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Tuan Andrew Nguyen alla Biennale di Venezia 2026: L’arte che sfida la storia e il tempo

A Venezia, tra i riflessi incerti dei canali e le ombre antiche dei palazzi, arriva l’opera di Tuan Andrew Nguyen. Non si lascia afferrare subito, la sua video-installazione Ñi Demoon, Ño Delusi, sfugge a definizioni semplici. In un mondo dove l’arte spesso corre verso il riconoscimento immediato, lui sceglie una calma diversa, quasi provocatoria. La sua narrazione – o meglio, la sua riscrittura della storia – prende vita dal Senegal, intrecciando miti e memorie che non stanno mai fermi. Qui la storia non è un racconto chiuso, ma un flusso che si contorce, si apre a interpretazioni molteplici, e invita lo spettatore a perdersi e ritrovarsi dentro un passato vivo e inquieto.

Venezia 2026: Ñi Demoon, Ño Delusi, la video-installazione di Tuan Andrew Nguyen

Alla Biennale Arte 2026, Nguyen presenta Ñi Demoon, Ño Delusi, che in wolof significa “Chi se ne è andato è anche chi ritorna”. Si tratta di una video-installazione a due canali che racconta la vicenda di Bouba Chinois, un personaggio emblematico e controverso del Senegal tra gli anni Settanta e Novanta. Bouba è difficile da definire: per alcuni un bandito, per altri un rivoluzionario, nel tempo è diventato una sorta di leggenda urbana.

Nguyen costruisce il progetto partendo dal suo legame con la comunità senegalese-vietnamita di Dakar, da cui proviene questa figura, figlio di padre vietnamita e madre senegalese. Bouba emerge da un periodo storico segnato da conflitti, colonialismo e migrazioni, ma resta avvolto in una nebbia di ambiguità. L’opera non vuole offrire un racconto preciso o definitivo, ma mette in scena la mutevolezza della memoria e la difficoltà di interpretare eventi lontani, coinvolgendo chi guarda in un’esperienza immersiva e dilatata nel tempo.

La struttura narrativa dell’installazione oscilla continuamente tra documenti storici e invenzione, attraversando il confine tra archivio e mito, per restituire l’idea di una storia viva, in continuo cambiamento.

Tra mito e realtà: quando la memoria sfida la storia ufficiale

Nguyen da tempo indaga il rapporto complesso tra storia e finzione. Il suo lavoro mostra come la storia non sia un terreno di fatti fissi, ma uno spazio dove si intrecciano ricordi, leggende, racconti orali e anche allucinazioni. Nel caso di Ñi Demoon, Ño Delusi, questa linea sottile diventa una risorsa.

Per l’artista, la finzione non significa abbandonare la verità, ma piuttosto colmare i vuoti lasciati dagli archivi. I documenti raccontano quello che resta, ma non ciò che è stato vissuto dentro, a livello emotivo. La finzione dà voce alle zone d’ombra, alle ambiguità, alle molteplici verità che la narrazione ufficiale fatica ad accogliere.

Nel film, Bouba Chinois si definisce un mito senegalese: amato e temuto, criminale e rivoluzionario insieme. Cercare di tracciarne una biografia chiara si scontra con mancanze di fonti e contraddizioni, ma l’opera accoglie questa incertezza come parte stessa del senso della storia.

Nguyen racconta così una memoria storica fluida e frammentata, sottolineando quanto il racconto debba fare i conti con elementi che sfuggono a definizioni nette.

Raccontare storie ai margini: la sfida nelle grandi mostre internazionali

In un mondo artistico dove parole come trauma, colonialismo, identità e memoria spesso suonano come cliché, l’approccio di Nguyen si distingue per la sua resistenza alla semplificazione. L’artista è consapevole che social media e mercato dell’arte creano un “rumore di fondo” che rischia di soffocare storie complesse.

La Biennale di Venezia è per lui una vetrina fondamentale, capace di dare voce a narrazioni altrimenti invisibili. Allo stesso tempo, però, Nguyen riconosce i limiti di questi spazi: c’è la pressione a raccontare storie lineari e facilmente digeribili, che spesso porta a “addomesticare” i racconti più intricati.

Nguyen non vuole però chiudersi fuori dalle istituzioni. Il suo obiettivo è mantenere aperto il confronto tra storia e mito, lasciando emergere ambiguità, silenzi e contraddizioni tipiche delle esperienze marginali. Anche se le sue opere richiedono tempi lenti e attenzione, in un’epoca di velocità e distrazione, questa scelta testimonia la volontà di preservare i pezzi di memoria che altrimenti andrebbero persi.

L’arte come spazio per mettere in crisi la storia e la memoria

L’esperienza artistica di Tuan Andrew Nguyen nasce dalla consapevolezza che non esistono risposte semplici su temi come guerra, diaspora e colonialismo. Il suo lavoro punta più a tenere vive le domande che a dare risposte definitive.

Nguyen accetta che le sue opere non debbano risolvere i nodi storici, ma lasciare respirare le vite dimenticate, portando al centro l’incertezza. Vuole coinvolgere chi guarda in un’esperienza intensa, che non anestetizzi di fronte alle zone d’ombra.

Questo modo di fare arte invita a ripensare il ruolo dell’arte stessa nel favorire la comprensione e l’ascolto di storie complesse, fuori dai racconti dominanti. Il lavoro di Nguyen resta così un punto di riferimento per chi vuole riflettere su come memoria e storia possano tornare vive e plurali, senza essere appiattite in formule già pronte.

Redazione

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