno sguardo diretto, senza filtri. Le sue opere non sono solo quadri appesi a una parete: sono ponti verso chi resta ai margini, come chi vive a Gaza o nelle periferie dimenticate. Bulgini costruisce comunità, memoria, e scuote le coscienze. La sua arte pulsa di vita, è un’estensione del suo essere. Non è semplice definirlo, ma forse proprio per questo vale la pena ascoltarlo.
Dall’opera all’incontro: il cammino che ha cambiato Bulgini
Alessandro Bulgini sfida l’idea tradizionale di artista. Ammette di non essere più certo di essere solo un pittore o un artista come si intende comunemente. Col tempo il suo lavoro si è spostato dall’oggetto all’incontro, dall’immagine all’esperienza condivisa. Non dipinge più soltanto tele, ma intreccia relazioni, dà alle persone più che ai materiali. In questo passaggio c’è una vera rivoluzione del concetto di arte. L’opera non è un fine in sé, ma uno strumento per costruire responsabilità e presenza attiva. Dietro questo cambiamento c’è una riflessione profonda: l’arte non come ricerca di riconoscimenti estetici, ma come modo di vivere e agire nel mondo. Bulgini usa il sistema artistico, ma non ne è prigioniero; lo sfrutta per dare voce a chi è marginale, a realtà nascoste.
Il passaggio dal dipingere all’idea di costruire comunità segna un momento importante nel suo percorso. Mettere l’incontro al centro significa anche rimettere in gioco la propria identità. Non si considera più soltanto pittore, ma narratore di vite ai margini, costruttore di ponti, provocatore capace di scuotere le coscienze. Così Bulgini parla anche della morte, tema delicato che affronta con una naturalezza che nasce dai molti confronti personali con lutti e problemi di salute.
Vita, arte e malattia: il legame che guida Bulgini
Durante l’intervista, Bulgini racconta come la morte abbia sempre fatto parte della sua vita sin da giovane: la perdita del padre, poi della madre, infine del fratello, e la sua stessa convivenza con una grave malattia cardiaca. I numerosi interventi chirurgici e i tatuaggi fatti dopo ogni uscita dalla sala operatoria sono diventati simboli tangibili della sua esperienza. Questo legame con la fragilità e con l’idea della fine influenza profondamente le sue scelte, spingendolo a vivere senza riserve, a non risparmiarsi per prudenza o paura.
Questa consapevolezza lo rende intollerante verso quello che considera ipocrisie o paure sociali. Il suo lavoro riflette questa urgenza: si consuma per sé e offre agli altri ciò che ha, trasformando l’arte in un atto di condivisione e presenza. Anche il rifiuto di separare arte e vita nasce da questa esperienza. Per lui non c’è più una linea netta tra i due. Prima dipingeva persone invisibili nei suoi quadri, oggi è con le persone, fuori dagli spazi convenzionali della pittura, che costruisce significato.
Gli Eretici e le invisibilità sociali: la costante nel lavoro di Bulgini
Gli Eretici, la serie pittorica degli anni Novanta, sono una tappa fondamentale per capire Bulgini. In quegli anni il suo lavoro si concentrava su figure quasi invisibili, immerse nel buio e rivelate solo da particolari giochi di luce. Erano i reietti, gli esclusi, quelli che il sistema artistico o sociale tende a ignorare. Per realizzarli, Bulgini usava tecniche che rendevano l’opera quasi monocroma, ma le figure emergono solo se si guarda con attenzione.
Oggi questa attenzione agli invisibili si traduce in soggetti che spaziano dai migranti alle periferie, da Gaza a chi vive ai margini della società. L’obiettivo è sempre lo stesso: portare alla luce chi viene spinto fuori dal campo visivo collettivo. Anche la sua opera su Gaza si inserisce come naturale prosecuzione del ciclo degli Eretici. Affrontando la realtà del conflitto e della vita quotidiana in una zona di guerra, Bulgini continua a raccontare chi sopravvive all’emarginazione e all’oblio, con un’estetica che da sempre punta sullo sguardo nascosto e sulle tensioni non dette della società.
Torino, Barriera di Milano e la guida di Flashback Habitat
Il trasferimento a Torino, nel quartiere Barriera di Milano, nel 2008, segna una svolta nella vita e nel lavoro di Bulgini. Quella zona, spesso vista come problematica o degradata, diventa per lui fonte di ispirazione e opportunità. Qui si incontrano identità diverse, tensioni sociali, storie di migrazione e convivenza complicata ma ricca di potenzialità.
Questo ambiente gli permette di mettere al centro il rapporto diretto con la realtà, spostando la sua attività dall’atelier allo spazio urbano e sociale. Il confronto con la comunità diventa la sua nuova pratica artistica.
Come direttore artistico di Flashback Habitat, Bulgini si assume questa responsabilità con piena consapevolezza. Lo spazio accoglie artisti, associazioni, musicisti, editori e molte altre realtà culturali. Il suo ruolo non è solo quello di gestire, ma anche di prendere pubblicamente posizione, un impegno che lo lega a chi vive quotidianamente quel luogo. Da qui nascono iniziative come la mostra “Scarecrow”, progetto ideato con il curatore Christian Caliandro, che usa la figura dello spaventapasseri come simbolo di protezione fragile e di scelte non violente.
Gaza: un impegno che trasforma lo spazio in luogo di memoria
Negli ultimi anni Bulgini ha puntato l’attenzione su Gaza, integrando questo tema nelle sue pratiche artistiche e sociali. Dopo un lungo silenzio che percepiva come complicità, ha deciso di rompere quel muro di indifferenza. Ha cominciato con manifesti, poi ha chiesto ai palestinesi fotografie della loro vita quotidiana, un racconto per immagini lontano dalla propaganda, che documenta la realtà tra macerie, famiglie e speranze.
A Flashback Habitat ha creato un memoriale per le vittime di Gaza. L’idea nasce dall’osservazione di come nelle case distrutte molte famiglie recuperino prima di tutto i tappeti, simbolo di un ritorno alla vita. Bulgini ha raccolto tappeti donati e ha costruito uno spazio d’incontro che include una parabola recuperata da un edificio distrutto, ambienti vivi dove ogni settimana prepara il tè palestinese per i visitatori. Non è un monumento tradizionale, ma un luogo di memoria attiva e relazione, aperto alla riflessione e all’incontro.
Questa scelta, volutamente provocatoria, ha attirato critiche e minacce. Bulgini le prende come conferma della necessità del suo lavoro: quando l’arte provoca reazioni, significa che ha toccato un nervo scoperto della società. Anche indossare una maglietta con scritto “Gaza” in contesti come Art Basel diventa un gesto che rompe il silenzio e scuote le coscienze.
La responsabilità degli artisti e la spinta etica di Bulgini
Per Alessandro Bulgini l’artista non è solo un creatore di bellezza, ma una figura carica di responsabilità in un’epoca segnata da disinformazione e manipolazione. La capacità di interrogarsi sul senso della vita, di fermarsi davanti alla verità in mezzo al rumore delle menzogne, rende l’arte uno strumento prezioso per aprire spazi di dialogo e riflessione.
Per lui non si tratta di decorare o abbellire la realtà, ma di mettere in moto processi di pensiero, di sfidare l’indifferenza. “Morire rotto”, come dice Bulgini, vuol dire vivere senza risparmiarsi, spendendo tutte le energie per partecipare, agire, lasciare tracce autentiche. Se la sua opera è arte o attivismo passa in secondo piano. Conta la presenza, l’impegno, la volontà di non restare a guardare mentre intorno crescono ingiustizie e marginalità.
Le sue parole, i suoi progetti e gli spazi aperti a Torino testimoniano un’idea di arte che non si accontenta di essere solo visiva, ma diventa esperienza, dialogo, impegno civile.